Come il Politecnico è diventato una delle università migliori al mondo - The Vision

Uno dei più grandi talenti degli italiani è quello di piangersi addosso. All’estero le persone magnificano il proprio Paese, noi a confronto sembriamo i tizi che si autodiagnosticano malattie leggendo WIkipedia. Il sistema Italia è marcio, non funziona nulla. Questo è quello che ripetiamo a noi stessi e che diciamo sempre a chi ci chiede com’è l’Italia. E se questo comportamento ci ha salvato – fino a ora, almeno – dalle derive reazionarie più angoscianti a cui abbiamo assistito in Francia, Grecia, Austria, Stati Uniti e in molti altri Paesi nel mondo, ci trascina in un circolo in cui diamo per assodato che tutto faccia schifo e ci accontentiamo che le cose stiano così, senza protestare. Diventiamo noi stessi artefici di ciò che non funziona, come in una profezia autoavverante. Se l’Italia fosse un personaggio de Il nome della rosa sarebbe il monaco che si mortifica con il cilicio, di cui capiamo quanto grande sia la sofferenza, ma insieme comprendiamo che in qualche modo ha perso di vista la sottile linea fra piacere e dolore.

Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©
Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©
Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©

Gli italiani sono convinti, per esempio, che la sanità del nostro Paese corrisponda a un elaborato sistema creato per ucciderci attraverso garze e bisturi dimenticati nell’intestino, eppure, secondo la World Health Organization abbiamo, dopo la Francia, la migliore assistenza sanitaria al mondo.

L’istruzione? Non ne parliamo. Eppure il Politecnico di Milano è la migliore università d’Italia e tra le migliori al mondo. A dirlo è la più prestigiosa delle classifiche internazionali, la QS Top Universities, che ogni anno pubblica un ranking delle migliori istituzioni accademiche pubbliche e private sulla base dei risultati ottenuti in 5 macro-aree: Arts & Humanities, Engineering & Technology, Life Science & Medicine, Natural Sciences e Social Sciences & Management. Il Politecnico di Milano è fra i grandi nomi della cultura mondiale, come Oxford, Cambridge, Stanford e il MIT – i college in cui hanno studiato i fondatori di Google, quelli di Facebook e tutti gli altri leader che stanno trasformando il mondo. College privati che possono vantare donazioni annuali che toccano i miliardi di dollari. Stanford, per dire, si autodefinisce una “impresa da 5.9 miliardi di dollari“. Per capire l’entità di questa cifra, è sufficiente pensare che la Manovra finanziaria per il 2018 del nostro governo è stata di 28 miliardi.

Il Politecnico di Milano è un’università pubblica. E quei soldi non solo non li ha mai visti, ma negli ultimi sei anni i finanziamenti da parte dello stato verso l’ateneo sono diminuiti del 17%. Ma è proprio in questi sei anni appena, paradossalmente, che il Polimi riesce a proiettarsi in avanti e a scalare velocemente il ranking mondiale delle università. Dal 48° posto al 17° in tutto il settore Engineering & Technology, dal 15° al in Architecture, dal 10° al in Art & Design (Stanford è decimo).

Basta visitare la sede in Bovisa, a nord di Milano, per capire come il Politecnico abbia raggiunto questi risultati. La mia impressione è quella di trovarmi in un campus americano, di quelli in cui vengono incubate startup che passano dai garage e poi finiscono nei nostri smartphone. Molti studenti passeggiano con gli zaini e le felpe firmate “Polimi”, una tradizione importata dal mondo accademico anglosassone. E invece siamo a Milano, in un ateneo statale. Il rettore Ferruccio Resta mi conferma che la volontà è quella di portare il Politecnico fuori dal tipico provincialismo italiano. Mi parla di una università pubblica con una direzione fortemente internazionale e tecnica. Insiste nel dire di non avere alcun merito nel successo del Politecnico, e propone una visione concreta del ruolo dell’università nella vita di ciascuno studente, cioè quello di offrire strumenti per rimanere attivi e competitivi nel mercato del lavoro per i successivi 40 anni. I fatti gli danno ragione: il 98% dei laureati a un anno dal diploma viene assunto, spesso a tempo indeterminato.

Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©
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Ma come è stato possibile arrivare a questi risultati scavalcando i colossi dell’università privata di tutto il mondo?

L’elemento che ritorna spesso quando chiedo quale sia “il segreto” è sempre lo stesso: la capacità di confrontarsi con il resto del mondo. Ciò significa non solo accogliere studenti stranieri, e non semplicemente “tollerarli”, ma dar loro la possibilità di studiare in un contesto che sia all’altezza delle loro aspettative. L’obiettivo, mi dice il rettore, è quello di avere un’università internazionale a Milano.

