La ninfomania non ha niente di sexy - The Vision

“C’è un punto di svolta: lo conosco, lo prevedo, so che arriverà, anche se non posso ancora sapere come si presenterà esattamente. Manderà una sua foto, appena ammiccante, o lascerà cadere un particolare che mi farà capire che è sola, disponibile, annoiata? So solo che tra pochi messaggi il gioco cambierà rotta e diventerà conquista. La sfida con me stesso è arrivarci prima, in poche battute, con intelligenza e eleganza, senza che quasi lei se ne accorga. C’è un’economia sessuale che porta a non sprecare energie per altri fini”. È così che Claudio inizia a parlarmi della sua esperienza psicopatologica, che è riuscito a trasformare in un punto di svolta per la sua vita.

La parola “ninfomane” è stata coniata nel 1771 da un medico francese, J.D.T. de Bienville, autore dello studio La ninfomania, ovvero trattato sul furore uterino, e indica esclusivamente l’aumento in misura morbosa dell’istinto sessuale femminile (l’etimo viene infatti da “nýmphē”, ninfa, sposa e “manía”, che non c’è bisogno di tradurre). Parlando con un sessuologo, potreste scoprire più facilmente di quanto pensiate di essere ninfomani, o di aver avuto atteggiamenti del genere senza rendervene conto. Oggi che siamo più politically correct e abbiamo raggiunto, almeno apparentemente, la presunta parità dei sessi, diciamo invece “ipersessuale” – che vale anche per gli uomini – ma a quanto pare neanche la comunità scientifica e gli esperti del settore hanno ancora le idee chiare in materia.

In principio la ninfomania era ritenuta una perversione, poi si guadagnò il titolo di patologia sessuale femminile, per poi perderlo nel 1992, quando l’OMS smise di considerarla tale. Scomparve definitivamente dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV) nel 1995 – o meglio, venne fagocitata all’interno della più ampia categoria dell’ipersessualità, nella quale rientra anche la satiriasi. Ma cosa significa esattamente essere ipersessuali, termine cacofonico quasi quanto “poliamorosi”?

Cercando di mettere insieme le informazioni, l’ipersessualità appare come un disturbo psicologico e comportamentale tale per cui chi ne soffre cerca ossessivamente l’appagamento sessuale, non riuscendo mai a smettere di pensare al sesso e sviluppando una vera e propria dipendenza, secondo alcuni identica a quella dei tossicodipendenti e degli alcolizzati. Il sesso scatena infatti una serie di reazioni chimiche nell’organismo che non ha niente da invidiare agli antidepressivi: l’ipersessuale cercherebbe insomma di fare sesso in risposta a stati di stress, depressione e a disturbi dell’umore. Una sorta di bulimia sessuale. Tranquilli però, aspettate a preoccuparvi: l’ipersessualità può essere diagnosticata se i sintomi sono presenti da almeno sei mesi e soprattutto se inficiano le vostre attività quotidiane (un consiglio valido a prescindere: non masturbatevi in ufficio).

Questa psicopatologia comporterebbe un’attitudine dell’uomo o della donna a essere pronti, in qualsiasi luogo e con qualsiasi persona, a copulare oppure a masturbarsi – a volte in maniera compulsiva – fino ad arrivare ad atti di esibizionismo e voyeurismo. Nei casi estremi può sfociare nel penale. Se è quello che state pensando, le abitudini sessuali attribuite a Louis C.K. possono sicuramente essere ricondotte in questo ambito. E anche il protagonista di Californication, Hank Moody, non è il miglior esempio da seguire (e più in generale nessun personaggio della serie). Comunque, per scoprire se siete ipersessuali o se invece scopate tantissimo e basta, sono stati elaborati esami e test specifici come il SAST, per l’America, e il SESAMO, per quanto riguarda l’Italia.

Oggi la rete è diventata una grande valvola di sfogo per le persone affette da questo disturbo. Non solo attraverso il porno, ma proprio per la possibilità di attuare, attraverso chatapp, comportamenti che nella vita reale risulterebbero inaccettabili a causa della percezione che si ha della propria identità e delle relazioni. Cercare di sedurre in modo seriale e a distanza, per alcuni è diventato molto più di un semplice flirt. È una vera e propria voragine, un “infinite swipe”. Si parte da un primo messaggio per poi arrivare a foto con pose erotiche più o meno esplicite – labbra, clavicole, tette, addome – o a una chiamata Skype mentre si è in trasferta per lavoro. Non ci si sporca, non si entra in contatto fisicamente, eppure siamo sicuri che basti questo a salvarci? Se si vive una relazione di coppia, vale come tradimento? Molti si convincono di no, ma sarei curiosa di chiedere ai/alle loro partner.

