Mamma e papà, nudi. In corridoio, tra il bagno e la camera da letto. Avvinghiati l’uno all’altra. Giocano? Mamma, papà, state giocando? Mia madre impugna delle forbici di metallo: le stringe forte con tutta la mano. Mio padre le serra il pugno, cercando di strappargliele via. Mia madre urla: “Lasciami”. Lo ripete più volte, mostrando i denti e le gengive. Ricordo tutto. Chiude gli occhi, li spreme, come a voler far implodere le orbite e i bulbi. Ha i polsi segnati dai tendini tesi per lo sforzo di liberarsi. Si divincola, cerca di staccarsi, vuole colpire mio padre. La punta delle forbici è rivolta in basso, verso il suo petto. Me li ritrovo di fronte uscendo dalla camera in cui fino a qualche minuto prima stavo dormendo. Cosa fanno? Cosa state facendo? Il mio psicoterapeuta una volta, durante una seduta di EMDR, una tecnica di desensibilizazione e rielaborazione dei traumi – mi ha chiesto: “Ti ricordi cos’hanno fatto quando sei arrivato? Quando ti hanno visto, quando si sono accorti di te, si sono fermati o ti hanno detto qualcosa?”. Non mi ricordo niente. Il mio ricordo finisce lì. Non c’è un prima, né un dopo. Il primo ricordo della mia vita sono mia madre e mio padre che lottano nudi con un paio di forbici in mano. Avevo due anni.

In seguito è successo di nuovo, ma non più tra mio padre e mia madre. Loro hanno deciso di lasciarsi, ma non è cambiato molto. Sono cresciuto nella case popolari di Rozzano, un paese di 40.000 abitanti alla periferia sud di Milano. Sono cresciuto a stretto contatto con la violenza: raramente rivolta verso me stesso, molto più spesso l’ho vista accadere attorno a me, nella mia famiglia, alle persone a cui volevo bene. Ho sentito i miei nonni insultare le mie nonne: li ho visti spingerle, strattonarle, minacciarle, umiliarle. Ho abitato in mezzo a vicini violenti, che pestavano le mogli, le portavano a prostituirsi e minacciavano di farci saltare tutti per aria col gas. Sono stato testimone di cose che un bambino non dovrebbe vedere: il secondo marito di mia madre una sera ha perso la pazienza e l’ha riempita di botte. Le ha tirato addosso il passeggino di mia sorella nata da poco e le ha strappato un’intera ciocca di capelli, lasciandole un buco enorme vicino all’orecchio. Ci siamo nascosti dal nostro vicino, non mi ricordo se mia madre abbia poi chiamato la polizia. Dopo una pausa di riflessione durata pochi giorni lui è rimasto a vivere con noi. Mia madre lo ha perdonato: non voleva che anche mia sorella crescesse senza un papà. Io per anni non gli ho più rivolto la parola. L’ho odiato e, non potendo allontanarlo da noi, ho deciso che il mio silenzio sarebbe rimasto lì come monito, affinché nessuno dimenticasse quello che era accaduto. Ciò che è successo quella sera però è stato solo il climax di qualcosa che ho respirato per anni, di un assetto costante fatto di urla e periodici scoppi d’ira, di pugni sul tavolo e porte sfondate, di testate inferte a rivali in amore, setti nasali rotti, sfuriate terrorizzanti e tregue sempre e solo momentanee.

Viene definita violenza assistita – dall’inglese witnessing violence – quella che si verifica quando i bambini sono spettatori di atti del maltrattamento (fisico, verbale, psicologico, sessuale o economico) compiuto su figure per loro affettivamente importanti. È una violenza indiretta, ma i suoi effetti sono comunque devastanti e del tutto analoghi alla violenza subita in prima persona. I bambini che vedono aggredire le persone a cui sono intimamente legati sviluppano un senso di profonda frustrazione e impotenza: causa della loro totale incapacità di agire, vengono annichiliti da dinamiche tossiche che possono solo subire. Devono sottostare ad azioni e reazioni, dovendo convivere non solo con gli episodi di violenza, ma anche con l’eventuale – purtroppo frequente – decisione di tacere, far finta di niente, non denunciare.

Spesso le madri che nascondono le violenze subite lo fanno nell’illusione di proteggere i figli, mentre ormai si sa che in queste situazioni le capacità genitoriali sono inevitabilmente compromesse. Nei bambini spesso si sviluppano forme di attaccamento subdolo e invischiante: sensi di colpa, alleanze patologiche con il genitore violento – percepito come il più forte – o inversioni di ruolo (bambino genitoriale). Subiscono traumi profondi: le loro facoltà cognitive e la regolazione emotiva non sono ancora sviluppate e il senso del sé non sa quindi far fronte a vissuti così drammatici. I bambini sopravvivono al dolore ma devono autoregolarsi in modo disfunzionale.

