I giornalisti smettono di dare fastidio solo quando vengono presi a testate - The Vision

Ieri sera, su Rai Due è andata in onda l’attesissima puntata di Nemo-Nessuno escluso. Era davvero attesissima – sì, perché normalmente lo share della trasmissione oscilla tra il 4 e il 5%, non esattamente l’appuntamento settimanale degli italiani. Il giorno prima, infatti, tutta Italia è stata invasa da un’ondata di giusta indignazione e vergogna per il video che mostrava uno degli inviati della trasmissione, il giornalista Daniele Piervincenzi, aggredito da Roberto Spada, personaggio che, oltre a essere fratello di Carmine Spada, condannato in primo grado nel giugno 2016 per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso, alle elezioni di Ostia aveva dato il suo appoggio a un candidato di CasaPound – che in quel Comune ha poi preso il 9,1% dei voti. Il video è di quelli per stomaci forti: lo Spada fa una specie di Kansas City, fa finta di andarsene, si gira verso il giornalista, prende la mira, carica il colpo portando all’indietro la capoccia (il parallelismo con il caricamento di un fucile a pompa è decisamente appropriato) e poi colpisce in pieno volto il reporter. Tutto a favore di telecamera. L’aggressione continua perché Piervincenzi non cade a terra e così Spada continua a manganellare lui e l’operatore che lo segue, Edoardo Anselmi.

Il video è comparso immediatamente in cima alle home page di tutti i portali di informazione del Paese: #Spada è addirittura diventato trend topic a livello mondiale su Twitter, grazie agli innumerevoli tweet di sdegno verso l’accaduto e di sostegno al giornalista. Ieri però è andata in onda la puntata di Nemo, e qualcosa stonava. L’immagine del naso tumefatto e incerottato, con l’ovatta nelle narici del giornalista, è stata proposta e riproposta con grande zelo. Anche sulla pagina Facebook del programma sono state diffuse le foto con il naso ben in vista e il classico “Tra poco Daniele Piervincenzi sul palco di #NemoRai2, dopo la violenta aggressione di #Ostia”. Insomma, il giornalista è diventato il corrispettivo dell’ospite internazionale al festival di Sanremo, quello per cui prima di ogni pubblicità il conduttore raccomanda ai telespettatori “non andate via eh, perché tra pochissimo sarà con noi Antonio Banderas!”

Ma questo è lo spettacolo bellezza, va così e non ci si può far niente. O forse no?  La spettacolarizzazione e la strumentalizzazione di quella aggressione – la cui condanna è doverosa – ha creato una serie di paradossi grotteschi, in molti casi ridicoli, in uno in particolare incredibilmente ipocrita. E gli attori protagonisti di questa strumentalizzazione sono stati i giornalisti, le istituzioni e l’opinione pubblica.

Il primo effetto su cui si dovrebbe riflettere è lo spostamento del focus dalla preoccupante crescita di consenso dei fascisti – sì, si chiamano così – di Casapound a Ostia, del ritorno dei modi tipici dei picchiatori (quello che poi doveva essere il tema del servizio), all’analisi della bestialità – sì, di questo si tratta – dell’aggressore.  Tutta Italia ha cominciato a chiedere a gran voce l’arresto di Spada, indignandosi addirittura per il fatto che le forze dell’ordine non fossero andate immediatamente a prelevarlo da casa – ma come, al maestro Maurizio Mosca era riuscito di provocare un arresto in tempo reale, e qui no?

Come ha evidenziato qualcuno, in un caso come questo, generalmente, non verrebbero ritenuti sussistenti presupposti di legge per procedere all’arresto. E invece, nel pomeriggio di ieri, dopo la formalizzazione della denuncia da parte di Daniele Piervincenzi e proprio qualche ora prima della messa in onda della puntata di Nemo, Roberto Spada è stato fermato dai carabinieri in relazione all’aggressione del giornalista Rai e portato nel carcere di Regina Coeli, con l’accusa di lesioni personali e violenza privata, entrambe aggravate dai futili motivi e dal metodo mafioso. “Il fermo di Roberto Spada è la dimostrazione che in Italia non esistono zone franche”, ha detto il ferreo ministro dell’Interno Marco Minniti, ringraziando la Procura della Repubblica di Roma e l’Arma dei Carabinieri. Ecco, in realtà  ha un po’ esagerato. Il fatto è avvenuto in un contesto notoriamente mafioso, e, come ha sottolineato lo stesso Piervincenzi, “Trovo ipocrita che [ndr. Spada] sia stato arrestato per aver rotto il naso a un giornalista, quando là dove vive lui, in piazza Gasparri, a Ostia, si spaccano nasi tutti i giorni”.

