Si uccide anche nel nome di Buddha - The Vision

In Occidente si guarda da tempo al buddismo come alla chiave di volta per essere i partecipanti ideali a una società che tende sempre più spesso a portare a nevrosi e isterismi generici. L’antidoto definitivo a una realtà in cui l’individualismo e la frenetica ricerca del successo e della soddisfazione personale regnano sovrani. Con il passare degli anni, gli scaffali delle librerie dedicati alla “filosofia orientale” sono diventati sempre più affollati di volumi e sempre più perlustrati da un pubblico ormai disilluso dall’utilità delle religioni abramitiche come palliativo alla vita. In un’epoca in cui bisogna non solo essere perfetti a livello fisico e operativo, ma possibilmente anche serafici, forse la soluzione definitiva va cercata un po’ più a Oriente.

Questa idea di perfetta complementarietà allo stile di vita occidentale non è immotivata, del resto. Chi aderisce ai dettami di Buddha trova in essi una motivazione a rallentare il proprio ritmo, ascoltarsi di più e mitigare il proprio individualismo, questo grazie a una visione del mondo più olistica, in cui l’ego trova scarso spazio.

Fin dalla sua diffusione nell’Occidente moderno, il buddismo ha goduto di un posto speciale nella gerarchia delle religioni, proprio per questo suo intrinseco richiamo alla non-violenza. Il suo primo precetto, del resto, è “non uccidere”. Questo in realtà viene intimato nel caso di tutte tre le religioni monoteiste, salvo poi essere contraddetto con grande disinvoltura nelle pagine successive dei rispettivi testi sacri (e l’Antico Testamento in questo è arrivato molto prima del Corano). Così come la stessa logica del karma può essere accostata, con le dovute differenze, a quella del peccato cristiano. Sempre tenendo a mente che il buddismo non rimanda il riscontro delle proprie azioni a un non ben precisato Aldilà, ma nel qui e nell’ora. Altra differenza notevole: per chi segue la via del Buddha non ci sono distinzioni tra fedeli e infedeli, tra puri e impuri. E in questo si distacca in modo positivo e netto da altre credenze più “esclusive”.

Ma tutto questo è valido a livello teorico. Perché poi, nella pratica, anche la filosofia buddista è stata travisata e adottata come vessillo di lotte politiche totalmente incompatibili con il suo messaggio originale.

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L’esempio più attuale lo troviamo in Myanmar, nello Stato di Rakhine, dove i Rohingya – minoranza musulmana apolide – dal 25 agosto sono di nuovo vittima di violenze e scontri con l’esercito birmano. Più di 430mila persone sono scappate a seguito di questa ennesima offensiva – descritta dall’ONU come “un esempio da manuale di pulizia etnica” – per rifugiarsi in Bangladesh e affollarne i campi rifugiati. La popolazione birmana, a maggioranza buddista, da tempo considera l’Islam una minaccia. Ciò ha fatto da terreno fertile per la maturazione e la radicalizzazione di istanze politiche come il movimento 969, tra i cui membri troviamo il monaco U Wirathu, definito da Time nel 2013 “il volto del terrorismo buddista” e autoproclamatosi “il Bin Laden buddista”. U Wirathu diffonde da tempo video di sermoni e pamphlet in cui mette in guardia la popolazione birmana dall’”islamificazione dell’Asia”. Lui e altri monaci sono arrivati a consigliare ai frequentatori dei propri templi di evitare di sposare o fare affari con i musulmani. Un Rohingya del villaggio di Ah Nauk Pyin ha raccontato a Reuters di come dei buddisti avrebbero urlato a lui e ad altri abitanti del villaggio della stessa di etnia “andatevene o vi uccidiamo tutti”. Da molto tempo i musulmani di Rakhine sarebbero oggetto di discriminazioni da parte della maggioranza buddista, che li considera immigrati illegali, non concedendogli né la cittadinanza né i pieni diritti che ne conseguono. Aung San Suu Kyi, Primo Ministro, premio Nobel per la pace e a sua volta buddista, ha deciso di visitare lo Stato solo lo scorso 2 novembre, nonostante non fossero mancate le sollecitazioni ad agire da parte di svariati rappresentanti di Stato.

