Come 88rising sta portando l’Asia nel rap - The Vision

Erano i primi mesi del 2013 e frequentavo una grande università di Londra per un progetto di scambio. Una mattina, mentre andavo a lezione, mi sono ritrovata davanti un centinaio di persone in maschera che si dimenavano in una sorta di coreografia. Chiesi a qualcuno cosa stesse succedendo e la risposta fu secca: “L’Harlem Shake”. Feci finta di capire, in realtà non avevo idea di che cosa stesse parlando. Parallelamente, avevo cominciato a seguire il canale YouTube di tale FilthyFrank, un ragazzo di origini australiane e giapponesi che pubblicava dei video che mi risultavano perturbanti, ma in qualche modo geniali. Solo dopo venni a sapere che era stato proprio lui l’ideatore di questo trend virale.

All’inizio credevo FilthyFrank fosse un fenomeno non dico di nicchia, ma che comunque non avrebbe superato il numero piuttosto ridotto di follower per via dei suoi contenuti dissacranti – e spesso disgustosi. Poi, la magia imprevedibile di internet, come spesso accade, mi smentì. Pink Guy, il personaggio più noto della lore di Filthy Frank, divenne sempre più popolare, e le sue canzoni – in principio parte delle sue gag e nient’altro – si fecero meno disimpegnate. Non passò molto prima che cominciassi a interessarmi a George Miller, la persona dietro quel gruppo di personaggi folli, e con grande piacere scoprii che aveva anche una pagina su SoundCloud in cui caricava la sua musica “impegnata” con lo pseudonimo di Joji. Così come per il suo canale YouTube, trovavo tutto quello che proveniva da George Miller molto bello e temevo che non sarebbe mai stato preso sul serio ma, anche questa volta, internet mi ha stupito. Nel novembre 2017, infatti, è uscito il suo primo EP, Tongues per 88rising: qualcuno lo aveva decisamente preso sul serio.

88rising, però, non è una semplice etichetta discografica, e il fatto che abbia accolto al suo interno George Miller e la sua reputazione di mangiatore di topi ne è una prova evidente. Sean Miyashiro, il fondatore di questo esperimento a metà tra l’industria musicale e quella video, è un ragazzo di origini giapponesi e coreane che sostiene di voler creare un ponte tra Oriente e Occidente. Per questo ha deciso di dare spazio a una serie di artisti di origine asiatica che, come FilthyFrank, rappresentano un anello di congiunzione tra due realtà molto distanti, una sorta di Orient Express per la musica e le sottoculture di internet. Un pasticcio postmoderno che funziona proprio per la sua intrinseca contraddizione: il sovvertimento degli stereotipi attraverso il loro uso esasperato. È il caso del fenomeno Rich Chigga – di recente noto come Rich Brian – esploso grazie al video del suo pezzo Dat $tick.

Sono molti i motivi per cui il fenomeno di questo ragazzo indonesiano di appena diciotto anni merita di essere approfondito, al di là della sua produzione artistica come rapper. Brian Imanuel, nato a Jakarta nel 1999, è stato scoperto da Sean Miyashiro su Twitter, dove era attivo dall’età di undici anni con una serie di sketch in inglese, la sua seconda lingua (imparata su YouTube). Insomma, Brian è la quintessenza del nativo digitale, talmente tanto a suo agio con la tecnologia da farla diventare la base per la sua carriera artistica, come tutta la scuderia di 88rising. A parte i record da bambino prodigio, Rich Brian ha ribaltato completamente la visione obsoleta e preconfezionata degli orientali. Con la sua musica che mischia estetica rap a un aspetto da gamer sfigato col marsupio e la passione per la matematica – cliché altamente diffuso nell’immaginario occidentale dell’asiatico – oltre a un nome che sbatteva in faccia la realtà di una minoranza etnica, il rapper thailandese è arrivato persino a far parlare di sé sul Time. Di recente però, ha deciso di cambiare quel nome per via dell’offesa che genera l’uso di una parola come chigga – che sarebbe un termine per descrivere gli asiatici che abbracciano la cultura hip hop afroamericana – scusandosi pubblicamente e dandosi dell’immaturo.

