Come le persecuzioni di Mussolini hanno creato la prima comunità gay d’Italia - The Vision

Una delle cose che più mi fa uscire di testa quando si parla di Benito Mussolini è la frase “però ha fatto anche cose buone”. Sarà perché di cose buone in realtà non ne ha fatte, o sarà perché chi ripete questo mantra nella maggior parte dei casi non saprebbe nemmeno collocare storicamente il fascismo, fatto sta che anno dopo anno faccio sempre più fatica a sopportarlo. Per riassaporare – seppur in maniera annacquata – il clima che si respirava durante il Ventennio, basta aprire un giornale e leggere di testate sul naso a giornalisti, sit-in contro le redazioni a suon di croci celtiche, irruzioni di stampo xenofobo in proprietà privata e aggressioni a ragazzi colpevoli di cantare Bella ciao. Tutti episodi di cronaca recenti, alimentati dal disagio sociale e in particolare concentrati su quell’ossessione per il decoro, l’ordine e la pulizia che caratterizzava anche l’epoca del fascismo – e a cui molti fanno riferimento quando ripetono quel “però ha fatto anche cose buone”. Volendo setacciare la politica mussoliniana alla ricerca di quelle fantomatiche “cose buone”, si trovano in realtà fenomeni che non possono che aggravare il giudizio negativo nei confronti del fascismo. Uno di questi è la crociata anti-omosessuali messa in pratica dal duce negli anni Trenta.

Da “Una giornata particolare” di Ettore Scola

Il Codice Rocco, promulgato nel 1930 dall’allora guardasigilli di Mussolini e tuttora in vigore, non conteneva una specifica normativa omofobica. Questo lo differenziava, ad esempio, dal testo tedesco, che perseguiva in modo esplicito i gay. Nel 1927, quando il codice italiano era ancora in fase di bozza, Alfredo Rocco aveva inserito l’articolo 528, che prevedeva per i “colpevoli di relazioni omosessuali” la detenzione fino a tre anni. Alla fine si decise di togliere la norma, e il motivo non fu certo l’improvvisa apertura mussoliniana ai diritti: prevedere il reato di omosessualità significava ammettere l’esistenza dei gay in Italia e questo era considerato inaccettabile. “La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché per fortuna e orgoglio dell’Italia il vizio abominevole che ne darebbe vita non è così diffuso tra noi da giustificare l’intervento del legislatore”, spiegava in una nota la Commissione Appiani, chiamata a esprimersi sull’attuazione del nuovo codice. Sull’omosessualità in Italia ci si tappò gli occhi, ma per stare tranquilli la Commissione aggiunse che “nei congrui casi può ricorrere l’applicazione delle più severe sanzioni relative ai diritti di violenza carnale, corruzione di minorenni o offesa al pudore”. Nel caso ci si fosse imbattuti in un omosessuale, insomma, ci sarebbe comunque stato modo di procedere.

Per quanto l’Italia, da quel che dicevano le istituzione fasciste, non fosse un Paese per omosessuali, nel corso degli anni Trenta centinaia di persone vennero arrestate, schedate e incarcerate per questo motivo. Con l’espediente dell’”offesa al pudore” citata dalla Commissione, in quegli anni vennero messe in moto vere e proprie squadre anti-gay che lavoravano in incognito, pedinando e intercettando, con il solo fine di incastrare queste persone e di arrivare a una loro condanna. Se i più fortunati se la cavavano con un’ammonizione o con brevi periodi di detenzione, per oltre trecento omosessuali italiani la pena fu il confino. Ventotene, Ustica, Favignana: queste alcune delle isole dove venivano spediti, con reclusioni che potevano durare fino a cinque anni. Ma se con le sue regole stringenti, le censure e i coprifuochi, la detenzione rese la vita dei confinati un vero e proprio inferno, ci fu un caso in cui il provvedimento fascista si trasformò in un’esperienza di libertà. Accadde a San Domino, piccola isola delle Tremiti, dove 45 confinati catanesi, nel 1939, diedero vita, di fatto, alla prima colonia gay della storia italiana.

Isola di San Domino

“La piaga della pederastia in questo Capoluogo tende ad aggravarsi e generalizzarsi perché giovani finora insospettati, ora risultano presi da tale forma di degenerazione sessuale sia passiva che attiva che molto spesso procura loro anche mali venerei”, scriveva il 20 gennaio 1939 Alfredo Molina, questore di Catania e figura di riferimento nella lotta all’omosessualità durante in fascismo. “Ritengo indispensabile, nell’interesse del buon costume e della sanità della razza, intervenire con il provvedimento del Confino di Polizia ad adottarsi nei confronti dei più ostinati”. Fu così che Filippo, Girolamo, Marcello, Gioacchino e altri arrusi catanesi vennero trasferiti sull’isola delle Tremiti a partire dal maggio di quell’anno. Le loro storie sono ricostruite da Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio nel libro La città e l’isola, omosessuali al confine nell’Italia fascista, pubblicato da Donzelli Editore. I confinati a San Domino vivevano in condizioni terribili: non esistevano case private nelle quali abitare e la notte la trascorrevano rinchiusi in grandi camerate prive di servizi igienici. Fuori c’erano i carabinieri che di giorno li controllavano a vista, mentre di sera chiudevano a chiave le stanze e lasciavano l’isola, per poi fare ritorno la mattina dopo.

