#metoo è l’hashtag simbolo della recente campagna contro le molestie sessuali lanciata dall’attrice Alissa Milano su Twitter: “Se tutte le donne che sono state molestate o aggredite sessualmente scrivessero ‘anche io’ come stato, potremmo dare alla gente un’idea di quanto è grande questo problema”. La risposta è stata immediata: più di mezzo milione di utenti hanno condiviso la loro esperienza sui social – a cui si sono accodati gruppi omosessuali per denunciare lo stesso tipo di atteggiamento subito sul posto di lavoro. È addirittura uscita allo scoperto una controparte maschile con un mea culpa pubblico rilanciando con l’hashtag #ihave per confessare gli abusi commessi.

Finalmente è chiaro a tutti che la pratica della mano moscia, delle allusioni moleste o della pretesa di sesso da parte del più o meno potente di turno, è diffusa in modo capillare tanto tra i big dei red carpet quanto tra le piccole compagnie di teatro di paese.

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E invece no, non è chiaro proprio per niente. Le polemiche si accendono in pochi giorni e come spesso accade sui social il piano del dibattito si sposta in modo sempre più ambiguo da “i molestatori devono morire” ad “Asia Argento e altre come lei sono state zitte perché non si sputa nel piatto in cui mangi, e se le molestie le hanno subite, in cambio hanno pur ottenuto un ruolo in un film di tutto rispetto”.

Purtroppo è evidente che quando s’accende il dibattito sulle molestie sessuali, in Italia restiamo sempre fermi sulla linea della minigonna che giustifica il peccatore. Ma perché, ancora oggi, è tanto difficile ammettere, senza rettifiche, che la parte lesa sia la vittima e non una furba seduttrice? Forse perché nemmeno le vittime in questione sanno di poter essere considerate tali. Tant’è che molte delle donne che con foga si accendono su Facebook o Twitter, condividendo la dichiarazione di questa o quella celebrità, si smarriscono di fronte alla domanda diretta: “E a te è mai capitato”?

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In particolare, ponendo la stessa domanda alle colleghe attrici – quelle del mondo reale, quelle del mondo meno sfarzoso del cinema, il teatro, quelle che viaggiano in seconda classe col trolley che ormai è il prolungamento del loro braccio, da nord a sud in cerca del provino fortunato, quelle che insomma non sono abituate a rilasciare dichiarazioni ufficiali davanti ai media e a schiere di microfoni – non si ottiene nulla se non un silenzio imbarazzato e incerto, e risposte che più o meno suonano così: “Molestie in ambito teatrale? No, ma va, nulla di serio. A volte è capitato che… ma non era niente di pesante.”

Solo andando avanti nelle interviste e incappando nelle loro storie ci si rende conto che quell’essere reticenti nasconde un pudore inquietante e anacronistico. Cosa intendono per “serio” o “pesante”? Dove sta il limite che separa la molestia da una comportamento accettabile? Se qualcuno ti tocca il culo è molestia? O lo è se lo fa ripetutamente? O solo se lo fa in modo violento e visibilmente offensivo? Fino a dove si può spingere un collega o un datore di lavoro prima che l’attrice si senta legittimata a parlarne senza il disagio di sentirsi impropriamente una vittima? Dobbiamo davvero arrivare allo stupro per poter denunciare?