Attenzione, nessuno verserà lacrime per questo arresto, anzi. Ma il dubbio che sia stato un fermo mediatico viene. E trovo preoccupante che possa anche solo sorgere l’interrogativo che, a fronte di una situazione locale tanto problematica, le forze dell’ordine si muovano solo per sollecitazione dell’opinione pubblica, come in questo specifico episodio. 

E poi c’è la cara vecchia opinione pubblica, l’Italia che agisce, o meglio, che si dice sempre pronta ad agire. Questa volta a spronarla ci hanno pensato proprio i giornalisti. E quale modo migliore per farlo, se non con un bell’hashtag sui social? Così, l’agenzia Dire ha pensato bene di lanciare una campagna catchy catchy in risposta all’aggressione di Ostia. #abbracciaungiornalista, si legge sul sito dell’agenzia, “ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni e tutte le sfere della società, nei confronti dei giornalisti molte volte oggetto di attacchi e minacce”. La campagna è partita alla grande: la prima ad aderire è stata la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli. “È stato un episodio di una gravità inaudita. Il livello di violenza è davvero inaccettabile tanto che ho fatto fatica a guardare il video. Per questo ho immediatamente aderito ad #abbracciaungiornalista, una campagna molto gentile,” ha detto Fedeli.

Cosa? Una campagna molto gentile? No davvero, uno prende una testata e viene preso a manganellate mentre fa il suo lavoro e un ministro della Repubblica fa lo sforzo di aderire a una campagna gentile?

Ma ovviamente la ministra non è stata l’unica gentil istituzione. Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Verna ha subito inviato il suo abbraccione: in una lettera al direttore di Dire ha scritto:
“In questo difficile momento per la qualità della democrazia che solo la concretizzazione del diritto del cittadino di sapere può garantire, il moltiplicarsi di idee di solidarietà verso i giornalisti che tale diritto portano a destinazione non può che produrre utilità sociale. Io poche ore fa a Unomattina ho inviato pubblicamente il mio abbraccio (ho usato proprio il termine che stai proponendo) oltre che ai due colleghi aggrediti ieri anche a Federica Angeli, che da anni si occupa di raccontare la drammatica emergenza di Ostia. L’Ordine è peraltro al suo fianco costituito parte civile in un processo che riguarda gli stessi ambienti criminali in queste ore al centro delle cronache. Avendo l’onore di rappresentare i giornalisti italiani, sono con te nella campagna non abbracciandone uno soltanto ma tutti. Cordialità”. 

Quanta gentilezza e quanto affetto. E che tempismo.

E dire che esiste una cosa che si chiama Ossigeno per l’Informazione: è l’Osservatorio promosso proprio da FNSI e OdG sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate. L’Osservatorio ha un sito dove aggiorna costantemente la tabella delle minacce. Si scopre così che nei primi 273 giorni del 2017 Ossigeno ha documentato minacce a 256 giornalisti. Sono anche state rese note minacce ad altri 65 giornalisti per episodi degli anni precedenti, di cui l’Osservatorio è venuto a conoscenza solo adesso. Quel sito è davvero interessante perché, oltre alla tabella, sulla homepage ospita il Contatore, una cartina che indica la distribuzione degli episodi Regione per Regione. Sono riportati sia il numero dei giornalisti che hanno subito intimidazioni nell’anno in corso, sia il totale registrato dall’Osservatorio dal 2006 a oggi. I dati sono sconcertanti: dal primo gennaio 2017 il Contatore ha avuto un incremento di 321 unità e il totale ha raggiunto quota 3406. Inoltre Ossigeno fa sapere che secondo le sue stime dietro ogni intimidazione documentata almeno altre dieci restano ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

E non è tutto. Proprio l’Osservatorio a maggio di quest’anno aveva lanciato l’allarme riguardo la preoccupante situazione del Lazio, dove l’incidenza di episodi intimidatori ha sfiorato il picco del 40% delle minacce dell’intero territorio nazionale. Ma nonostante non ci sia stato nessun hashtag, proprio quel dossier sul Lazio aveva smosso – ovviamente in silenzio – la politica italiana. Il Governo ha così reso noto che i giornalisti italiani sottoposti a misure di protezione personale a seguito di minacce sono, per ora, venti. Quella è stata la prima volta che le autorità hanno fornito un dato ufficiale e la mappa territoriale dei sottoposti a protezione. E, colpo di scena, il 60% dei giornalisti sotto protezione lavora proprio a Roma e nel Lazio. Meno male che l’OdG prende posizione, almeno ora.