C’è poi il caso dello Sri Lanka, scenario dal 1983 al 2009 di una sanguinosa guerra civile in cui si sono scontrati da una parte le Tigri Tamil, che volevano uno Stato indipendente, dall’altra il governo cingalese, che per impedirgli di ottenerlo, tra le altre cose, ha strumentalizzato proprio il messaggio del buddismo. La popolazione locale è composta per il 70% da buddisti, il restante 30 da Tamil e musulmani. Anche in questo caso, la netta preponderanza demografica dei primi non ha impedito loro di sviluppare organizzazioni politiche estremiste, come nel caso dei BBS, acronimo cingalese di “Forza di potere buddista”. Questo movimento e altre compagini affini hanno incitato le folle a distruggere moschee e a incendiare case e negozi appartenenti a musulmani. Nel giugno 2014, un discorso incendiario pronunciato dal leader dei BBS, Galagodaththe Gnanasara, ha portato alla morte di quattro persone e al ferimento di oltre 80, dopo scontri violenti nel sud del Paese. Gli episodi di ostilità più recenti, però, risalgono allo scorso 18 novembre, e hanno visto come evento scatenante un incidente stradale tra una donna musulmana e un uomo buddista nella provincia meridionale di Galle. In quell’occasione sono stati distrutti dieci veicoli (perlopiù di musulmani) e 62 edifici. Diciannove persone sono state arrestate ed è stato imposto un coprifuoco dalle 6 di mattina alle 6 di sera. Tra i leader della “Forza di potere buddista” ci sono numerosi monaci, tra cui lo stesso Gnanasara, ma il tipo di buddismo praticato in Sri Lanka – Theravada – non ammetterebbe alcun tipo di violenza. Quantomeno non nei propri testi canonici.

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U Wirathu

Episodi molto simili avvengono regolarmente anche in Thailandia, che ha una composizione demografica molto simile a Sri Lanka e Myanmar: stando ai dati rilevati dal Pew Research Centre, i buddisti ammonterebbero al 93.2% della popolazione, con un restante 5.6% di musulmani, concentrato soprattutto nelle province meridionali. Anche lì numerosi monaci si sono resi protagonisti di violenze finalizzate – secondo loro – a difendere la propria religione e cultura da una presunta minaccia musulmana.

Molti studiosi della religione buddista hanno fatto notare come questo credo, in sé e per sé, non sarebbe compatibile con alcun tipo di violenza. Le varie istanze di nazionalismo portate avanti in nome di Buddha sarebbero un totale travisamento del dharma – i suoi insegnamenti – e dei suoi precetti. Cosa che non dovrebbe sbalordire, se si pensa a quanto è avvenuto nel caso di altre religioni, ma lascia comunque sorpresi se si considera che la religione in questione è vista come una delle più pure e pacifiche che ancora sopravvivono. Una cosa, però, è sicura: nessuna guerra è compatibile con il buddismo, e lo stesso concetto di “guerra buddista” promosso dai vari gruppi nazionalisti del Sud-est asiatico è una contraddizione in termini.

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Nella filosofia buddista, la prima delle Quattro Nobili Verità – ovvero il primo apparato dottrinale di questa religione – riconosce la sofferenza come elemento imprescindibile dell’esistenza. La seconda lega questa sofferenza all’attaccamento a desideri, persone o luoghi. E forse è proprio per un’ostinata devozione alla propria identità culturale e alla propria religione – una sorta di ego collettivo – che si possono spiegare tutti questi casi di violenza avvenuti nel nome di Buddha, ma che col buddismo non hanno nulla a che vedere.

Tenendo a mente le fondamenta concettuali che reggono il dharma di Buddha, diventa molto difficile giustificare ideologie come quella del nazionalismo buddista, specialmente quando questo comporta la sofferenza di individui che rimangono esclusi da un concetto arbitrario e del tutto artificioso di “nazione”. Ci si chiede spesso se esista una “religione di pace”, e se sì, quale sia. Ma ci dimentichiamo che la fede, sia essa cristiana, ebraica o buddista, rimane un precipitato culturale dell’uomo. E che, in ultima battuta, dipende da quest’ultimo il modo in cui i dogmi dell’una o dell’altra si applicheranno alla realtà. Diventa così  piuttosto naïf pensare di poter determinare la natura di una religione senza aver valutato prima il tipo di uomo che la praticherà. Esisterà mai una religione di pace? Probabilmente no, finché saranno più vantaggiosi conflitto e autoesclusione.

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