Nominare Palermo capitale della cultura italiana non è abbastanza - The Vision

Palermo è stata eletta capitale. Non d’Italia, e nemmeno del mondo, purtroppo. Della Cultura. Quando leggo la notizia, da siciliano, sto quasi per esultare. L’entusiasmo però dura poco, giusto il tempo di cominciare a sospettare che il titolo “Capitale Italiana della Cultura” sia in realtà uno di quei prodotti istituzionali – come la giornata della memoria o il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica – che si ritrovano il più delle volte impastati con tutto un certo catechismo civico sbadigliante e ipocrita, miscuglio verso cui provo un’invincibile insofferenza. Leggo e inizio a temere che ci sia dietro l’imbroglio, che sia tutto una mascherata.

Antonio Presti

Comincio a cercare le contraddizioni. Me ne vengono in mente due. Antonio Presti, imprenditore abbastanza ricco da fregarsene di andare in perdita se lo fa per finanziare opere d’arte, ha voluto tendere una trappola allo Stato per smascherarne l’ipocrisia. E lo Stato c’è cascato. Presti ha creato un museo all’aperto, la Fiumara d’arte, che oggi ospita 12 installazioni di artisti contemporanei, lungo il fiume Tusa, su un terreno demaniale. L’idea è di donare le opere al pubblico, impegnando lo Stato, che ne è il legittimo proprietario, a curarne la manutenzione e la valorizzazione. E Presti, dopo aver creato il museo, invece viene denunciato per abusivismo edilizio (in Sicilia, terra dove notoriamente i piani regolatori sono rispettati con teutonica intransigenza). Ha dovuto aspettare più di 20 anni perché la Fiumara venisse riconosciuta dalla regione come percorso turistico culturale. La stessa farsa si è ripetuta con Andrea Bartoli, notaio e creatore della Farm Cultural Park a Favara (Agrigento): una galleria d’arte contemporanea che si estende attraverso i “sette cortili”, un mucchio di casette ombrose che prima ospitavano quel genere di Sicilia arcaica e violenta che ci s’immagina se dell’isola si conosce solo Il Padrino, e che adesso genera un indotto di 20 milioni di euro l’anno. Anche lì sono scattati i lucchetti, per occupazione di suolo pubblico stavolta, ma 20 milioni sono tanti, cifre da serie A, e alla fine Andrea Bartoli ha vinto e la Farm è stata liberata. Due storie a lieto fine, forse, che rendono però l’idea di quanto sia ambiguo e problematico, in Sicilia, il rapporto fra le istituzioni e la cultura.

Di Mediaterra – Opera propria

Subito però mi rendo conto che non basta: ho bisogno di dati e notizie più concrete per supportare il mio pregiudizio. Qualcosa per dimostrare che il premio concesso dallo Stato alla città di Palermo non è solo ipocrita, ma anche inutile. Vorrei trovare un indice statistico che registri un calo del turismo a Pistoia, Capitale Italiana della Cultura nel 2016, un qualche articolo che denunci un appalto truccato, un giornalista autorevole che la pensi come me sotto il cui blasone proteggermi. Trovo invece tutto il contrario di questo: a Pistoia il turismo è aumentato del 18,7%, le mura medievali sono state sapientemente valorizzate e nessun giornalista autorevole sembra aver detto quello che volevo dire io. Escluso Vittorio Sgarbi.

In un articolo per Il Giornale del 2016, “La lotta senza senso per diventare Capitali della Cultura”, Sgarbi denuncia i criteri di selezione delle città candidate, a suo dire “indecifrabili”. Parla dei curatori del progetto ministeriale che chiama “esperti di chiara fama”, usando le virgolette al posto delle pernacchie. Ma dà anche due informazioni importanti. La prima è che il premio in denaro per la città selezionata è di un milione di euro. Mi sembra poco, e allora cerco di capire cosa si può fare con quella cifra. Alla fine scopro che, salvo inaspettate oscillazioni del suo valore, ci puoi comprare  Armando Vajushi, ala sinistra del Pro Vercelli, ventunesima nella classifica della serie B. L’altra è che l’iniziativa ministeriale è nata nel 2014 per consolare le città italiane che erano state superate da Matera nella corsa al titolo di Capitale Europea della Cultura 2019. In quel caso il premio in denaro è enormemente maggiore, una cifra in grado di incidere veramente sul bilancio di un comune e di attivare risorse inedite. Ma il denaro non è tutto, l’importante è nutrire lo spirito. Così nel solo 2015 in Italia si contarono ben cinque capitali, una cosa che nel nostro Paese non succedeva dalla breccia di Porta Pia: Ravenna, Cagliari, Lecce, Perugia e Siena. Parlando della candidatura di Palermo, Sgarbi ci dà un pronostico cinico e malinconico: “Palermo è, fra le candidate, la più ricca culturalmente. E certamente perderà”. Si sbagliava, ma la predizione deve avergli portato bene, visto che il neo presidente della regione, Nello Musumeci, l’ha scelto come assessore proprio alla Cultura. In un video pubblicato sul suo canale Youtube, dove sembra ubriaco di gioia e non solo, ci dice che “Musumeci sarà come Cavour, e con lui avrete me, come il regalo nell’uovo di pasqua. Faremo la rivoluzione!”.

