Dopo la Catalogna tutti i movimenti indipendentisti italiani si sono risvegliati - The Vision

Una buona parte dell’attività dei media, negli ultimi giorni, si è concentrata sul caso catalano. Funambolici editoriali hanno cercato di individuare un possibile filo connettore tra il referendum in Catalogna e quello che si terrà in Lombardia e Veneto. Maroni e Zaia però si smarcano – “Catalogna? Nulla a che fare con il nostro referendum” – e non a torto, a conti fatti le due faccende sono completamente diverse. Pensandoci meglio, mi sono accorto che un legame tra il trambusto ispanico e la sottocultura politica italiana può esserci. Ho preso allora in esame alcuni movimenti italiani che da tempo operano all’interno di questo orizzonte politico, così da capire come si vogliano muovere ora, cessata la tempesta.

Il 13 ottobre 2017, in Spagna, si festeggia l’Hispanidad: una rumorosa parata attraverso le strade di Madrid. Mentre si discute dell’integrità politica della nazione, stendardi, bandiere, vessilli, polizia, esercito e sbronze sembrano fare da collante a un Paese il cui tessuto sociale sembra ormai lacerato, indipendentemente dalla decisione di Puidgemont. Nei giorni scorsi Rajoy, spaventato dal grido “elezioni anticipate”, ha conquistato l’appoggio degli altri partiti (meno Podemos) per avviare le pratiche per attivare l’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia di Barcellona. In cambio Rajoy ha promesso ai socialisti di riaprire le discussioni in merito a un’eventuale modifica costituzionale che spinga verso prospettive federali. Tra parate, aerei precipitati e strategie politiche stile Frank Underwood, il bello (a tratti) e dannato Puidgemont, intanto, prende tempo. “Non ha risposto” a quelle che erano le esigenze dettate dalliter referendario. Il governo spagnolo si riunirà domani a Madrid per procedere con l’articolo 155. In Italia, invece, la eco di quanto avviene oltre i Pirenei ha scosso alcune realtà che da anni vivano nel sottobosco politico.

La settimana scorsa, Marco Pili – Deputato e Leader di Unidos, la lega indipendentista sarda – ha depositato in Parlamento un testo di legge costituzionale affinché venga riconosciuta, tramite consultazione popolare, l’autodeterminazione dei cittadini sardi. Fagocitato dall’esperienza catalana, le storiche istanze del movimento indipendentista sardo si ripresentano sull’orizzonte politico italiano con nuove giustificazioni e maggiore visibilità mediatica. La filippica di Pili degli scorsi giorni è un misto di trap e retorica spiccia vecchio stile: “la Sardegna è trattata come la peggior colonia di Stato, il Popolo Sardo subisce discriminazioni infinite. I tratti identitari del Popolo Sardo sono delineati in modo chiaro e definito dalla storia e dall’etnia, dalla cultura e dalla lingua [su tutto ciò Remotti avrebbe qualcosa da ridire nda]”. Pili aveva presentato una proposta di legge dello stesso stampo due anni fa. Proposta che, all’epoca, era stata rispedita al mittente senza troppi giri di parole. Ma intanto Pili si è ingegnato, ed è andato a Barcellona a darsi da fare con politici e istituzioni.

Il piano sembra quello di sfruttare il caos mediatico offerto dalla questione catalana per fare pressioni sul Parlamento nostrano. Dal momento in cui Pili pare andare a braccetto con le autorità catalane, ha affermato che, nel caso di una bocciatura del testo da parte della Presidente della Camera (Laura Boldrini), “ne scaturirebbe un contenzioso giudiziario di livello internazionale […]. Sarebbe un vulnus giuridico costituzionale alla pari della mancata legittimazione del referendum catalano”. La speranza è che a questo giro il Parlamento approvi la possibilità di un referendum per l’indipendenza della Sardegna, non tanto in forza della legittimità politica della richiesta, quanto piuttosto per timore delle eventuali ripercussioni giuridiche, mediatiche e giocoforza politiche del caso. Ciò che accadrà in Catalogna, dunque, non solo diventa cruciale per lo status quo dei confini geopolitici quantomeno europei, ma determinante persino per la posizione di Pili e della sua proposta di legge.

Che sia uno strumento di tutela di una minoranza o una machiavellica mossa politica da parte di Unidos è problema irrilevante al momento. È importante però tenere conto di quanto e come la questione catalana potrà influire, in un prossimo futuro, sulla decisione che Montecitorio prenderà in merito. Per ora è presto per allarmarsi, la legislatura ha i minuti contati, alcuni franchi tiratori in Catalogna fanno pressioni perché Rajoy si dimetta nel mentre che si inizia a parlare di austerity. La situazione è a dir poco spinosa, ma decisamente intrecciata alle sorti della tratta Cagliari-Barcellona. Il fatto è che la questione catalana, al di là delle rivendicazioni di Unidos, potrebbe ravvivare fuochi indipendentisti che, negli ultimi tempi, si erano spenti tra la noia e l’isteria. Mutatis mutandis in Italia in ballo ci sono ancora tanti altri gruppi che fanno pressioni per l’indipendenza. In classifica troviamo il Movimento Nazionale Siciliano (MNS), il Süd-Tiroler Freiheit, il movimento Nazione Napolitana Indipendente e il Movimento Trieste Libera.

