La depressione non è una scelta - The Vision

Viviamo in un’epoca in cui un robot mezzo nudo, che per gente molto ottimista dovrebbe sembrare Audrey Hepburn, può ottenere la cittadinanza in Arabia Saudita, a breve potremo ordinare un rene su Amazon Prime con consegna in mattinata, ma di depressione continuiamo a non capirci assolutamente nulla.

No, non è un’esagerazione. Nonostante in Italia i malati diagnosticati siano sull’ordine dei 3 milioni  e in Europa si arrivi a un totale di 40 milioni, tutte le volte che qualcuno dice di essere depresso la risposta automatica è: “Ma non ne hai motivo!”, “Reagisci!”, o anche il sempre utile e brillante “Piantala di piangerti addosso”.

Il discorso su questa malattia si ferma ancora alla superficie, forse per evitare di trattare un argomento che di fatto rimane un ingombrante tabù. Sì, siamo alle soglie del 2018 e le malattie mentali ci spaventano ancora da morire. Dire di fare uso di antidepressivi, farmaci psicotropi in genere o stabilizzanti dell’umore equivale a confessare di essere individui fuori controllo, socialmente ingestibili, mine vaganti. Le malattie mentali sono ancora viste come variabili impazzite, e la depressione non si sottrae a questa dinamica. Con la differenza che quest’ultimo disturbo dell’umore è spesso sminuito, quando non del tutto frainteso. C’è tutto un arsenale di falsi miti che circonda questa malattia, nessuno dei quali è innocuo. Perché tutti, in modo più o meno decisivo, contribuiscono al generale clima di leggerezza e fraintendimento che circonda questo tipo di malessere.

Il primo grandissimo sbaglio che si fa quando si parla di depressione è di non considerarla per quello che a tutti gli effetti è: una malattia. No, non sei depressa se ti ha lasciato il fidanzato e ti abbrutisci a letto mentre guardi una serie di Shonda Rhymes con una pinta di gelato in  una mano e il cellulare nell’altra, aspettando messaggi che non arriveranno mai. Non sei depresso se un pomeriggio ti senti “un po’ triste” perché la giornata non va come vorresti tu. Così come non sei depresso se il tuo gruppo preferito si scioglie. E, no, quel pezzo di Nick Cave non ti fa venire “la depressione”.

Vuoi sapere cos’è davvero la depressione? La depressione è una nebbia soffocante che ti pesa costantemente sulla nuca, che ti impedisce di alzarti dal letto per ore, giorni consecutivi, che non vuole lasciarti uscire di casa. La depressione è camminare a tentoni in un mondo in cui tutto è ovattato ed evanescente. Dove nulla ha particolare importanza, dove non c’è bianco o nero, ma solo mezzi toni. C’è chi si è spinto fino a descriverla come un enorme cane nero che ti segue ovunque vai. Andrew Solomon in una TED talk la definisce come “un modo più lento di essere morti”. Quale che sia la metafora prescelta, lo scenario non è mai particolarmente roseo.

La depressione non è un baratro di tristezza. Depressione è il più totale piattume. Depressione è l’assenza di sentimento. E dove non c’è sentimento, non ci può essere tristezza. Per riprendere Andrew Solomon, “l’opposto della depressione non è la contentezza, ma la vitalità”.

Quanto detto finora, però, non contrasta la credenza popolare, ovvero che la depressione non sia un disturbo a cui attribuire la più totale dignità scientifica. Essere depressi non è uno stato umorale momentaneo. E ciò perché a determinare tale disturbo concorrono fattori genetici, una particolare conformazione del cervello, livelli tendenzialmente inferiori alla media di serotonina (di solito determinati da un’attività anomala dei suoi recettori, sui quali vanno ad agire gli antidepressivi di ultima generazione), e problemi di comunicazione fra i neurotrasmettitori.

La depressione tocca ogni sfaccettatura della tua esistenza. Tutto perde fascino, nulla funge più da incentivo. L’appetito manca del tutto, o aumenta esponenzialmente proprio perché non si tratta più di soddisfare la fame, ma di cercare di riempire quell’enorme voragine che è diventata la tua vita. L’alcool, il cibo, il sesso, tutto viene usato nella speranza di ricominciare a sentire a qualcosa, ma nella maggior parte dei casi i risultati non sono quelli sperati. Non esiste sonno, così come non esiste veglia – trascorri l’esistenza in punta di piedi, sfiorando la vita, sei in un costante limbo. La musica perde colore, le folle diventano inospitali, il mondo diventa un fastidio, o una minaccia.