Lo scrittore palermitano Roberto Alajmo, in un intervento sul Corriere della sera, commenta l’atmosfera che si è vissuta in città nei giorni successivi alla vittoria e distingue due fazioni: gli orgogliosi e i sarcastici. Ma non dice che esiste anche un terzo stato d’animo, molto radicato nel sud Italia: la nostalgia. E i nostalgici in genere sono sarcastici verso il presente e orgogliosi verso il passato. A loro sarà sicuramente piaciuta la dichiarazione del Vittorio Sgarbi serio, il critico d’arte: otto mesi fa, quando non spirava ancora il vento delle elezioni regionali, aveva invitato i poteri locali a “non disperdere in mille rivoli” quel modesto contributo per acquistare invece il ritratto di donna Franca Florio realizzato da Giovanni Boldini nel 1924. C’è una carica simbolica attorno a quel quadro che fa sospirare i siciliani nostalgici: ricorda quando Palermo non era ancora un discount della cultura e ospitava, a casa dei Florio, il jet set europeo. I Florio erano una dinastia di capitani d’industria e controllavano una delle più importanti compagnie di navigazione dell’epoca. Donna Franca, la moglie d’Ignazio, era amatissima: il Kaiser tedesco la chiamava “Stella d’Italia”, D’annunzio, languido, “l’unica”. Era la regina dei rotocalchi della belle époque, una specie di Kim Kardashian in versione elegante. Ignazio Florio era anche uno sportivo: gli piacevano le corse automobilistiche e, per questo, fondò la Targa Florio, una corsa pionieristica ed eroica che sfidava con trabucchi futuristici le curve più cattive delle Madonie. Per dare un ricovero ai suoi amici eccellenti decise di costruire un hotel 5 stelle superiori, accucciato sotto il Monte Pellegrino. Esiste ancora e si chiama Villa Igiea: un capolavoro dell’architettura liberty, quel genere di edifici che furono demoliti durante il Sacco di Palermo, negli anni ’60, per fare spazio a una delle più grandi orge dell’abusivismo edilizio che il nostro Paese ricordi.

A Villa Igiea è stato conservato, fino al 30 novembre del 2017, il ritratto di Donna Florio. Poi è stato battuto all’asta: se l’è aggiudicato un anonimo per un milione e centomila euro, valore di mercato di Alessandro Iacobucci, portiere del Virtus Entella, diciottesima nella classifica della serie B. Non è servita a nulla la campagna scatenatasi sui social per riportare il quadro a casa sua, e nemmeno è servita la battaglia ingaggiata dalla nipote. È una notizia angosciante che stride anche perché arriva a pochi mesi dall’inizio proprio del 2018, anno in cui Palermo rappresenterà la cultura italiana, e che ci ricorda quanto è ristretto l’orizzonte della cultura di Stato: quanto le teche dei musei dove le ceramiche e i cimeli sembrano prigionieri come animali allo zoo. Privati di vita e di ogni loro funzione ne mantengono una soltanto: farsi pagare per farsi guardare. E lo stesso vale per i centri storici, abbandonati dai cittadini e trasformati in parchi a tema. Tutto questo dà l’idea di una cultura mummificata ed esposta, sacrificata sull’altare della necessità, ovvero del PIL. Anche se, va detto, i suoi frutti li porta: il turismo culturale nell’ultimo ventennio è cresciuto vertiginosamente. Pizza, mafia e Colosseo sono i prodotti tipici italiani più noti nel mondo, e infatti secondo i dati Istat rielaborati da CST Firenze, dal 1995 al 2015 nelle principali città d’arte italiane i visitatori sono cresciuti del 114%.

La Farm di Favara

Non c’è niente da fare, i numeri sono categorici: il turismo traina l’economia di molte regioni d’Italia. Porta benessere e risolleva le sorti di quei borghi e di quelle città che dal dopoguerra hanno subito un drastico spopolamento. È il caso, ad esempio, di Marzamemi: poche decine di casette tutte bianche che si erano svuotate a causa della progressiva estinzione dei suoi abitanti naturali, i pescatori. Marzamemi oggi è un vivissimo villaggio shabby chic che in estate eguaglia la densità demografica di Città del Messico, con i cappelli Armani al posto dei sombrero. Ma questo non può bastare a far dimenticare le offese subite da Presti, da Bartoli, dai discendenti dei Florio e da tutti i siciliani che si sono battuti e si battono per una cultura viva e attentato alla contemporaneità. Per una gestione che non si misuri soltanto sui profitti dei musei ma che punti anche sulla rigenerazione sociale e culturale. E invece resta soltanto la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente incoerente in tutto questo, qualcosa che fa sospettare che il 2018 sarà, per i palermitani e per tutti i siciliani, l’anno di un’altra grande bugia.

Allora mi ricordo di Edmondo Berselli che al turismo affaticato delle file sudaticce davanti ai musei preferiva il viaggio intellettuale, su internet o sui libri. Perché, diceva, se le cose stanno così è “meglio stare a casa“.

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