L’MNS, nato giusto l’anno scorso, è un mash-up di altri tre movimenti: Sicilia Nazione, Fronte nazionale siciliano e Movimento per l’indipendenza della Sicilia. In merito alla questione catalana e di come possa legarsi alle loro istanze, Domenico Dagna, uno dei soci fondatori, mi dice che, come Pili, «ci siamo già mossi. Seguiamo con attenzione alle vicende della Catalogna e crediamo che sia l’inizio di una futura nuova Europa dei popoli. Sicuramente cercheremo sempre di più di esporci, ricordo che il Movimento Nazionale Siciliano cercherà di unire tutti i movimenti partiti e associazioni sia indipendentiste che autonomiste». Sul resto è no comment.

A seguire: Ciro Borrelli, uno dei fondatori di Nazione Napolitana Indipendente – anche detto Movimento di Liberazione Nazionale Napoletano (MLNN) -; movimento che, per dadaismo o sardonico spasso, ha attirato anche l’attenzione dei media d’oltreoceano.. Borrelli mi dice che il loro movimento sta attualmente aspettando che l’Onu possa riconoscere i napoletani come “popolo”: vogliono delle tutele prima di proporre disegni di legge ad hoc. Il movimento prende infatti le distanze dalla Catalogna: «se non siamo riconosciuti come popolo siamo in difetto come i catalani. Penso che la Catalogna abbia sbagliato perché non c’è stata collaborazione con l’ONU, è stata un’operazione unilaterale. E comunque l’indipendenza è una cosa, l’autonomia un’altra. Per noi ora andrebbe anche bene una politica che spinga per il federalismo». Ricordandomi del mantra di casa Stark, “Winter is coming!”, sono risalito fino a Nord, in Sud Tirolo e nel triestino.

Il Süd-Tiroler Freiheit – Freies Bündnis für Tirol, tra i vari gruppi e movimenti, è quello che negli anni si è dato maggiormente da fare. Capeggiato dalla consigliera della provincia autonoma di Bolzano, Eva Klotz, il movimento è da tempo in contatto con i catalani. Intanto la mite Eva, anche definita “la pasionaria del Sud Tirolo”, ha gentilmente accettato un vitalizio di 945mila euro dall’Italia; la stessa cara Italia verso la quale dispensa disprezzo da circa 30 anni. A prevederlo è la legge per i consiglieri provinciali di Bolzano; non accettare sarebbe stato “una rinuncia al frutto dei contributi versati in una vita di lavoro”. Cristian Kollmann, il portavoce, mi dice che «si, sicuramente la questione della Catalogna è un trampolino di lancio non solo per noi, ma piuttosto per far sì che si crei un dibattito forte attorno al tema. Ci muoveremo non soltanto da un punto di vista di prassi politica (concretamente come ha fatto Pili nda), ma sfrutteremo la cosa perché questo tipo di istanze, che hanno origine primariamente nella voce del popolo, possano essere discusse a livello nazionale ed Europeo». La posizione del movimento della Klotz è più sottile: l’indipendenza per loro «non significa antieuropeismo, anzi. Significa potersi autodeterminare e operare autonomamente all’interno dell’Eurozona». La questione catalana, per Kollmann, solleva anche un tema importante: quello dei confini degli stati, «confini tracciati arbitrariamente sempre a ridosso di rivoluzioni o guerre. L’Europa è la nostra casa, il popolo ha diritto di scegliere sotto quale tetto abitare». La prospettiva è quella quindi, come nel caso di Borrelli, di spingere verso «prospettive più federalistiche che possano venire incontro alla volontà della gente». A loro avviso l’ostruzionismo da parte delle élite è dovuto alla paura dello squilibrio di poteri all’interno dell’Unione Europea. In ogni caso per la catalogna «bisognerà aspettare fino a giovedì, vedremo che succederà».

Dulcis in fundo abbiamo il Movimento Trieste Libera: la realtà forse più interessante. Roberto Giurastante, portavoce del gruppo, mi ferma subito: «non abbiamo nulla a che fare con la Catalogna. Noi non vogliamo l’indipendenza, noi volevamo che venisse rispettato il Trattato di Pace del 1947». Trattato che è inserito all’interno della Costituzione e che prevede lo status di “porto franco” per Trieste. Il 13 luglio di quest’anno il Governo ha riconosciuto Trieste come porto franco senza tuttavia modificare la regolamentazione fiscale sulla città. In merito «è stata intentata una causa collettiva nei confronti dello Stato da parte dell’IPR – FTT (rappresentanza internazionale di Stato provvisoria all’estero del Territorio Libero di Trieste che ha promosso la causa di accertamento fiscale denunciando le violazioni commesse dal governo amministratore italiano)». La prima seduta è prevista per il 27 novembre. Giurastante spera che il caso possa avere risonanza anche internazionale, fino ad allora, rimaniamo in attesa, anche perché ci tiene a precisare che «la questione del TLT è assai poco conosciuta anche dai media e porta spesso a confondere le nostre posizioni con quelle di autonomisti e indipendentisti europei con i quali non abbiamo molto da spartire».

Le sorti della Spagna sono rimandate a nuovo ordine, almeno fino a domani comunque. La cosa, però, in ultima analisi, ha anche poca importanza. Per questi piccoli e poco noti movimenti l’importante era trovare una cassa di risonanza internazionale attraverso cui potessero dar nuova voce alle proprie proposte. Il referendum per l’indipendenza della Catalogna è stato un amplificatore ben più potente di quanto potessero sperare.

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