I professionisti dell'indignazione stanno rovinando la società - The Vision

Quando ho visto per la prima volta Fight Club era già diventato un cult. Avevo diciassette anni e ricordo di averlo trovato molto noioso. Sarà perché quando hai tante aspettative è più facile deluderle, sarà perché non ho mai trovato interessanti i film che si presentano come una fonte di citazioni da usare come bio su Facebook, ma tant’è. Di tutto il film l’unica cosa che ricordo è quella frase iconica di Brad Pitt, pronunciata attraverso un megafono: “You are not a beautiful and unique snowflake; you are the same decaying organic matter as everyone, and we are all part of the same compost pile”.

A imprimerla nella mia memoria avranno contribuito sicuramente i vari ed eventuali riutilizzi che ne sono stati fatti, grazie al suo facile e allettante nichilismo da discount, ma evidentemente non è successo soltanto a me, dato che è tornata in auge recentemente battezzando nientemeno che una nuova tendenza socio-culturale della tanto bistrattata Generazione Y, o Millenial Generation. Con l’espressione snowflake generation però, in aggiunta al principio di base palahniukiano che ben si presta a scritte su muri e magliette, indichiamo un concetto che va ben oltre a un semplicistico relativismo ontologico di fondo.

L’espressione “Snowflake Generation” figura nella top 10 2016 del dizionario Collins, accanto a parole come “Brexit” e “Trumpism”. La definizione è molto chiara e riassume perfettamente tutte quelle accuse mosse ai millennial negli anni, dall’essere choosy al preferire un investimento in toast all’avocado invece che risparmiare per il mutuo di una casa. “Mancanza di resilienza”, altro binomio fondamentale nei recenti dibattiti sul futuro del pianeta, in questo caso declinata come eccessiva inclinazione all’offesa, manifestata attraverso una serie di iniziative individuali e collettive volte alla sensibilizzazione del genere umano verso temi sociali che fino a ora erano stati trascurati, o che semplicemente non erano ancora emersi.

I millennial sono un po’ permalosi. Insomma, la generazione “Fiocco di neve” è figlia di un’educazione e di una serie di contingenze che l’hanno spinta ad autodefinirsi come insieme di esseri unici e ipersensibili a ciò che potrebbe in qualche modo mancare di rispetto alle loro rivendicate peculiarità. Non è difficile immaginare quindi che questa espressione sia stata prontamente utilizzata con sfumature dispregiative. L’alt-right, termine coniato dal nazista Richard B. Spencer per definire la nuova estrema destra americana che ha fatto di anime, meme e fascismo un movimento politico, per esempio, nel suo ampio e articolato vocabolario dell’odio e della derisione — come non ricordare SJW (Social Justice Warrior), ovvero chi si batte per i diritti civili di tutte le minoranze, o libtard ( “liberal” e “retard”), versione americana di sinistronzo — ha inserito snowflake per ridurre a uno stereotipo culturale i detrattori di Trump, così concentrati sul loro essere delicatamente speciali e predisposti all’indignazione da non poter tenere testa al maschio alfa per eccellenza.

Al di là della becera tendenza dell’alt-right a screditare qualsiasi oppositore del movimento sessista, razzista e machista, la questione Generazione Fiocco di Neve porta alla luce un aspetto interessante e complesso della contemporaneità, e a tratti anche inquietante e pericoloso, perché volto a istituire e a imporre in alcuni casi una norma che non è detto garantisca necessariamente una maggiore libertà. Se da un lato il maschio alfa trumpiano impone il suo dominio con violenza spregiudicata e oppressiva, dall’altro il giovane snowflake promulga un’inclinazione alla censura e alla limitazione della libertà di espressione in favore della sua politica in difesa della sensibilità. L’esempio più lampante di questa battaglia per l’ipersensibilizzazione della società è senza dubbio quello della lingua gender-sensitive: ci sono università nel mondo anglosassone che minacciano di abbassare voti a chi non usa termini ed espressioni gender neutral, creando un cortocircuito distopico in cui si propone un modello libero e rispettoso che si applica attraverso norme e divieti.

Sempre a proposito di censura e divieti: la sensibilità degli studenti di lettere della University of Pennysilvania era così urtata da un’immagine di Shakespeare, poeta ritenuto razzista e misogino, affissa nella hall del dipartimento da imporre la sua rimozione e sostituzione con la foto di Audre Lorde, poetessa lesbica e femminista africana. Siamo davvero tanto sicuri del valore che ha il sostituire al più grande poeta e drammaturgo inglese che sia mai esistito questa poetessa? Non è forse attraverso le sue poesie e le sue parole che questa scrittrice dovrebbe essere acclamata, invece che come icona?