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«Mi ero da poco diplomata in Accademia», racconta Caterina, giovane attrice di teatro, «ingenuamente mi sono iscritta ad uno di quei workshop che solo con l’esperienza inizi a scartare, di quelli a pagamento con la promessa di una selezione ed eventuale ruolo nello spettacolo di prossima produzione. Non so se si possa parlare di molestia… il primo giorno il regista consegna a tutte le partecipanti la scena da studiare per il giorno dopo, tranne a me, a me chiede di preparare la scena dove il personaggio fa lo spogliarello, dicendomi che ha intuito – e le scappa un sorriso nervoso mentre lo dice – che avevo bisogno di “sciogliere le briglie” per “migliorare la mia recitazione”. La sera stessa mi invita a cena per parlare di questi miei blocchi d’interpretazione e io ne sono anche lusingata perché penso di avere buone chance per le selezioni. Lui continua a farmi complimenti e mi regala dei fiori dicendo che sarei perfetta per la parte, solo che dopo qualche giorno scopriamo tutti che i ruoli erano assegnati da un mese ad altri attori e che le prove per lo spettacolo volgevano al termine. Intanto il regista in questione continuava a fare soldi con i finti workshop e a regalare mazzi di fiori – non ero la prima, ho scoperto – alle attrici che speravano semplicemente in un contratto di lavoro.»

«A me non è mai capitato nulla di grave», mi risponde Alice, «solo ogni tanto mi infastidisce che durante “la merda” – il rito propiziatorio degli attori che consiste nel ripetere “merda, merda, merda” all’unisono, seguito talvolta da una pacca sul sedere – n.d.r – gli uomini della compagnia ne approfittano per palpeggiare le chiappe in un modo che ti fa entrare in scena più infastidita che motivata. Per non parlare di quelli che con la scusa di aiutarti a sistemare il microfono ad archetto e a nasconderlo sotto i costumi di scena se ne stanno mezz’ora a toccare di qua e di là lamentando di non riuscire proprio a fissarlo come si deve.»

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«Cosa ti devo raccontare?» mi dice Serena facendosi un po’ cupa. «Se vuoi ti racconto di quando, appena diplomata, sono andata a un colloquio conoscitivo con un attore-regista genovese. Avevo 21 anni. Ci siamo incontrati in un bar, poi mi ha chiesto di salire da lui per “visionare del materiale”. Ci siamo seduti al computer e mentre mi mostrava alcuni suoi disegni mi ha preso la mano e se l’è messa sul pacco per farmi sentire quanto lo facessi eccitare. Io mi sono gelata e mi sono messa a tremare; lui mi ha guardata e mi ha detto che se una come me, col visino pulito, voleva fare l’attrice, bisognava almeno che ritrovasse il suo spirito dionisiaco. Al che ha fatto per baciarmi e io con una scusa sono riuscita ad andarmene. Ovviamente, col tizio in questione, non è mai seguito nessun lavoro. Ma ricordo bene che quando lo raccontai al mio ragazzo del tempo voleva lasciarmi perché in qualche modo, diceva, dovevo averlo provocato io, non poteva credere che non fossi stata in grado di reagire.»

Francesca invece mi racconta di quella volta che le proposero di fare l’assistente per un laboratorio in una piccola scuola in toscana. «Io prendo il treno e ci vado. La scuola sta in un posto dimenticato da Dio. E una volta arrivata mi accorgo che al laboratorio non c’è nessuno. Mi avevano chiamata giorni prima per farmi “ambientare”. Nel frattempo avrei dovuto pernottare in una camera che per mancanza di fondi – perché si sa che in teatro ci si deve arrangiare e che non siamo mica a Hollywood – era la stessa dell’altro insegnate di teatro che mi aveva contattato. Non aveva nemmeno rifatto il letto. E di letti ce n’era uno solo. Matrimoniale.»

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«Ho avuto una storia con un regista molto più grande di me, poteva essere mio nonno,» confessa Elisa, «ai tempi era un mio insegnante e ho scoperto dopo che era sposato e che prima di me aveva avuto tante altre storie con delle allieve, più o meno una a ogni stage che organizzava. In particolare mi rimase impressa questa frase: “Quando ti ho conosciuta ho fiutato la tua fragilità e sapevo di poter andare a colpo sicuro”. Le giovani attrici innamorate del teatro si lasciano facilmente plagiare dai maestri innamorati delle giovani attrici. E una volta mi fece persino un elenco delle altre allieve del mio corso che si sarebbe volentieri portato a letto e che trovava sexy. Durante il periodo della nostra storia iniziò una collaborazione anche sul piano lavorativo. Poi finì la storia e finì il lavoro.»

