Non esiste un incidente al tritolo.

Le prime voci parlavano di incidente. C’era chi in cuor suo lo ha sperato, come se mettere la testa sotto la sabbia potesse in qualche modo cancellare la puzza di quell’omicidio eclatante.

Ma la puzza di un’autobomba non si cancella. Come non se ne cancella il rumore. È un boato simile a quello di un terremoto, cresce da sotto, sembra venire dalle viscere della terra che scuote.

Nell’altra grande isola del sud Mediterraneo, la Sicilia, lo sanno bene. Lo hanno raccontato bene gli uomini della scorta del giudice Falcone, quelli sopravvissuti al terribile attentato.

Questa volta, 25 anni dopo e nella “democratica Europa”, l’auto è schizzata dalla strada fino a un campo. E con lei il corpo della giornalista d’inchiesta più coraggiosa e controversa dell’isola di Malta: Daphne Caruana Galiza.

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“Non me lo dimenticherò mai, correre dentro all’inferno di quel campo, cercando di capire come aprire la porta dell’auto ancora in fiamme, urlare agli unici due poliziotti accorsi di usare quell’estintore che reggevano. Mi hanno guardato. ‘Ci dispiace, non c’è nulla che possiamo fare’, mi ha detto uno di loro. Ho abbassato lo sguardo e c’erano frammenti del corpo di mia madre tutto attorno a me. E ho capito che avevano ragione, non c’era più speranza. “Chi è nell’auto?”, mi hanno chiesto. “Mia madre è nell’auto. È morta. Ed è morta a causa della vostra incompetenza,” ha scritto il figlio Matthew Caruana Galiza dopo essere accorso sul luogo dell’attentato.

Fa impressione. Dà i brividi. Deve fare impressione. Più di un omicidio a mano armata, più di una pistolettata insomma. Qua si parla di un’autobomba, e il messaggio mafioso, da chiunque sia stato “consegnato”, ha il suo peso specifico.

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A Malta, isola che conta meno di 500mila abitanti, negli ultimi 13 mesi è stato utilizzato altre cinque volte. Mai contro un giornalista.

Daphne Caruana Galizia, 53 anni, viveva a Bidnija, nel nord dell’isola. Era una giornalista diventata famosa per il suo blog Running Commentary.

Dopo l’attentato, i media maltesi hanno parlato di minacce di morte che la giornalista avrebbe denunciato giusto qualche giorno prima. Minacce che sono state poi negate in successivi interventi. Eppure, spiegano a IRPI alcuni cittadini maltesi preoccupati dalla vicenda “le minacce di morte erano il suo pane quotidiano. E se non erano minacce di morte erano querele. Ne ha avute più di cinquecento nella sua vita”.

Daphne Caruana Galizia non guardava in faccia nessuno: né il potere, né i criminali, né quegli opinionisti da salotto in grado soltanto di dire cose di buon senso, senza mai esporsi. Diceva a gran voce quello che pensava, alcune volte esagerando. Non riportava solo fatti: li commentava, provocava il pubblico e i potenti dell’isola. Era un personaggio scomodo.

Il giornale conservatore The Times of Malta l’ha definita la giornalista più controversa dell’isola. Un tratto dovuto anche al suo passare dalle vesti di opinionista sui suoi diversi blog a giornalista investigativa di prim’ordine. Raggiungeva da sola praticamente ogni lettore di Malta. Tutti la conoscevano.

Running Commentary più che un blog era – è – una vera miniera di notizie. Da un certo punto di vista, uno specchio inquietante del livello impressionante di corruzione raggiunto negli ultimi anni nel piccolo paese europeo,” racconta Sara Farolfi, giornalista d’inchiesta di IRPI che era stata aiutata da Caruana Galizia durante un lavoro a Malta.

E così aleggia il dubbio. La gente si chiede se sia stata uccisa per aver scoperto dei segreti troppo grandi, che potevano destabilizzare l’intero Paese, o se sia stata uccisa per l’odio di qualche fanatico o di qualche gruppo criminale di strada. Ci si domanda se sia stata una mossa da servizi segreti, o un’esecuzione di qualche gang dedita al traffico di droga.

Per i tre figli, però, non ci sarebbe molta differenza, fosse stata colpa della criminalità organizzata locale, di balordi o della politica, per Matthew Caruana Galiza, quello dei tre che più è finito sotto i riflettori, “lo Stato e il crimine organizzato qui sono diventati indistinguibili”.

Mezz’ora prima di morire, Caruana Galizia ha vergato una sentenza sul suo blog. Il suo ultimo pezzo. Forse una richiesta d’aiuto al mondo. “Ci sono truffatori ovunque ci si giri, adesso. La situazione è disperata”.

