Il piacere e la violenza - The Vision

L’ho rovinata, l’ho fatta andare a casa storta, zio l’ho spaccata, l’ho fatta piangere: come parlano i maschi del sesso? E che ruolo hanno le donne in tutto ciò? Subiscono, assecondano, o forse incentivano? Mi sono schierato da subito e con convinzione a favore delle vittime nell’ondata di denunce prodotta dal caso Weinstein e sfociata nel fenomeno virale di #metoo. E tengo ferma la mia posizione: il sesso non dovrebbe aver nulla a che fare con le molestie. La cultura sessista deve essere smantellata. Ma siamo sicuri che siano sufficienti le prese di posizione razionali, le osservazioni logiche e le discussioni argomentate e ben esposte? Ovviamente non mi riferisco qui alla violenza sessuale nella sua versione più eclatante. Penso però a tutta quella zona grigia di comportamenti più ambigui. Non sono sicuro che sia sufficiente l’argomentazione razionale quando, nel modo concreto in cui si articola il nostro rapporto con la sessualità, violenza e aggressività sono così intrinsecamente intrecciate al piacere, nonché alla sua rappresentazione. Ho il sospetto che ci sia una contraddizione tra ciò che diciamo pubblicamente e ciò che poi almeno una parte di noi fa e si aspetta nella realtà.

Esiste un conflitto tra ciò che è giusto e ciò che piace, tra l’etica e l’estetica, l’erotica. Un conflitto che chiama in causa gli angoli e i pozzi più compromettenti delle persone, quelli di cui si parla poco e con imbarazzo. È la scienza a dirci che esiste un legame biologico tra le aree del cervello del piacere sessuale e quelle dell’aggressività. Lo dimostrano alcuni studi in corso da tempo: prima hanno rilevato che sesso e aggressività sono correlati a una stessa zona del cervello e poi che hanno una differenziazione di genere (femmine/maschi). Prosaicamente: nelle femmine i gruppi di neuroni dell’ipotalamo che controllano il comportamento sessuale e quelli responsabili dell’aggressività sono in gran parte separati, mentre nei maschi molte cellule nervose sono coinvolte sia nella lotta che nell’accoppiamento.

Questo spiegherebbe, tra le altre cose, anche perché l’elemento della sottomissione sia così forte e esplicito nell’ambiente omosessuale maschile. Nel mondo gay, tra l’altro, la dicotomia dei ruoli – top vs bottom – diventa lo strumento anche di tutto un repertorio di narrazioni e stereotipi tesi a sminuire la dignità di chi ricopre una posizione di presunta inferiorità (simile a quella della donna nel rapporto eterosessuale). E di più: l’opposizione attivo/passivo dilaga anche al di fuori dell’ambito sessuale, e si attiva anche semplicemente sulla base del modo di apparire, di vestirsi e di parlare. Per identificare una “sfranta” o una “passiva” basta uno sguardo, e con quello sguardo arriva l’etichetta denigratoria destinata a chi nel rapporto sessuale riceve, ovvero subisce, gode nell’essere sottomesso e magari umiliato.

Per molti uomini l’aspetto predatorio e aggressivo è parte integrante del desiderio sessuale, così come la fantasia dello stupro è una realtà femminile accertata. Certo, c’è sempre un gap rispetto alla realtà: quello che uno si immagina non è affatto detto che dal vivo poi gli piaccia davvero. Basta premettere un consenso esplicito? Io penso che questa visione sia un po’ troppo razionale e idealizzata, buona forse per stillare i nostri articoli informativi da mandare in giro dopo ogni piccola o grande polemica, mentre la verità è che la libido spesso viene stimolata proprio dal piacere di infrangere le barriere sociali del rispetto e della misura. Nella sessualità non sempre si ricerca uno sfondo relazionale: può trattarsi anche solo di performance, di un atto che trova la sua motivazione (e il suo piacere) all’interno della pura dimensione corporea. Il luogo comune vuole che l’uomo separi meglio, e con più facilità, sesso e amore, ma in generale è plausibile che il sesso occasionale con sconosciuti attivi zone del piacere (e probabilmente del cervello) diverse. Più adrenaliniche e anche sì, aggressive.

Torniamo alla questione di genere. Il tema dell’atteggiamento maschile è evidente. L’abbiamo visto con la polemica scoppiata nei giorni scorsi con il post del fumettista Labadessa. Difficilmente a una donna sarebbe mai venuto in mente di scrivere una cosa del genere. L’agghiacciante motto – “basta che respirino” – è lì da un pezzo nella nostra cultura, esprime perfettamente l’inclinazione sessuale tipica di molti uomini: quella che riduce la persona a pezzo di carne, meglio se vinto, conquistato e annichilito. Il sesso come volontà e sopraffazione. In molti l’idea della dominazione sembra fare tutt’uno con l’impulso sessuale: esiste un piacere nel violare la volontà dell’altro (dell’altra). Il consenso non è indispensabile e, anzi, l’idea di una sua presenza solo parziale, o addirittura della sua assenza, aumenta l’eccitazione. Potrebbe non essere solo un problema maschile. Da tempo vanno di moda le lamentele femminili nei confronti dell’uomo contemporaneo troppo delicato ed educato. “Non esistono più veri uomini”, “In giro di maschi non se ne trovano”. Per molte il fatto che gli uomini si siano ingentiliti rappresenta in qualche modo una perdita. La brutalità maschile sembrerebbe quindi ancora incarnare un valore.

