Perché ho smesso di indossare il velo islamico - The Vision

Ho portato il velo per tanti anni, fin da giovanissima. Ci credevo. Ci credo ancora in realtà. Ma un giorno, per la precisione 13 mesi fa, ho smesso di portarlo. Fine.

Al liceo e all’università indossavo il hijab. Indossando il hijab mi sono laureata due volte, ho lavorato e ho vissuto 27 anni di vita. Senza hijab sono ancora viva, i miei genitori mi vogliono ancora bene e la mia vita scorre come sempre tra i soliti alti e bassi. Non è successo niente di particolare per farmi prendere questa decisione, nessuno mi ha obbligato – né prima, né dopo – nessuno ha cercato di farmi cambiare idea, è semplicemente accaduto, una combinazione di cause interne ed esterne ha fatto sì che succedesse. È stata una semplicissima azione, come respirare, camminare, giudicare, fare supposizioni, elaborare teorie complottiste e psicanalizzare le vite altrui.

Mona Eltahaway

Avevo finito da poco l’università e cercavo di entrare nel mondo del lavoro, dove senza tanti giri di parole mi si faceva capire che quello che indossavo per coprire i miei capelli era un accessorio di troppo e poco gradito. È così che ho iniziato a maturare dei dubbi, dubbi che mi facevano sentire in colpa: non portavo abbastanza rispetto per quello che per me è un simbolo di fede e di rispetto incondizionati. Non mi riconoscevo più allo specchio, volevo un lavoro ma soprattutto volevo continuare a onorare quella che è una grande parte di me: la religione. Non voglio rendermi invisibile perché porto il velo. In questi tempi difficili il mondo ha bisogno di vedere concretamente attive  le donne musulmane, con o senza hijab. Così mi sono convinta che alla fine la fede sia qualcosa che vive nella dimensione spirituale e personale, e che non ha bisogno di un pezzo di stoffa o di un marchio distintivoper essere esplicitata, dimostrata e riconosciuta.Mi è capitato poi di leggere Why do they hate us, un articolo di Mona Eltahawy  giornalista egiziana naturalizzata statunitense – che mi ha turbata e scandalizzata, dandomi però uno spunto su cui riflettere a lungo. La mia crisi esistenziale si è arricchita ed evoluta così, e da lì è maturata facendomi scoprire Sherin Khankan, un’imam danese e femminista. Insomma, avevo trovato finalmente qualcuno che rispecchiava i miei dubbi e li affrontava nella maniera pratica che cercavo. Dubbi non solo miei, ma che restano un tabù per tante ragazze come me.

Ovviamente la mia scelta ha scatenato reazioni più o meno forti. All’improvviso tutti quelli che mi circondavano avevano qualcosa da dire: dai complimenti, alle critiche, alle opinioni da bar. Mi sono ritrovata, più o meno inconsapevolmente, a essere l’argomento del momento. Ed è proprio di queste sedute di psicoanalisi gratuite – e non richieste – che voglio parlare. Si discute spesso di donne musulmane come oggetto sociologico, vittime più o meno inconsapevoli della famiglia, della religione e quant’altro, ma le donne musulmane non prendono quasi mai parola in materia. È un po’ come quando gli uomini si permettono di giudicare temi come l’aborto o altre cause legate alla sfera della sessualità femminile pur non dovendo combattere la sindrome premestruale tutti i mesi o fare i conti giorno dopo giorno con un utero, delle ovaie, e tutto ciò che ne deriva.

Quello che trovo più fastidioso è la logica “no velo = vittoria del femminismo”. Io sono sempre stata femminista. Anche quando portavo il hijab, anche quando ho permesso al ragazzo del momento di alimentare le mie insicurezze e nevrosi, anche quando decido che forse è meglio non indossare una certa gonna in particolari occasioni perché non è una scelta “saggia”, perché non mi sentirei sicura. Non è questo il femminismo, così come non è femminismo il non-essere musulmana, non depilarsi le gambe o dall’altra parte conoscere a memoria la discografia di Beyoncé. Eppure per me il femminismo si avvicina di molto a quello che proprio Beyoncé riporta in una sua canzone, una citazione di Chimamanda Ngozi Adichie.