Per cercare di calare questo fenomeno nella realtà, dissociandolo dalle definizioni da manuale, che come dicevo restano ancora piuttosto confuse – tanto che c’è chi sostiene che la dipendenza sessuale sia una leggenda, un mito, un sottoprodotto di influenze culturali e sociali – ne ho parlato con un paio di persone che hanno avuto il coraggio e la fiducia di raccontarmi la loro storia.

NINA, 28 ANNI

“La ninfomania è un problema sociale e ha poco a che vedere col sesso, almeno io ho capito questo. Quando ho scoperto al liceo che “isterica” viene dal greco “uster“, utero, mi ha dato molto fastidio, quasi ribrezzo. Le donne sono fatte coincidere con il loro utero, la loro figa. E spesso sono “isteriche”. Da allora questa immagine orrenda mi perseguita spesso. Ma in realtà io non sono isterica, sono borderline. Ovvero: i miei sono momenti o “picchi ninfomani” durante periodi di comprovata depressione.

Boderline in psichiatrese. Io qui lo chiamerò “il mood liminale”. Liminale, dice la Treccani è un: “Fatto o fenomeno che è al livello della soglia della coscienza e della percezione,” e io in quei momenti mi sento esattamente così, mi metto in una situazione limite ma la vivo con consapevolezza, cerco volutamente una zona rossa, anche pericolosa, ma la gestisco vivendomi con un occhio esterno. È un meta-teatro individuale che mi serve a esperire delle cose. Questo è il borderline nella mia bio.

Ho riconosciuto di essere stata ninfomane quando ho cominciato a intaccare le mie relazioni e la mia salute, oltre ad aver messo in pericolo la mia vita per il sesso, quando chiaramente non stavo bene. Mi è capitato soprattutto quando vivevo all’estero, lontano da casa e dagli amici, quando mi sentivo socialmente estranea, straniera e non potevo giocare tutte le mie carte. Sentendomi privata di una parte del mio fascino e della mia espressività, bastava un attimo perché crollasse la stima che avevo di me stessa.

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L’autostima in alcuni periodi può rischiare di esaurirsi da un momento all’altro, e se già di tuo sei giù, la Grande Metropoli non può che stroncarti. Lo diceva anche Baudelaire. A volte ho raggiunto livelli di autostima talmente bassi da credere di non poter aspirare a un uomo decente e di non poter essere amata e questo mi ha portata a cercare partner esclusivamente sessuali, e alla fine la popolazione intera è diventata ai miei occhi un possibile partner.

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Ninfomania per me è un malessere cerebrale travestito da bisogno animale. Ci sono state tre volte in cui ho raggiunto il limite: una volta mi sono vestita da zoccola e mi sono messa in mezzo alla strada a battere. Ero all’estero, in una grande capitale, sapevo che tutto sarebbe rimasto là. Ho rischiato, ma non mi è successo assolutamente niente. Il tipo, dopo il sesso, si è messo a guardare i Griffin.

Un’altra volta un pazzo bellissimo mi è venuto a prendere all’università con la Delorean e col vento gelido del Nord Europa tra i capelli biondi di entrambi. Mentre la drum ’n’ bass picchiava duro gli ho chiesto: “Where are we going?”. E lui mi ha risposto, senza espressione e senza distogliere lo sguardo dalla strada: “In the middle of nowhere”. Giuro. Siamo finiti in un bosco, tra le fabbriche alla Twin peaks. Io nuda a gambe aperte sulla sua macchina, e il giorno dopo l’otite.

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Un’altra volta ancora ho fatto sesso con tre ragazzi su un peschereccio, tra ami e reti da pesca, fino all’alba. Per non parlare di tutte le volte che sono finita a casa di soggetti piuttosto sfigati in periferia, ma quelle sono meno poetiche. C’è in me molto godimento nel degrado, e questo credo che accomuni tutte le ninfomani: il piacere di sentirsi delle contessine Julie che si divertono a sporcarsi di notte per noia. Poi torniamo casa a lavarci, ci mettiamo a letto tra le coperte profumate, facciamo i bei sogni e tutto torna rosa. A distanza di tempo ripeschiamo in quella memoria, come un serbatoio da cui attingere per uso autoerotico.

