La nobile arte del duello prima che fosse rovinata da Di Maio - The Vision

Quando Luigi Di Maio ha disertato il duello con Renzi (duello peraltro lanciato da lui stesso) Internet è deflagrato in un brusio di pernacchie e biasimo. I giornali si sono divisi: alcuni hanno interpretato il dietrofront come una mossa strategica, altri come una conseguenza delle elezioni siciliane. L’opinione pubblica invece ha strepitato fino a portare l’hashtag #Dimaio al 9° posto dei trending topic. È straordinario come in un’epoca di cinismo, apatia e disillusione, un duello (sebbene retorico) sia ancora in grado di farci battere il cuore.

Del resto il duello è una delle pratiche più vecchie del mondo. Per i germanici valeva addirittura come prova giuridica, prevista e autorizzata dalla legge. Per i Sàssoni, era autorizzato solo per rivendicare una proprietà immobiliare. Nell’editto di Rotari era previsto che una donna accusata di adulterio dal marito scegliesse un campione per difendere la sua reputazione. Quando il duello come prova giudiziaria scomparve, arrivò quello per onore. Ci si sfidava per donne, opinioni, commenti. Subito diventò di gran moda tra gli studenti universitari. Alcune confraternite lo praticano ancora oggi in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, chiamandolo mensur: consiste nello sfregiarsi la faccia a sciabolate (qui un vecchio documentario) per dimostrare il proprio coraggio. Dalla preistoria è arrivato fino ai giorni nostri, più o meno alla luce del sole. In Italia il primo movimento antiduellistico è del 1902, ma in realtà, come tutti i sogni di cavalleria e nobiltà, il duello fa parte della nostra anima.

Nel 1960 ci fu il caso dell’avvocato siciliano Vincenzo Caputo che per difendere l’onore d’Italia sfidò a duello il maresciallo inglese Montgomery, reo di avere infangato la memoria dei soldati italiani durante la seconda guerra mondiale. Il maresciallo la prese a ridere, ma non Reginald Bridgland, un suo fuciliere che aveva combattuto sotto il suo comando e che raccolse la sfida al posto suo. Il duello si disputò armati di sciabole a San Marino. L’avvocato venne ferito a un braccio e dichiarato sconfitto. Reginald, alla fine, dichiarò che il suo avversario si era sempre comportato da vero gentiluomo.

L’ultimo duello conosciuto ha proporzioni ben più epiche, ed è stato proposto nel 2002. Taha Yassin Ramadan, vicepresidente dell’Iraq, propose che, invece di fare una guerra, George Bush e Saddam Hussein si sfidassero a duello. Il padrino avrebbe dovuto essere Kofi Annan. Naturalmente la Casa Bianca rifiutò, dichiarando che “in passato, quando l’Iraq aveva delle dispute, invadeva gli altri Stati, non faceva duelli”.

Ma quali sono le regole di un duello che si rispetti?

Nel mondo civilizzato le regole erano molto elaborate, escludendo gli Stati Uniti, unico Paese al mondo dove consistevano nello strappare a morsi i testicoli all’avversario. Si poteva duellare dai 20 ai 60 anni, se eri un uomo. L’offeso sceglieva due padrini (secondo e testimone) e consegnava una lettera che dovevano recapitare a loro volta ai padrini dell’offensore. Il loro compito era di cercare di evitare il duello, decidendo se ci fosse stata una reale offesa e se in quel caso si trattasse di offesa semplice (ad esempio: “Il suo articolo è stupido”), grave (“Lei è stupido”) o atroce (“Sua madre riceve molte visite durante la notte”). Tutto ciò serviva affinché l’offeso potesse stabilire che armi usare. Nel caso di offesa atroce, pistola; grave, spada; semplice, sciabola. Poi venivano discussi a tavolino tutti i dettagli più insignificanti, incluso l’abbigliamento. Per la pistola si raccomandava abito nero e bavero rialzato; per la spada, camicia floscia senza manica destra; per la sciabola, torso nudo. Si sceglievano anche i secondi – che avrebbero dovuto prendere il posto dei duellanti “in caso di codardia” – un medico, un arbitro, eventuali testimoni e ostaggi. E alla fine, tutto si risolveva all’alba in un posto possibilmente bello, perché c’era la possibilità effettiva che fosse l’ultima cosa che uno dei due vedeva.

In Italia naturalmente il duello è illegale, è illegale anche lanciare la sfida ed è addirittura illegale chi incita altri a fare un duello. L’applicazione della legge, però, è un’altra cosa. È infatti abbastanza conosciuto “il caso del prendisole”, del 1950. Il protagonista è l’onorevole Oscar Luigi Scalfaro, futuro Presidente della Repubblica. A 32 anni, in un ristorante, vide la signora Edith Mingoni togliersi la giacca per il gran caldo, scoprendo un decolleté molto generoso. Indignato, le intimò di indossarlo di nuovo aggiungendo che una donna vestita a quel modo “è un donna disonesta”. A difendere l’onore della signora accorsero suo padre, colonnello dell’Aeronautica, e suo marito, capitano. Entrambi sfidarono Scalfaro a duello e lui non accettò perché i suoi valori cristiani glielo impedivano. Questa risposta indignò l’opinione pubblica. Totò, essendo principe, scrisse sulle pagine dell’Avanti! una lettera di fuoco dove accusava Scalfaro di codardia. Non si seppe mai se il duello sarebbe stato al primo o all’ultimo sangue. Di certo, Scalfaro doveva scegliere se perdere l’onore o rischiare la pelle. Ben 67 anni dopo, Di Maio si è trovato a scegliere se perdere l’onore o un dibattito. Una bella differenza.

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