Sono cresciuto in un contesto in cui la scuola è un po’ come il locus amoenus dove ogni bambino dovrebbe fiorire e prosperare, dove il diritto allo studio è qualcosa di fondamentale e dove giornalisti e politici sarebbero, almeno apparentemente, disposti a tutto pur di proteggere quei piccoli esseri indifesi che non dovrebbero subire le conseguenze delle varie peripezie che si manifestano tra gli adulti.

Qualcuno potrebbe pensare che questo interesse per l’istruzione e per il futuro dei ragazzi sia qualcosa di circoscritto alla nostra regione territoriale, ai nostri bambini, quelli con il nome che si pronuncia facilmente. L’altruismo però, come sappiamo, è un carattere dominante nei sistemi occidentali e il party politico e mediatico che è stato celebrato nel corso degli ultimi anni intorno al fenomeno “Malala” ne è una chiara testimonianza.

Malala Yousafzai è una ventenne pakistana che all’età di 11 anni ha curato un blog per la BBC in cui documentava la vita sotto il regime dei talebani, raccontando in particolar modo le problematiche riguardanti l’istruzione femminile. È diventata famosa a livello internazionale dopo un attacco subito nel 2012, quando fu colpita alla testa da un colpo di pistola sparato da un talebano, mentre stava tornando a casa da scuola. È stata poi trasferita a Birmingham, in Inghilterra, dove ha ricevuto le necessarie cure mediche, e da lì ha portato avanti nel corso degli anni campagne delle quali ormai hanno sentito tutti parlare. Sulla storia della sua vita è stato realizzato un documentario, un libro, centinaia di articoli. E nel 2014 le è stato assegnato il Nobel diventando, a diciassette anni, la più giovane vincitrice del premio. Eccola qui che sorride, viva e vegeta, durante un discorso di qualche mese fa alle Nazioni Unite.

Il sole splende, i fiori cantano. Meglio di così non poteva andare. Malala è salva, l’abbiamo aiutata a scappare da quella gentaglia becera che odia la libertà, le donne, l’istruzione e molto probabilmente non si lava le mani prima di mangiare. Lo spazio onirico che si è andato a creare all’interno delle nostre menti, durante questi anni, è quello di Paesi occidentali che avrebbero garantito a ogni costo un’infanzia felice a tutti gli adolescenti afghani che vanno a scuola passeggiando per le strade di Kabul. O un’istruzione adeguata per tutti i bambini yemeniti che hanno avuto la sfortuna di nascere in certe condizioni. Per questo motivo, dopo aver fatto festa sullo pseudo-cadavere di una teenager pakistana, il rinomato buon senso occidentale avrebbe dovuto spingere a concretizzare uno scenario in cui sarebbe potuto succedere di tutto, tranne che la morte di una bambina o la distruzione di una scuola. Abbiamo salvato Malala, sappiamo ciò che ha passato e mai potremmo fare in modo che lo stesso accada ad altri.

Esattamente il contrario di ciò che sta accadendo oggi in Yemen, dove va avanti un conflitto in cui i Paesi occidentali giocano un ruolo fondamentale. Meraviglia vedere come quel sentimento di cura nei confronti dei bambini che devono andare a scuola per poter realizzare i loro grandi sogni, scompaia quando quest’ultimi muoiono sotto i nostri bombardamenti. Bisogna salvare i cloni di Malala che popolano i torridi Paesi orientali, ma nel frattempo, ci può scappare qualche morto. Pochi giorni fa Amnesty International ha rivelato come la bomba che il 25 agosto ha distrutto un palazzo nella capitale yemenita – portando al bilancio di 16 civili uccisi e 17 feriti – fosse di fabbricazione statunitense. Tra i morti sette bambini: sette individui che rientrano in quel target demografico che si afferma continuamente di voler accudire e proteggere.