Il fatto che 88rising abbia avuto un enorme successo, fino al punto di portare un’artista come Jaeji – una ragazza coreana che è emersa anche grazie alla sua idea di mischiare cibo a musica con i suoi Curry in No Hurry – al Coachella, dipende principalmente dal fatto che gli ideatori di questo progetto hanno riempito uno spazio vuoto.

La cultura asiatica ci arriva solo attraverso una serie di usanze e stereotipi che raramente siamo in grado di approfondire con il dovuto rispetto: dalla cucina all’estetica manga – che FilthyFrank ha saputo ridicolizzare molto bene – sembra che l’Oriente sia tutto un unico blocco fatto di ideogrammi che non conosciamo e occhi a mandorla.  Guardando un video di 88rising si riesce a cogliere un aspetto fondamentale della cultura asiatica: non è detto che sia esclusivamente confinata all’Asia e che debba per forza sempre arrivarci con un pacchetto esotico confezionato per noi spettatori di Colpo grosso al Drago Rosso. Quel ponte tra Oriente e Occidente a cui fa riferimento Sean Miyashiro è questo: la possibilità di slegare da riferimenti standardizzati e banali la percezione di una cultura che sembra lontana solo se la guardiamo dal nostro punto di vista occidente-centrico. In realtà, al di là di una retorica da We are the world per cui siamo tutti figli della stessa madre terra, esiste un posto in cui effettivamente le distanze si abbreviano e i confini – almeno in parte – decadono: internet.

Quello che hanno in comune Joji e Rich Brian, infatti, è proprio la provenienza: più che essere entrambi di origini asiatiche, sono entrambi due personalità che hanno trovato uno spazio di espressione libera e fuori da qualsiasi schema che li abbia preceduti proprio su internet. FilthyFrank, prima di diventare Joji, era un esperimento davvero unico. Non tanto per il ciclo epico che aveva messo su con personaggi e trame ai quali molti si sono affezionati – in particolare per la loro estetica deviata e apparentemente senza senso – ma soprattutto per il fatto che, come diceva lui stesso, nel suo canale “everybody gets shit”. Nei video di FilthyFrank nessuno viene risparmiato: il razzismo e le discriminazioni si annullano da sole quando diventano talmente esagerate da crollare per la loro assurdità, non sempre così evidente. È una strategia che può sembrare violenta – lo è, per certi aspetti – ma è anche il modo che a mio parere riesce contemporaneamente sia a ridicolizzare gli stereotipi che a lasciarci liberi di continuare a scherzarci su usando l’arma più sana che abbiamo contro di loro: l’autoironia. Stesso discorso per Rich Brian, che quando ancora si chiamava Rich Chigga conteneva già all’interno del suo nome una componente di irriverenza così forte da risultare fastidioso. È razzista un rapper asiatico che gioca con l’ambiguità di un termine denigratorio come chigga? Io non credo, come non credo sia razzista un afroamericano che usa una parola come nigga per sottolineare proprio la storia e i significati che questa porta con sé.

Il fatto che Brian Imanuel abbia deciso di non proseguire con il suo pseudonimo originario è comprensibile: se già all’inizio il confine tra l’ironia del suo progetto e la serietà della sua figura da artista era poco definito, arrivato a questo punto di notorietà riesco a immaginare perché voglia distanziarsi dal personaggio con cui è emerso. Anche George Miller ha chiesto esplicitamente ai suoi fan di essere in grado di andare oltre alle macchiette con cui veniva identificato, e quello che ha offerto al suo pubblico fuori dai panni rosa e ricoperti di ramen di FilthyFrank è assolutamente valido. Le scelte di questi due artisti non compromettono affatto la loro produzione, anzi, semmai danno nuova vita ai loro progetti e aprono le porte della fruibilità a un pubblico più vasto. 88rising ha avuto l’intuizione di offrire loro una base per crescere e per consentire a noi, spettatori di internet, di poter finalmente avere una visione della cultura asiatica che andasse oltre il ristorante cinese dietro casa. Lo ha fatto con una fusione di est e ovest che sottolinea la forza di internet, che è allo stesso tempo anche il suo più grande difetto: la mancanza di confini.

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