Chi soffre di depressione raramente è capito. Agli occhi di chi non l’ha mai provata sembra apatia, pigrizia, auto-indulgenza. Il problema è che non si ha nemmeno la forza di spiegare cosa si sta vivendo, primo perché a malapena si ha la forza di lavarsi i denti, figuriamoci mettere insieme un discorso articolato. E in secondo luogo, perché nella nostra società qualsiasi discorso inerente alla sanità mentale è cautamente sconsigliato. Rimane il tabù che circonda questo argomento, tabù che porta a creare una netta gerarchia nelle malattie fisiche e psicologiche, in cui le prime possono e devono essere curate, mentre le seconde implicano solo un po’ di autocontrollo. “Ricomponiti”, “reagisci”. Dipende tutto da noi, giusto? Sarebbe bello provare a dire “ricomponiti” a chi si ritrova una frattura scomposta al femore. Sarebbe bello vedere come la prenderebbe.

La stessa gerarchia si riflette poi nell’uso dei farmaci. Mal di testa? Prendi quest’Oki. Polmonite? Nulla che un ciclo di antibiotici non possa curare. Ti senti la versione scolorita di te stesso? Certo dev’essere solo mancanza di autodisciplina. Insomma, è per forza colpa tua. Perché, altra simpatica credenza ampiamente accolta, gli antidepressivi sono delle droghe orribili che ti cambiano la personalità. Meglio una camminata a piedi nudi nel bosco, quella sì che ti curerà. Il sito www.liveinthenow.com (“Vivi nel momento”) per fortuna ci salva dall’impasse, stilando una comoda lista di 7 cose da provare prima di fare uso di antidepressivi. Tra le raccomandazioni: evitate le bevande zuccherate, ma soprattutto “non dimenticate di restare ottimisti!”

Certo, nei foglietti illustrativi di Prozac e altri antidepressivi è elencata tutta una serie di effetti collaterali, tra cui il rischio di pensieri suicidi soprattutto nel primo mese di utilizzo (il che è abbastanza un controsenso, se si pensa allo scopo del farmaco) e altre spiacevoli conseguenze a livello di funzionamento sessuale (vale la puntualizzazione fatta poco fa sulla funzione del medicinale), ma non sono delle pillole portentose che rivoluzionano la tua personalità, non ti fanno ”impazzire”, non ti fanno sembrare un cocainomane, né tantomeno ti riducono a una massa informe che striscia sul pavimento. A quello ci pensa la depressione.

SSRI sta per Selective Serotonin Reuptake Inhibitor, in italiano: inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Cosa fanno? Esattamente quello che il nome suggerisce: impediscono ai recettori cerebrali di riassorbire parte della serotonina in circolo nell’organismo, di modo che te ne resti un po’ per funzionare come un normale essere umano. Per uscire di casa una ventina di minuti senza sentirti uno straccio immediatamente dopo, giusto per fare un esempio.

E se è vero che una pastiglia di Prozac non curerà automaticamente la depressione, certo la rende sopportabile. Bello, vero? Però, no, fare uso di antidepressivi non si fa, è una cosa “da pazzi”. E se lo fai devi farlo di nascosto. Altrimenti cosa potrebbe pensare la gente?

Sembra che a chi soffre di depressione si voglia negare tutto ciò che possa funzionare da palliativo, o qualsiasi cosa possa contribuire a migliorarla. Questo perché di partenza un disturbo depressivo non dovrebbe esistere. Se hai la sfortuna di averlo devi gestirlo di nascosto, senza pesare sulla gente che hai intorno, ed evitare di lamentarti, perché non sta affatto bene. Questo timore che la depressione – così come tutte le malattie mentali, del resto – sia a rischio di sfuggire al nostro controllo è conseguenza di una società anale che è ossessionata dal mantenimento della razionalità. Fatto abbastanza ironico, visto che ormai la gran parte delle malattie mentali è giustificabile in termini biologici, genetici o chimici. Ma come si diceva prima, non esiste educazione approfondita in merito, quantomeno in Italia. Quindi continuiamo a vedere la depressione come una malattia romanticizzata che porta a un infinito struggimento o a un’incontrollata tristezza.

Parliamone come ne parlava Ippocrate, che definì la melancolia come “eccesso di bile nera”, come del resto suggerisce la stessa etimologia del termine; rimaniamo a una comprensione totalmente antiquata e inaccurata del disturbo depressivo; persistiamo nella convinzione che l’educazione mentale non sia necessaria se non addirittura dannosa. Continuiamo a pensare che l’autolesionismo significhi “gente triste che si fa male”, per moda o per gusto del dramma. Finiremo, come del resto siamo effettivamente finiti, con milioni di persone (nel mondo sono 300) affette da depressione, che non hanno il coraggio di farsi diagnosticare o di accettare la diagnosi. Intanto i suicidi legati a questo disturbo sono 800.000 l’anno, secondo una stima della World Health Organization. Ma forse sono solo coincidenze, forse avete ragione voi.

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