Lynn Maalouf, direttrice delle Ricerche per il Medio Oriente di Amnesty, ha affermato come non ci sia nessuna spiegazione che gli U.S.A. – o altri paesi, come Francia e Regno Unito – possano usare per giustificare il continuo rifornimento di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, utilizzato per il conflitto nello Yemen. L’Italia non gioca un ruolo da meno. Al di là della sua generale partecipazione in Medio Oriente, solo qualche giorno fa la Camera dei Deputati ha respinto l’ipotesi di embargo relativo alla fornitura di bombe italiane verso l’Arabia Saudita. Come già Amnesty aveva affermato, il “governo italiano sta continuando a fornire armi all’Arabia Saudita e agli altri membri della coalizione da utilizzare contro lo Yemen, violando il diritto nazionale ed internazionale”. Per non parlare poi della probabile chiusura di più di 13mila scuole o dei bambini uccisi mentre andavano a esercitare il famoso diritto allo studio.

Yemen-sanaa

Se la distruzione dello Yemen dovesse creare un ambiente fertile per il terrorismo, l’unico aspetto su cui ci si concentrerà sarà quello, senza pensare a tutto il resto. Quando il Paese cercherà poi di rimettersi in piedi, nella mancanza di stabilità, chi garantirà ai bambini di poter andare a scuola? Se mai una bambina che vive in quelle zone di guerra dovesse avere la fortuna di essere catapultata dalle macerie a una città europea x, e alla fama mondiale, probabilmente la storia che uscirebbe sarebbe la stessa di Malala: quella di una fanciulla indifesa scappata da un Paese retrogrado che le ha impedito di vivere in modo adeguato la sua infanzia. Nulla sul perché e sul cosa l’abbia costretta a scappare. Che è esattamente il problema di tutto ciò che è girato intorno a Malala negli ultimi anni. Dal momento in cui in Occidente è cominciata la sua celebrazione non si è fatto altro che propagare quest’idea della sua costante “liberazione”, trascurando tutto ciò che c’è dietro.

La narrativa dietro a Malala segue il solito andamento e il punto di vista che viene presentato tralascia completamente le circostanze che hanno portato il Pakistan, in questo caso, e quelle zone in generale, a tale situazione. Sappiamo solo che hanno sparato a Malala perché voleva studiare, perché voleva ricevere un’educazione. Fine. Non sappiamo nulla su chi le ha sparato, sul perché, come e quando. Non viene raccontato nulla su questi talebani, su come siano nati, su chi abbia facilitato la loro ascesa o su come si sia sviluppata la loro ideologia. Nulla su cosa e chi abbia contribuito ad aumentare il caos nel Paese.  C’è solo una storiella che continuano a riproporci assiduamente: proprio come in una favola, come “c’era una volta il lupo cattivo”, così c’erano una volta dei bracconieri dagli sporchi turbanti e lunghe barbe che vivevano nei deserti orientali e che spargevano terrore. Nel racconto di Malala dire che siamo catapultati in medias res è dire poco. Dire che ci viene somministrata una dieta di concetti distaccati tra loro è dire poco.

Si truccano così in modo presentabile gli interventi militari che avvengono e si continua a dare alla “lotta al Terrore” una patina colorata. E allora mandiamo avanti la campagna benefica per la distruzione del Medio Oriente, mandiamo avanti la guerra in Afghanistan, continuiamo a creare e uccidere altre Malala, continuiamo a creare un ambiente fertile affinché tutti possano avere la possibilità di andare tranquillamente a scuola. È come se storie come quella di Malala venissero minimizzate a mosse di marketing propedeutiche a qualche altra offensiva militare.

Ad agosto Malala è stata ammessa a Oxford, e tra qualche settimana uscirà il suo nuovo libro: una storia illustrata per bambini, ispirata alla sua infanzia. Posto che nessuno ha la pretesa che un libro di questo tipo proponga riflessioni geopolitiche, rimane comunque una necessità cercare di incoraggiare il racconto di vicende di questo genere in modo più completo. Perché allargare la lente, in questo caso, non esclude l’impegno di Malala, la sua celebrazione, il lodarla per la sua lotta o sostenerla nelle battaglie che sta portando avanti.

Le solite denunce e musi tristi, davanti a morti di bambini che non vengono seguite da politiche che possano portare a una prevenzione di episodi del genere, non sono altro che la confessione di un crimine davanti a un giudice facilmente impressionabile. Continueranno a ingozzarci con queste immagini coi loro trofei, i fanciulli sorridenti che hanno salvato, ma la realtà è che a loro non interessa la tua faccia sorridente, no, perché l’unica posa su cui le loro politiche convergono, la miglior espressione che possano farti fare in foto è semplice: il morto.

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