Altre attrici, alcune inserite da anni nel mondo del lavoro, raccontano, come avances da parte di registi, direttori artistici, colleghi fossero la normale routine. Palpatine, baci sul collo, commenti volgari, battute. D’altra parte, in un mondo dove si lavora col corpo e le barriere della distanza fisica si assottigliano, è facile confondere i piani, mescolare il lavoro e la ricerca con i desideri personali, sfruttare una posizione di potere per correggere una postura e intanto sistemare le mani dove fa più piacere. Le occasioni di ritrovarsi da soli al buio dietro le quinte sono frequenti, oppure in una stanza davanti a un regista che decide del tuo futuro lavorativo e ti chiede, “per vedere se sei un’attrice coraggiosa”, di rimanere in mutande “perché l’attore dev’essere generoso, perché l’attore deve sacrificarsi, perché l’arte, perché anche il disagio è un’emozione, perché sei in un luogo protetto, non ti preoccupare”.

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D’altra parte oggi ci siamo abituati a tollerare. Se qualcuno sente il bisogno di denunciare orari di lavoro pesanti o paghe ridicole in realtà si sta lamentando e non ne ha nessun diritto, visto che c’è gente che non lavora e che “se fossi al tuo posto lo farei gratis!”. Non è anche questa una forma di molestia? Non rientra anche questo atteggiamento in quella fascia sfumata del ricatto e dello scambio sottinteso?

Continuiamo pure a far rientrare tutto nella normalità, a percepire il dissenso come debolezza.
Lo aveva pur detto Shakespeare: “Fragilità, il tuo nome è donna”. Chissà se Alessandro Haber ci pensava, mentre durante le prove dell’Otello per la regia di Nanni Garella del 2011, dovendo per esigenze di copione baciare Desdemona, decise di usare un approccio più realista, invece di fingere, com’è d’uso, lo scambio amoroso. Secondo quanto fu riportato allora da La Stampa, forse, si era solo calato troppo nella parte, ma la giovane attrice infuriata rispose con uno schiaffo. Il sessantacinquenne Haber replicò schiaffeggiandola a sua volta e rivolgendole insulti – non fu chiaro se sempre calato nella parte del personaggio o tornato bruscamente alla realtà. Sta di fatto che per ironia della sorte, dovette intervenire Jago, “il malvagio”, interpretato in quell’occasione da Maurizio Donadoni, per sedare il tumulto.

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Secondo il comunicato ufficiale di quanto avvenuto, La Cooperativa Nuova Scena – Teatro Stabile di Bologna decise di risolvere con effetto immediato il rapporto di lavoro con l’attore come “conseguenza dei gravi comportamenti tenuti nel corso delle prove dello spettacolo nei confronti di Lucia Lavia. Per tutelare con forza, la sua dignità di giovane donna e di attrice, Lucia Lavia ha dato mandato al proprio legale, avvocato Francesco Brizzi, di presentare querela nei confronti di Alessandro Haber,” supportata anche da una famiglia (Lavia-Guerritore) piuttosto importante nel panorama artistico italiano che le permise di manifestare il proprio dissenso senza rischi di carriera o ripercussioni.

Dalla stampa non si riesce a ricavare quali siano stati gli sviluppi processuali della controversia tra Lavia e Haber, mentre risulterebbe, secondo quanto riportato nella biografia di Haber su Windoweb,  che quella tra attore e Compagnia teatrale giunta in sede giudiziaria, si è conclusa bonariamente avanti al Tribunale del Lavoro di Bologna”. Considerando i numerosi incarichi che l’attore ha ricevuto dopo quello scandalo 28 progetti tra film e cortometraggi anche questa vicenda si è risolta dunque senza gravi conseguenze.

“Molto rumore per nulla”, insomma, perché tra baci, schiaffi e guerre di potere, quando il silenzio cala nuovamente sulle platee, il solo grido che conta è: the show must go on!

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