Nel mio quotidiano e perverso peregrinaggio su internet mi sono ritrovata a soffermarmi con particolare attenzione su una realtà, quella della Body Positivity e dei suoi sostenitori. Partendo da un presupposto a mio parere più che condivisibile, che comprende l’accettazione del difetto estetico, il rifiuto dei canoni irraggiungibili imposti dall’industria della moda e dai media e la battaglia per la verità a favore della diversità, la Body Positivity è forse una delle conseguenze più tangibili della generazione fiocco di neve. Il ragionamento di base fondamentale è proprio la percezione di sé in quanto essere unico e speciale, forte dei propri difetti e delle proprie stranezze che diventano anzi un vanto e una bandiera da sventolare. Questa unicità va difesa con i denti e con le unghie, a tutti i costi, anche quando è sintomo di un problema più grave di un semplice difetto fisico, come per esempio l’obesità. La lotta per l’autoaffermazione diventa in fretta ostinata negazione e tutto ciò che le va contro viene battezzato con il comodo suffisso shaming.

Così il modo in cui i medici e le persone che ti stanno intorno cercano di farti capire che l’obesità non è un pregio da sbandierare ma un problema che a volte si può risolvere viene prontamente etichettato come fat-shaming. Si arriva al punto di accusare i medici, sostenendo che i “magri” si reputano in una condizione moralmente superiore e via a stilare liste di cose da non fare nei confronti dei ciccioni. Dire davanti a una persona grassa che ci si sente grassi, ad esempio, è un reato di fatshaming, così come è un insulto alla sensibilità di un individuo sovrappeso sostenere che sia bello o bella nonostante la sua diversità, che da un lato va sottolineata con orgoglio, ma dall’altro è a tutti gli effetti un tabù. Invece di liberarci dall’asfissiante pressione che grava sul corpo femminile, che deve sottostare a certe regole ben codificate, si finisce per alimentare ulteriormente questa tendenza, creando un’opposizione che di fatto reitera il problema di base, confermando l’esistenza di uno standard contro cui affermarsi e quindi, in sostanza, lo rafforza.

La Snowflake Generation rischia con la sua determinata intenzione a stabilire regole e divieti di diventare una sorta di paladina di una metaforica Santa Inquisizione dove qualsiasi mancanza di rispetto al dio delle diversità generi un patibolo di esecuzione per il colpevole di un generico shaming. Quello che dovrebbe essere uno stimolo a una presa di coscienza nei confronti delle caratteristiche e della sensibilità di ogni individuo diventa una caccia alla strega verso un nemico non meglio identificato. Perché persino una postura sbagliata su un mezzo pubblico può diventare qualcosa di concreto nel momento in cui gli diamo un nome, come è successo con il manspreading. Come si fa a teorizzare, e di conseguenza a condannare, una postura identificandola come prerogativa unicamente maschile quando in gioco ci sono miliardi di fattori che possono incidere? Suggerirei che forse questa è una visione che paradossalmente alimenta la disparità tra i generi, considerandone uno arbitrariamente più vittima dell’altro – o degli altri – in un contesto in cui essere uomo o donna c’entra di fatto ben poco e dove si dovrebbe semmai agire sull’educazione e sul buonsenso del singolo individuo, indipendentemente dal suo genere.

E dunque, questa ipersensibilità, questo desiderio di generare a tutti i costi etichette che danno vita a cose che fino a un attimo prima non esistevano (come nella migliore tradizione biblica), questa incapacità di accettare critiche e di pestare i piedi di fronte a chi si permette di controbattere, annullando ogni scontro dialettico, è forse il segno di una inquietante immaturità che alimenta la marginalità delle minoranze, piuttosto che favorire l’integrazione. Insomma, come può questa generazione di candidi fiocchi di neve portare avanti le sue battaglie, spesso legittime, se per farlo sente il bisogno di scagliarsi contro un’immagine di Shakespeare? Forse i più grandi nemici dei fiocchi di neve sono i fiocchi di neve stessi, che fanno della loro sensibilità un’arma contro il dialogo, di fatto unico vero antidoto all’intolleranza.

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