“Non esistevano fognature o gabinetti, neanche nei cameroni. Tutti i rifiuti erano lasciati in mezzo alle strade […] La tubercolosi era ben attestata. Il cibo era poco e di scarsa qualità, con effetti deleteri sulla salute dei confinati”, raccontano Goretti e Giartosio. Se le condizioni igienico-sanitarie non mutarono nel corso dei mesi di prigionia, con il tempo i regimi di controllo si attenuarono e per i prigionieri dell’isola il confino si trasformò sempre più in un’occasione di emancipazione. Il fatto di trovarsi su una piccola isola di soli omosessuali fece sì che ognuno potesse comportarsi come riteneva più opportuno, senza la necessità di reprimere i propri comportamenti o di nascondere le proprie inclinazioni tramite tutti quei sotterfugi che avevano caratterizzato la loro vita a Catania.

Isola di San Domino

“Sull’isola puoi finalmente essere un arrusu, esserlo apertamente dalla mattina alla sera, tranne per un particolare: non puoi fare una delle principali cose che un arrusu fa, ciò che, in un certo senso, lo definisce – non puoi andare col maschio”, spiega una testimonianza nel libro. “O non potresti. Perché poi, il modo si trova”. Fu così che l’isola divenne teatro di corteggiamenti, adulazioni e innamoramenti, che coinvolsero anche i carabinieri di guardia. Aldo, uno dei prigionieri, racconta di un catanese che era oggetto di invidia perché aveva una relazione con uno dei sorveglianti: stavano sempre insieme, l’uno cucinava per l’altro, lo accudiva e in certi momenti della giornata “facevano qualche cosa”. In altri casi le storie d’amore nascevano tra i confinati stessi, tra liti, passioni e gelosie che finivano non di rado in rissa – e addirittura a coltellate – e relative sanzioni. Col tempo anche i pochi abitanti originari dell’isola cominciarono ad abituarsi alla presenza degli omosessuali: si creò un clima di integrazione che vedeva spesso i confinati lavorare per i commercianti locali. C’era Filippo che teneva le mucche a qualche isolano o andava in giro a raccogliere fichi per rivenderli in paese; Marcello dava una mano allo spaccio dell’isola, mentre altri andavano per funghi, o facevano la carbonella da rivendere agli isolani. E poi c’era Peppinella, che si ritrovò a fare il sarto addetto alle divise dei carabinieri di stanza a San Domino. Senza volerlo, Mussolini aveva dato luogo alla prima località gay friendly d’Italia.

Il 28 maggio del 1940 il capo della polizia Bocchini, in accordo con il Duce, stabilì la fine del confino a San Domino. La motivazione era semplice: l’Italia era in guerra, servivano uomini e spazi di detenzione. Il 7 giugno i confinati lasciarono l’isola e, a sorpresa, lo stato d’animo di molti di loro non fu dei migliori. Come racconta Peppinella “alcuni [di noi] al momento della partenza scoppiarono a piangere. In fondo, si stava meglio là che qua. Se eri femminiella non potevi manco uscire fuori di casa”. San Domino per mesi divenne un’isola deserta, poi fu trasformata, l’autunno successivo, in un campo di internamento dove vennero reclusi politici anti-regime ed ebrei.

Nel corso dei decenni il legame tra l’isola di San Domino e la comunità omosessuale non è stato dimenticato. Nel giugno del 2013 si sono tenute le commemorazioni delle deportazioni fasciste operate ai danni degli omosessuali, e alcune associazioni hanno deposto una targa alla memoria di quei giorni. Sono passati ottant’anni da quando San Domino è stata la casa-prigione di centinaia di omosessuali italiani. Ottant’anni durante i quali molte cose sono cambiate nel nostro Paese: è nato il movimento LGBT e sono state riconosciute per legge le unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio

Passi avanti da una parte, ma dall’altra, ancora oggi, nel 2017, sono costretto a leggere dello sportello anti-gender inaugurato a Potenza, del raid contro un omosessuale a Milano o, ancora, dell’attenzione che l’editoria ancora dedica alle idee retrograde di Adinolfi – personaggio che sostiene che i “circoli Lgbt sono la colonia del male” e che ha definito il Festival di Sanremo “un momento di propaganda gay”. E mi rendo conto che, quasi un secolo dopo il fascismo, l’omofobia non è affatto solo un ricordo.

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