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In effetti, nel vaso di Pandora in cui la reporter aveva infilato le mani c’era veramente di tutto. Le connessioni offshore dei potenti dell’isola, le infiltrazioni della mafia italiana nel mondo del gioco d’azzardo (di cui le Procure Antimafia di Bari, Reggio Calabria e Catanzaro avevano già messo in luce le reti), i legami tra il governo e alcune aziende private che gestiscono il sistema di vendita dei passaporti maltesi, e non ultimo la criminalità organizzata dell’isola, le gang di Soho dedite a prostituzione e traffico di droga e, secondo la blogger, vicine al leader dell’opposizione Adrian Delia. Era proprio quest’ultima la cosa a cui la giornalista si stava dedicando negli ultimi tempi, e che a Malta si crede possa aver influito sulla sua fine.

Ma la verità è che questa donna coraggiosa e sopra le righe aveva tanti nemici. “Ha avuto ciò che si meritava. Mi sento felice!”, ha commentato su Facebook il commissario di polizia Ramon Mifsud. Ma c’era chi nell’isola credeva nel lavoro e nel coraggio della reporter. Quando il commento del poliziotto è trapelato è nata una petizione popolare per chiederne la sospensione dalla polizia e soprattutto dall’indagine sull’uccisione della giornalista. Un altro che mal la sopportava era Jospeh Muscat, attuale primo ministro e leader del Partito Laburista, costretto da una sua inchiesta a elezioni anticipate. Ma la giornalista era diventata una spina nel fianco anche per il leader dell’opposizione, ovvero il leader del partito nazionalista Adrian Delia. Dopo l’esplosione entrambi i politici, additati da alcuni come i possibili responsabili, hanno subito messo le mani avanti: Delia definendolo “un omicidio politico”; Muscat dicendo che “non avrà pace finché non si saranno scoperti i responsabili”.

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Daphne Caruana Galizia è stata definita da Politico “One-woman Wikileaks”: si è esposta contro corruzione e malaffare, senza temere di restare sola. Il suo scoop più importante lo ha fatto lo scorso anno: ha scoperto che la moglie di Joseph Muscat aveva una società a Panama. Società attraverso cui avrebbe ricevuto un milione di dollari dalla figlia del presidente azero Ilham Aliyev, grande protagonista delle inchieste giornalistiche mondiali su tangenti e corruzione. Il tutto dopo la pubblicazione dei Panama Papers, l’inchiesta sulle connessioni offshore dei potenti di tutto il mondo nata da un documento proveniente dallo studio legale Mossack Fonseca, Da questi documenti, un network di oltre 300 giornalisti, coordinati dal Consorzio internazionale di giornalismo investigativo (Icij), ha ricostruito la mappa dei paradisi fiscali mondiali, vincendo un premio Pulitzer per il 2017.

Lo scoop maltese ha costretto Muscat a convocare elezioni anticipate e il voto popolare ha restituito il potere a Muscat. “Tutti sanno che Caruana Galizia era molto critica con me, sia politicamente, sia personalmente, ma nessuno può giustificare questo atto barbarico in nessun modo,” ha dichiarato ai media maltesi Muscat dopo aver appreso della morte della giornalista.

“Ho conosciuto telefonicamente Daphne poco più di un anno fa, nell’estate 2016. Avevo da poco iniziato un’inchiesta sui programmi di vendita della cittadinanza in alcuni Paesi europei. Malta era stato l’ultimo tra i paesi europei a introdurre, nel 2014, un programma simile; Daphne, una delle poche giornaliste a occuparsene seriamente. È stata lei a pubblicare sul suo sito […] la lista e una prima analisi degli individui che nel 2014 hanno acquistato il passaporto maltese. Ed è stata lei, sull’onda dell’inchiesta dei Panama Papers, a rivelare l’esistenza di una società registrata nelle Isole Vergini Britanniche – Willerby Inc – intestata a un uomo, Brian Tonna, considerato molto vicino al primo ministro maltese, e segretamente attiva nel programma maltese di vendita della cittadinanza. Una vicenda, quest’ultima, e un nome che ritorneranno al centro anche di una delle sue ultime inchieste”, ricorda Sara Farolfi.

Il premier Muscat ha accettato che sull’isola arrivassero anche agenti americani dell’Fbi per indagare sull’omicidio. Ora le indagini dovranno chiarire chi la temeva tanto da volerla silenziare per sempre. Chiunque sia stato però dovrà fare i conti con un grande errore. In un mondo globale e interconnesso come quello di oggi non si può pensare di liberarsi tanto facilmente di un giornalista, e un’autobomba scatena un terremoto, il cui effetto domino potrebbe rivelarsi del tutto sorprendente.

Lorenzo e Cecilia sono giornalisti del centro di giornalismo d’inchiesta Investigative Reporting Project Italy (IRPI).

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