La strada per rendere questo possibile è ovvia: proporre corsi di laurea esclusivamente in lingua inglese. Questo non solo permette al Polimi di avere 6mila studenti stranieri, ma consente anche agli studenti italiani che non se lo possono permettere, di studiare in un’università di stampo anglosassone. I corsi anglofoni sono infatti molto popolari anche tra gli studenti di casa nostra, che li vedono come un’opportunità per misurarsi con lo standard di insegnamento internazionale.

Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©
Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©
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Una svolta che è stata immediatamente celebrata e approvata, se per “celebrata e approvata” intendiamo lo stop dalla Corte Costituzionale che ha colpito l’ateneo milanese. Una vicenda che addirittura viene salutata dal Corriere e da vari intellettuali come una “vittoria” per l’Italia, invece di una posizione tragicamente sciovinista e anti-competitiva. Il rettore però non ha alcuna intenzione di fermare le lezioni in inglese. Quando gli chiedo della sentenza, la sua posizione è chiara: in Italia dobbiamo smetterla di credere che non possiamo sostenere un’università con pretese internazionali. Dobbiamo smontare l’idea secondo cui non possiamo essere un Paese internazionale; abbiamo imprese internazionali, abbiamo cultura internazionale, dobbiamo avere anche un’università internazionale. Si può pensare di fare una classe in inglese e una in italiano, ma  dividere non può essere lo strumento giusto attraverso cui risolvere il problema dell’integrazione. E noi italiani abbiamo bisogno di integrare.

Il flusso di visiting professors provenienti da atenei europei, americani e asiatici è esclusivo del Politecnico proprio per la decisione di insegnare in inglese. Molti scelgono l’ateneo per brevi periodi di studio e di ricerca e poi decidono di restare per interi anni accademici. A favorire il loro arrivo è la rete internazionale dei colleghi: nel dipartimento di Design, ad esempio, si organizzano doppie lauree con le prestigiose scuole di Pechino, Shangai e Nuova Delhi.

Più la relazione con i Paesi e le scuole estere si stringe, più è facile non solo salire di livello nel ranking QS – dal momento che la classifica si basa sulle opinioni dei colleghi di altre università – ma anche aprire i laureati alla carriera internazionale.

Per il Politecnico “università internazionale”  significa anche abbattere le differenze e gli stereotipi di genere. Il presidente dell’Associazione Studenti Musulmani ha per esempio costruito una rete di studenti insieme a membri provenienti da più di dieci Paesi nel mondo e organizza attività di tutorato e conferenze sul lavoro. La sua associazione ha inoltre promosso la creazione di un’aula di riflessione, aperta agli studenti di qualsiasi fede, dove ciascuno può recarsi a pregare secondo il proprio credo o prendersi una pausa meditativa. Per aumentare il numero di studentesse di materie STEM il Politecnico offre summer school e borse di studio a loro dedicate. Ma attirare iscritte non basta, bisogna anche supportare i loro sviluppi di carriera una volta conclusi gli studi. Per questo il Politecnico di Milano, unica università italiana ad averlo fatto, ha deciso di sostenere Valore D, un’associazione di imprese che promuove la diversità nelle aziende e nel Paese, a cui partecipano grandi multinazionali come Microsoft, Yoox Net-a-Porter, Unilever e Ikea.

Pensiamo che tutto questo avviene mentre le risorse stanziate dallo Stato a favore delle università dal 2010 sono diminuite del 5,1%, andando a colpire soprattutto chi la scuola la vive e la costruisce quotidianamente: 15% in meno di personale accademico, tra docenti, ricercatori e amministrazione. E di conseguenza è sceso anche il numero degli iscritti, che rende ancora più grave la situazione. Anche il Politecnico è toccato da questa crisi. Al conseguire degli evidenti successi non c’è da parte della Regione Lombardia o dello Stato italiano un re-investimento.

La mancanza di fondi costringe il rettore Resta a razionalizzare il budget a disposizione su due aeree: la formazione dei docenti e la ricerca. L’unico sostegno proviene dall’Unione Europea, che con i suoi fondi Horizon ha finanziato più di 200 progetti scientifici del Politecnico, per un totale che supera i 92 milioni di euro. Questi fondi, però, non vanno a coprire le lacune lasciate dallo Stato italiano, perché i soldi non possono essere utilizzati per il diritto allo studio o per le strutture universitarie.

Ferruccio Resta, Rettore del Politecnico di Milano

Nonostante le difficoltà, il Politecnico di Milano vanta successi in ogni campo disciplinare. L’iniziativa del MIUR “Dipartimenti di eccellenza”, prevista dalla legge di bilancio 2017, ha individuato e finanziato i migliori dipartimenti delle università italiane, di cui cinque presenti al Politecnico: Meccanica, Architettura e Studi Urbani, Design, Ingegneria Gestionale, Energia.