I paradossi non finiscono mica qui. Mentre veniamo costantemente bombardati dalle infinite “giornate dello scoppolamento a destra” indette per i gattini, i bacini e via dicendo, una settimana fa indovinate che giornata era? La Giornata Mondiale per la fine dell’impunità per i crimini contro i giornalisti, indetta oltretutto dall’UE. Ma nessuno ha pensato a sfilare, a marciare, a urlare o anche solo postare la propria solidarietà. Perché sì, siamo solo dei pecoroni, capaci solo di una spasmodica indignazione a tempo – sempre poco. Sappiamo scagliarci contro chiunque, ma solo quando questo ci potrà portare i giusti like.

Ma l’apoteosi è stata raggiunta dalla stessa trasmissione vittima dell’aggressione. Dopo la messa in onda del servizio, infatti, gli autori di Nemo hanno invitato il sindaco di Roma Capitale Virginia Raggi, per commentare insieme l’accaduto. La scena è patetica, e purtroppo con il giornalismo non ha nulla a che fare. La prima domanda che Enrico Lucci fa alla Sindaca è: “Che cosa ha provato guardando il video?”. Una domanda ficcante, non c’è che dire – quasi al pari di Costanzo che chiede a Berlusconi come era da bambino.

Vabbè, dici, sarà solo la prima domanda, adesso le chiederanno del particolare rapporto che intercorre fra i giornalisti e il Movimento di cui fa parte la Sindaca. Le chiederanno di quando, duranti i giorni di fuoco del caso Marra e Romeo, andava con il suo cellulare a riprendere i giornalisti che “le facevano tanta pena”. Oppure le chiederanno di quando il leader del suo Movimento, Beppe Grillo, voleva soddisfare il suo languore bulimico mangiando e poi vomitando i giornalisti, e sventolava una mazzetta di finte banconote da 1000 euro, dicendo “Ora scrivete quello che dico io: il Movimento 5 Stelle è il più grande movimento d’Europa. Scrivete così”.
Sì, ora le chiederanno sicuramente della lista nera dei giornalisti sgraditi al Movimento, consegnata dall’attuale candidato a presidente del Consiglio grillino Di Maio addirittura all’Ordine dei Giornalisti. Faranno sicuramente queste domande, perché se parliamo di violenza contro i giornalisti non può non far riferimento a episodi che sono al limite – personalmente credo siano ben al di là – della censura da regime.

E invece no, l’intervista continua con domande generiche sul X Municipio: “è un municipio pieno di potenzialità”, risponde la Sindaca.

Ma la ciliegina sulla torta viene poggiata dopo 2’ e 20’’ di intervista. La sindaca fa un appello per una grande passeggiata attraverso cui testimoniare solidarietà nei confronti del giornalista e dell’operatore aggrediti. Appello che quelli di Nemo hanno subito postato sulla propria pagina Facebook: glielo hanno proprio fatto rifare ad hoc nel backstage. Quanto sia sentito il suo appello lo si capisce dallo sguardo sul gobbo messole in basso, a destra della telecamera.

Ecco, credo che questa sia stata, purtroppo, l’ennesima occasione persa per la costruzione di un dibattito serio in Italia. Una nuova puntata dell’infinita serie nostrana intitolata Perculiamo l’opinione pubblica. Un capitolo aggiuntivo dell’incapacità del giornalismo di in-formare.

Una prova ulteriore di come in realtà non ce ne frega nulla se i fascisti stanno acquisendo sempre più consenso, a Ostia e non solo. E che se un giornalista viene picchiato perché tenta di fare il proprio lavoro, la cosa migliore è invitarlo in tutte le trasmissioni della propria rete per chiedergli quanto il rugby l’abbia aiutato a non finire al tappeto dopo la testata. L’ultima scusa per creare un hashtag gentile di cui ci dimenticheremo, se non ci siamo già tutti dimenticati. Con grande gentilezza però.

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