La violenza di cui i minori sono testimoni può compromettere in modo profondo la loro personalità: dal disturbo da stress post traumatico a forme depressive precoci, dall’interiorizzazione dell’aggressività – che può manifestarsi col bullismo inflitto ai coetanei – ai disturbi alimentari e all’autolesionismo, passando per varie forme di isolamento e rifiuto della socialità, nonché ritardi dello sviluppo. Il corpo dei bambini venuti a contatto con la violenza che gli adulti si infliggono spesso somatizza: iperattività e disturbi d’ansia, dolori senza base organica, enuresi notturna, fino al disagio adolescenziale con eventuale abuso di alcol e sostanze. La violenza assistita spesso dà luogo anche a forme di trasmissione intergenerazionale: i bambini costretti a subirla non di rado diventano adulti abusanti o disposti a lasciarsi abusare. Hanno imparato dalle relazioni primarie che essere aggressivi è normale e tendono a rimettere in atto gli schemi e i comportamenti in cui sono stati immersi da piccoli.

Gli ultimi dati Istat ci dicono che in Italia i bambini maltrattati sono circa 100.000 e di questi il 19% – uno su cinque, ovvero circa 19.000 – è vittima di violenza assistita (seconda causa di maltrattamento dopo la trascuratezza materiale e/o affettiva). Il fenomeno è tra l’altro in aumento: tra le donne che hanno denunciato violenze ripetute subite dal partner, il 65,2% ha dichiarato che i figli hanno assistito a uno o a più di questi episodi (nel 2006 era il 61,4%). In 10 anni il numero di bambini/e orfani di femminicidio è salito a circa 1.700.

La violenza assistita è molto diffusa ma difficile da dimostrare, anche in ambito giudiziario: il danno emotivo è meno visibile di quello fisico, soprattutto trattandosi di minori. Il riferimento a questo tema è ancora limitato o del tutto assente nella sensibilità media, persino in quella dei giudici: il problema del vissuto psicologico dei minori che assistono alla violenza subita dalla madre o da altri familiari è sottovalutato e poco compreso, anche perché i traumi hanno conseguenze complesse che tendono a manifestarsi sul lungo-medio periodo e non sempre possono essere stimate in modo puntuale o immediato.

 

E la tendenza è purtroppo ancora quella di occultare, negare, minimizzare. La famiglia in molti contesti è ancora vista come luogo intoccabile, fortezza dell’intimità e del pudore: ciò che accade fra le mura di casa è una questione privata, un tabù. I danni che la violenza assistita provoca sono favoriti dalla minimizzazione figlia della cultura patriarcale su cui fonda lo stereotipo che separa la figura del marito violento da quella del padre: “È un cattivo marito, ma un buon padre” è una frase che si sente dire spesso, purtroppo anche nei contesti istituzionali. Ma è molto difficile che un cattivo marito sia un buon padre: già il non rendersi conto che quella moglie contro cui si accanisce è uno dei due riferimenti emotivi principali del figlio la dice lunga sulla sua responsabilità genitoriale.

In Italia manca una normativa specifica e pertinente sul tema. Se in Europa già nel 2010 – ancor prima della più famosa Convenzione di Istanbul del 2011, che ha riconosciuto che i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia – in ben due Raccomandazioni del Consiglio si è iniziato a parlare di violenza assistita, nel nostro Paese le norme in materia sono giovani e insoddisfacenti. Da noi la violenza assistita al momento non è reato: il codice penale, dopo le modifiche apportate dalla cosiddetta legge sul femminicidio del 2013, la contempla, ma la ritiene solo un’aggravante del reato di maltrattamenti in famiglia – previsione applicabile se i fatti sono connotati da abitualità (le vessazioni isolate non rientrano nell’ipotesi) – oltre che di quelli, non colposi, contro la vita, l’incolumità individuale e la libertà personale. Un’aggravante contribuisce a rendere più afflittiva la pena, aumentandone l’entità, sì, ma, nel giudizio di comparazione delle circostanze del reato che il giudice è chiamato a dare, questa aggravante può arrivare a perdere ogni consistenza qualora vengano riconosciute le attenuanti generiche in misura equivalente alle contestate aggravanti (e perché ciò avvenga può essere sufficiente, ad esempio, che il genitore abusante sia incensurato e di giovane età). Insomma: la valenza, giuridica – ma anche culturale – di un vero e proprio reato di violenza assistita sarebbe stata certamente diversa.

Manca ancora nel nostro Paese un assetto normativo non frammentato rispetto alla prevenzione, alla protezione e alla cura dei bambini vittima di questo fenomeno: c’è bisogno di investire sulla formazione degli operatori e sulla sensibilizzazione, ma soprattutto serve un progetto di legge che renda la violenza assistita un reato autonomo e distinto da quello dei maltrattamenti a cui il minore assiste, perché autonome e distinte sono le conseguenze che la violenza assimilata dai bambini produce sulla loro psiche e sul tipo di adulti che diventeranno.

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