D’altronde basta pensare al tipo di immaginario alimentato dal porno. Etichette come brutal, rough, hard e extreme sono simili a stelline di merito che, nelle didascalie dei video, testimoniano la qualità delle scene. L’immaginario pornografico flirta da sempre con la violenza sessuale. Il più grande pornoattore italiano, Rocco Siffredi, non ha certo fatto delle delicatezza la sua cifra stilistica. Il suo personaggio è sempre quello del maschio che punisce la donna per darle piacere e, nei suoi video girati con giovani attrici non professioniste, la dinamica gerarchica è il principale dispositivo erotico: l’uomo spinge la donna a fare cose che lei non vorrebbe o che finge di non voler fare (e le facce delle sue partner spesso esprimono autentico disagio). È interessante che proprio nell’epoca del porno si sia arrivati a qualcosa come #metoo: nel momento storico in cui abbiamo un mondo virtuale pieno di mezzi stupri – più o meno simulati – twittiamo e retwittiamo questi inni al rispetto reciproco.

Il femminismo ha sempre negato l’esistenza di un elemento masochista nella psiche femminile: al massimo l’ha interpretato come frutto della pressione culturale maschile. Le donne avrebbero introiettato la postura gerarchica della passività per compiacere l’uomo. Già Havelock Ellis (1859-1939), uno dei fondatori della sessuologia, però non la pensava esattamente così. Nel suo L’impulso sessuale nella donna scrisse: “Le manifestazioni normali del piacere in una donna somigliano eccezionalmente a quelle del dolore. […] Le espressioni esteriori del dolore, scrive giustamente una signora, le lacrime, le grida ecc. sulle quali ci si basa per provare la crudeltà della persona che le provoca, non differiscono molto dalle espressioni di una donna nell’estasi della passione, allorché implora l’uomo di smetterla, mentre in realtà è l’ultima cosa che vorrebbe.” Ellis affermava anche che “Mentre negli uomini è possibile delineare una tendenza a infliggere il dolore, o una simulazione del dolore alle donne che amano, è ancora più facile nelle donne scoprire il piacere di provare il dolore fisico causato da un amante e la sollecitudine ad accettare la sottomissione alla sua volontà.” Nel concreto il repertorio è vario: morsi, strangolamenti, linguaggio scurrile. In molti casi si assiste addirittura all’enfasi della dinamica aggressiva, per godere sentendo di farne parte. Certo, anche qui ci siamo sempre ripetuti: conta il consenso iniziale, e se qualcosa non piace basta dirlo. Ma c’è il rischio di perdere di vista gli effetti indiretti di una cultura sessuale basata sulla sopraffazione.

Camille Bos, nel suo saggio Il piacere del dolore (Du plaisir de la douleur, 1902), si concentra sulla complessità del rapporto tra dolore e piacere, e scrive che per molte donne l’uomo a letto deve essere sgarbato, irriverente, imponente, pericoloso: la veemenza maschile è vista come espressione di intenso desiderio. E quindi, anche, di un forte potere di seduzione. Più è aggressivo più mi desidera, e più mi desidera più io mi sento potente. Nella donna, secondo Bos, convivono però due impulsi: il piacere della cura e della tenerezza, e la ricerca della brutalità, dell’audacia, della sfrontatezza. Una donna – scrive Bos – è felice con un amante se questo li soddisfa entrambi. Non è quindi la molestia in sé a essere negata o sgradita: sgradita è la molestia avulsa dalla cornice emotivo-relazionale che la legittima, permettendo di mettere in scena il bisogno di sfogare quel primordiale intreccio tra piacere e aggressione/umiliazione.

Qualcosa però non torna. Perché è ovvio che se questo codice condiviso è davvero reale e radicato, gestire la linea tra lecito e illecito non è detto che sia poi così scontato. Si può davvero pensare di circoscrivere impulsi e modi di fare a isole separate ermeticamente dal resto della nostra vita? E se questo link tra piacere e violenza domina il nostro piano inconscio – non verbale, non razionale  – come si può raggiungerlo per, eventualmente, regolarlo ed educarlo? Il rischio è che il consenso stesso finisca per entrare in quella zona, per costituzione ambigua, fatta di mosse e ritrattazioni, di simulazioni e messe in scene. Mi è capitato di leggere un commento sul caso Ansari in cui l’autrice in sostanza si chiede: perché gli uomini non ricercano un consenso netto, entusiastico e si accontentano invece “di fare sesso, non importa come”? Quello che mi sembra sfuggire qui è il fatto che la dinamica della forzatura – il vincere la volontà della femmina – è parte integrante di un’attitudine che forse, come abbiamo visto all’inizio, ha anche basi biologiche. La mancanza di consenso – fornito o ricevuto – per qualcuno è parte integrante del desiderio. Crea più tensione, mischia l’eccitazione all’ansia e all’inquietudine. Ma è chiaramente un gioco pericoloso, che può sfuggire di mano.

Che ci siano persone che odiano tutto ciò è certamente possibile, ma la vera complessità sta nel riconoscere chi si eccita nel frequentare terreni insidiosi e chi invece non vuole niente di tutto questo. Effettivamente una donna può pure desiderare di essere molestata, il punto è che potrebbe non volerlo assolutamente l’amica che le sta a fianco e credo sia soprattutto di lei che ci dovremmo preoccupare, vista anche la cultura perlopiù sessista che ci circonda.

Non so se il sesso possa davvero essere educato, di sicuro dovremmo tutti abituarci ed educarci a essere più onesti e a vedere le connessioni tra i nostri comportamenti. Perché questa prossemica, questo background semantico del sesso come setting della sopraffazione, può finire per insinuarsi anche dove non vogliamo. E a quel punto parole e gesti molesti potrebbero rivelarsi una conseguenza inevitabile. Il training alla violenza avrà dato i suoi frutti.

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