Nella comunità musulmana troppo spesso si insegna alle ragazze che per poter vivere si ha necessariamente bisogno di un uomo. Si cresce sentendosi dire: “Ah, vuoi andare in vacanza con le tue amiche? Eh no, ci andrai con tuo marito”. Così diventa facilissimo associare alla figura maschile il un punto d’inizio per poter vivere una vita normale. Di conseguenza per molte ragazze la pressione verso il matrimonio si fa enorme e assolutamente inevitabile. Visto che ormai si è nate donne tutte le scelte che si fanno si formano attorno alla figura maschile che ci sposerà e dandoci magicamente tutto quello che non abbiamo mai avuto. Una pressione del tutto sconosciuta agli uomini, perché a loro invece viene insegnato che a tempo debito dovranno “diventare grandi”, farsi rispettare, portare a casa uno stipendio. Gli uomini hanno il lusso del tempo, il lusso di poter sbagliare, noi donne no. Dobbiamo essere perfette, di successo ma non troppo, perché non possiamo essere una minaccia per il fragile e smisurato ego maschile. Questo è il vero problema della comunità musulmana: ha assorbito e fatto proprio anche questo tipo maschilismo, insieme all’onnipotenza dittatoriale del patriarcato. Spesso mi sono sentita dire da donne musulmane: “Perché hai studiato così tanto? Perché ti impegni tanto nella ricerca del lavoro? Tanto finirai a fare la mamma-casalinga e tutto quello che fai ora è fatica sprecata. I tuoi sono problemi da uomo, problemi che tuo marito deve risolvere”.

Spesso si dimentica – o non si sa proprio – che una delle figure più importanti del mondo islamico è Khadija bint Kwaylid, la moglie del profeta Maometto, che di certo all’epoca non se ne stava a casa ad aspettare il marito perfetto, ma si occupava in prima persona di commercio. Quello che invece rimane nell’immaginario collettivo è che lei era semplicemente la Moglie, e la sua parte di vita che la vedeva imprenditrice prima del matrimonio con il profeta cade nel dimenticatoio. Una cosa che personalmente trovo deleteria. Ecco perché abbiamo bisogno di donne come Sherin Khankan o Mona Eltahawy, perché ci disturbano con le loro idee progressiste, all’avanguardia, che sì infastidiscono ma sono allo stesso tempo così forti da mettere in discussione tutto, fino ad arrivare a un punto di svolta e di crescita.

Non bisogna discutere di velo, ma di partecipazione attiva. Invece di combattere per i nostri diritti nella società partecipando attivamente, ci ritroviamo ad avere infinite discussioni con persone che hanno già chiara in mente una certa immagine dell’Islam e non hanno alcuna intenzione di ascoltare, cambiare opinione o scoprire cose nuove a riguardo. C’è solo l’esigenza di imporre una certa idea – maturata grazie a programmi come Dalla vostra parte o ai comizi della Lega – per poter tornare al bar sotto casa e urlare tronfi al mondo: “Queste poverette non si rendono neanche conto di essere sottomesse, magari sono cresciute a suon di botte del padre e del fratello”. È questo che siamo per l’italiano medio: povere vittime inconsapevoli, donne deboli. Porti il velo? Ti hanno costretta a suon di sberle. Non porti il velo? Chissà che coraggio hai avuto a ribellarti ai tuoi genitori. Non gli viene nemmeno il sospetto che magari ai nostri genitori l’unica cosa che interessa, come a quasi tutti i genitori del mondo, è vederci felici e realizzate.

Purtroppo o per fortuna sono cresciuta sentendomi dire costantemente che devo essere un uomo e mezzo. Una logica molto potente e inusuale dato il mio background. In questa definizione di donna di successo c’è sempre la parola “uomo” ma io non ne faccio una colpa, anzi, l’opposto, perché  per me è stato un ottimo punto di partenza.

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