Poi ci si fa anche tanto schifo.

I porno e la masturbazione compulsiva sono altri elementi che caratterizzano la vita di una ninfomane o di una ninfomane potenziale. Il mio primo fidanzato mi ha messo davanti a un porno dove Paris Hilton faceva un pompino e mi ha detto “Si fa cosi”. Ho pianto per due giorni, chissà perché, poi mi sono adattata. Ho capito presto che gli uomini sono esigenti.

Spesso mi chiedo: se già è così difficile piacere se sei bella, quelle che sono più cesse di te, cosa fanno? Quelle un po’ più larghe di te dove vanno a vestirsi, come fanno a vivere, come fanno a soddisfarsi? Sono ninfomani anche loro? Sono ancora più ninfomani di te? Avrei voluto essere bella, bellissima, avrei sempre barattato tutte le altre qualità per quella, avrei sempre voluto piacere, piacere tanto e a tutti, essere un sogno erotico di massa, un sogno erotico universale e galattico.

Detto questo, a me parlare di sesso annoia terribilmente e mi fa passare pure la voglia”.

CLAUDIO, 50 ANNI

“Non importa chi sia lei davvero, in questo momento ce ne possono essere altre due, tre, ciascuna al proprio livello di preparazione, ciascuna con parole specifiche, strategie mirate. Le sento pian piano svelarsi, desiderare una mia attenzione. Occorre ci sia un ritmo nel ricevere i loro messaggi, se sono lenti, se ci sono troppi vuoti, decido di sollecitare o di introdurre una nuova conversazione con una nuova conoscenza che riempia quei silenzi.

Non deve essere troppo facile, non deve essere un gioco a carte scoperte. Il percorso conta più del risultato. Il risultato – diciamolo subito – non sarà un incontro, non sarà sesso. Sarà il momento in cui lei dirà “vorrei” e io “peccato, non posso”. Il punto di fusione del desiderio. Mi basta, mi serve questo. Il percorso, quello, mi appaga.

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La masturbazione è una via per capire la mente di una persona: come lo fa, quanto, dove, con quale pensiero. Il resto è uno spiare. Sono molto visivo, attribuisco importanza alla foto di un seno, di un pube, ai dettagli di un corpo e alle abitudini della sua cura. Preferisco la foto del cassetto delle mutande, a quella di quelle stesse mutande indossate.

Il gioco perde presto interesse, la parte appagante è quella in cui si accelera, uscendo in curva. Il resto subito è noia, mostro che richiede altre vittime, narcisismo allo stato puro, dopamina della fase iniziale.

Io non mi scopro mai, non lascio accessi. Sono quello dietro le quinte, sulla sedia alta del bagnino, dietro il muro del castello. L’ho fatto solo una volta, di lasciare il portone aperto. 2010, credo. Lei è entrata. Ha preso le chiavi. Ha girato per le stanze, aperto tutti i cassetti. Mi ha messo davanti a uno specchio. Lei alle spalle, a toccarmi il corpo e la mente. La pancia, sede delle vere scelte. Mi sono sentito vuoto, idiota e inutile nelle mie false conquiste. Non ho più giocato. Ci ho messo anni a rimettere ordine dopo il casino che ha lasciato”.

Qual è il limite una volta superato il quale si sconfina nel patologico? Leggendo la storia di Claudio, ho pensato molto a un libro di David Grossman, Che tu sia per me il coltello. La vicenda è abbastanza simile, solo che c’è esclusivamente una donna, e solo che le chat sono lettere, quindi le tempistiche sono forzatamente diverse. Anche questo è un limite, e come tutti i limiti è erotico. Anche questa è una regola, e come tutte le regole è erotica. La differenza è che, mentre l’uomo conduce le danze, accumula farfalle, la donna sembra aprirsi indiscriminatamente per essere presa, accettata. È dunque all’apparenza probabile che da questi comportamenti esca ferita, usata. Allora forse non è così corretto omologare le patologie dei sessi, visto che mi sembra nascano e si evolvano diversamente. Quel che sembra sicuro è che entrambi vivono la faccenda con un costante senso di colpa: colpa per essersi fatti del male, colpa per aver usato un’altra persona, colpa nei confronti delle persone che amano, eppure da questo senso di colpa non riescono a liberarsi, perché il desiderio è più forte di loro.

È così anche l’amore, il sesso, la seduzione diventano un’arma e una trappola, trasformandosi in una malattia.

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