Anche per la direttrice della scuola di Design, Silvia Piardi, la mancanza di fondi risulta essere un problema. Che diventa uno sprone a fare meglio degli altri. Le università che fanno concorrenza al Politecnico hanno 15/20 studenti che vengono tipicamente coccolati come le madri fanno con i figli unici, mentre in Bovisa le classi vanno dai 50 ai 150 studenti dei corsi teorici. Come si diventa più competitivi dei college-azienda americani, allora?

Steve Jobs amava ripetere che la Apple era posizionata in un’ideale intersezione fra “creatività, arte e discipline umanistiche e tecnologia”. Piardi descrive la sua scuola di Design in termini non troppo dissimili. Al Politecnico il Design non viene insegnato come in un’accademia, ma come costola di un’università tecnologica, a diretto contatto con ingegneria e architettura. È stata la facoltà di architettura del Politecnico ad aver letteralmente creato il design e l’architettura italiani. Gio Ponti, Renzo Piano, Achille Castiglioni e Gae Aulenti, tra i tanti, hanno studiato o insegnato qui. La storia e le radici culturali di Milano e dell’ateneo, sono le basi che permettono di superare limiti come quello di fondi che, incomprensibilmente, ogni anno diminuiscono invece di aumentare.

Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©
Politecnico di Milano – Alessandra Lanza ©

Per gli studenti di Design il Politecnico ha messo a disposizione laboratori aperti a tutti dove ciascuno può lavorare sul proprio progetto, sull’immagine, sul confezionamento. Funziona così anche per la scuola di moda, che punta a creare professionisti che sappiano fare tutto, lavorando a un prodotto completo. Che siano, insomma, non semplici sarti o stilisti, ma figure a tutto tondo, duttili nel mondo dell’industria. Il progetto finale è quello di creare  un grosso distretto per chiunque, non solo studenti, dove trovare dei tutor che seguano un progetto d’impresa, ma anche i fondi, i venture capital e gli strumenti adatti per sperimentare. Mi raccontano anche di un nuovo dipartimento costituito circa cinque anni fa, chiamato Architettura e Studi urbani, e creato insieme a storici, restauratori, sociologi e geografici per lavorare sulla progettazione architettonica e urbana in relazione agli spazi, alle reti e i flussi, al welfare e ai servizi della collettività.

Ma non ci sono solo le Arti Visive. Gli studenti di ingegneria informatica hanno offerte di lavoro ancora prima di discutere la tesi, mi spiega il professore associato Stefano Zanero, e vanno quasi tutti all’estero per iniziare la loro carriera. Non una cosa così positiva, se ci pensiamo. Significa che in Italia non siamo in alcun modo competitivi in questo settore. Abbiamo, secondo alcuni rilevamenti, 76 mila posti di lavoro per informatici, analisti e programmatori che non verranno mai occupati. Gli studenti italiani, dice Zanero, emigrano perché non esiste alcuna azienda in grado di intercettare la loro curiosità. Non abbiamo  Facebook o Google, e nemmeno Spotify come gli svedesi. Quello che possiamo fare è quindi guardare i nostri talenti migliori andare all’estero. Accade anche nel dipartimento di Meccanica o in quello di Energia, nato solo nel 2008, ma in grado di mettere in piedi uno dei laboratori e impianti fra i migliori del mondo, secondo il direttore Fabio Inzoli. Il lavoro gli ingegneri del Polimi lo trovano facilmente, perché tutti i percorsi di studi sono fortemente formativi, senza trascurare la parte applicativa.

Ma parlando con i docenti è chiaro che l’obiettivo del Politecnico non sia semplicemente trovare un lavoro ai laureati. Per un’università che ha una percentuale di assunzione del 98% si tratta quasi di un aspetto scontato. L’ossessione che si respira è un’altra e più ambiziosa: coltivare i talenti che possano cambiare le sorti del Paese. Per Inzoli il Politecnico deve essere una frontiera dell’innovazione; un ateneo qualificato che possa permettere di creare strategie e raggiungere obiettivi. Perché se la produzione industriale è in altre aree geografiche, come i Paesi in via di sviluppo, la ricerca può e deve essere conservata in Italia.

Fra i docenti del Politecnico obbiettivi come questi non sono sogni che possono permettersi solo le università e i docenti che vivono all’estero, ma qualcosa da realizzare qui in Italia, a Milano. Fra queste aule non si respirano disfattismo o rassegnazione. Anzi. Silvia Piardi individua proprio nell’essere italiani e “milanesi” uno dei punti di forza del Politecnico. Cosa significa? Non mollare mai di fronte ai limiti. I limiti sono sempre esterni, come la burocrazia, le risorse che mancano sempre. La sfida, per il Politecnico, è quindi capire il futuro e stare sempre un passo avanti.

Siamo italiani, lo possiamo fare.

 

Le fotografie sono di Alessandra Lanza.

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