La mafia uccide anche con i balconi - The Vision

Passeggio in via Libertà, una lunga retta che taglia Palermo, la via “in” di Palermo. Ai lati di questa dorsale si susseguono grossi palazzoni anni ’50, alti parallelepipedi da dodici piani. Solo ogni tanto questa muraglia viene interrotta da sparute palazzine liberty di fine Ottocento, massimo quattro piani, meravigliose nella loro decadenza.

Dopo la riconferma di Orlando a sindaco della città, l’appeal nazionale e internazionale del capoluogo siciliano continua a crescere esponenzialmente. Nel 2018 sarà infatti Capitale della Cultura. Palermo non è più soltanto la città del Padrino, anche se la foto davanti alla scalinata del Massimo – quella della scena finale del Padrino 3 – ci sta sempre. Oggi, la città e i suoi cittadini hanno ancora gli occhi colmi del fasto della sfilata di Dolce e Gabbana, di quel turbinio davanti alla fontana delle Vergogne. Palermo è finalmente diventata cool. Tutta cool, anche le sue contraddizioni. Se allo Zen staccano la testa al busto di Falcone davanti una scuola, la risposta è – insieme alla canonica indignazione – un murales di Falcone e Borsellino in bella vista. E anche l’analisi sullo stato dell’arte di Cosa Nostra rispecchia questa natura contraddittoria. Da una parte infatti si dice che Cosa nostra stia vivendo un momento di impasse; dall’altro che i dati diminuiscono perché i clan cambiano strategie d’azione. Entrambe le versioni sono corrette, ma incomplete.

Sono infatti convinto che le mafie, e Cosa Nostra in particolare, siano innanzitutto un fenomeno culturale. Cercare di spiegarle attraverso i dati – degli omicidi, degli arresti o degli introiti illeciti – non credo basti a renderne la complessità.

E così passeggio per Palermo, dove mi trovo rifugiato per l’estate a casa dei miei genitori. Una città che conosco poco ma che non nasconde niente, spudorata. Palermo ti sbatte in faccia tutto ciò che di più bello esiste al mondo, insieme alle peggiori brutture. Una città che è stata fisicamente, strutturalmente, modellata dalle sue culture, fra queste anche quella mafiosa. I grandi palazzi moderni di via Libertà ne sono il perfetto esempio. Prima di tutto li trovo orrendi e poi sono accomunati da una caratteristica piuttosto curiosa. Con una media di un palazzo ogni quattro, tutti i balconi sono impacchettati. Hanno proprio la base fasciata con la rete che si utilizza per bloccare le frane, quella verde che circonda anche i cantieri, come fosse una decorazione. La rete è perfettamente rimboccata, e segue pedissequamente la forma del balcone. In molti casi è quasi complicato accorgersi della sua presenza.

Quelle reti sono messe lì per impedire che i calcinacci dei balconi cadano in testa ai passanti, come in questo caso. Mistero svelato. Non è necessario avere la fantasia di George R. R. Martin per immaginare che questa “caratteristica” architettonica, tipica dei palazzoni moderni, nasca da una ragione tristemente semplice: i materiali scadenti della mafia. Molti di quegli edifici sono i figli del Sacco di Palermo, uno di quegli eventi storici più simili alla leggenda che alla storia, e per questo quasi del tutto dimenticati. In realtà è stata una delle più grandi speculazioni edilizie della storia italiana.

La storia del Sacco è l’esempio lampante non solo di come lo stereotipo della mafia “coppola e lupara” sia decrepito, ma di come la mafia abbia segnato, modificato e plasmato la Sicilia nella sua forma stessa, in modo brutale e gretto.

Il boom demografico che si ebbe nel capoluogo siciliano tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, si è tradotto in un completo stravolgimento architettonico della città. Tra il 1958 e il 1963, Salvo Lima ricoprì la carica di Sindaco di Palermo, in qualità di esponente della corrente fanfaniana della Democrazia Cristiana. Al suo fianco, in giunta, nel ruolo cruciale di Assessore ai Lavori Pubblici, c’era il corleonese Vito Ciancimino. “Palermo è bella, facciamola più bella”, questo il motto della Democrazia Cristiana all’epoca. Il nuovo piano regolatore prevedeva di portare all’urbanizzazione altri 4700 ettari. Bastò il connubio Lima-Ciancimino al fine di veder realizzate le condizioni per una speculazione edilizia colossale. In quattro anni il Comune concesse 4205 licenze edilizie.

Le inchieste degli anni successivi hanno dimostrato come Cosa Nostra abbia utilizzato i propri referenti politici nell’amministrazione comunale (Salvo Lima e Vito Ciancimino in primis) per ottenere le licenze edilizie. In sostanza si può dire che abbiano “sminchiato” – per usare un termine in tema – la Conca d’Oro. Centinaia di ettari di frutteti e agrumeti vennero spazzati via dalla speculazione edilizia: dal 1946 fino alla fine degli anni ’60, circa 3000 ettari di terreni agricoli sono diventati la periferia di Palermo, mentre nel centro si demolivano le ville. A questo proposito consiglio di sfogliare un volume intitolato Via Libertà, ieri e oggi a cura di Adriana Chirco e Mario Di Liberto, un meticoloso lavoro di archivio e ricostruzione iconografica di via Libertà, pre e post Sacco, con più di un centinaio di schede che descrivono uno ad uno, civico per civico, i palazzi che c’erano e quelli che ci sono. Guardare quelle schede è stato per me un po’ come sfogliare le gallery di Palmira o Nimrud pre e post Isis.

Se è vero che la speculazione edilizia e l’abusivismo hanno colpito l’intero Paese, ciò che rende l’edilizia criminale siciliana un unicum è il ruolo della società, diventata più complice che vittima. Assunse infatti un atteggiamento quasi naïf, che rende impossibile parlare di consapevole connivenza, o almeno non in tutti i casi. In quattro anni il Comune concesse 4205 licenze edilizie. In un solo mese, più di 3000 furono rilasciate a sole cinque persone: Salvatore Milazzo (1653), Lorenzo Ferrante (447), Michele Caggeggi (702), Francesco Lepanto (447), Giuseppe Mineo. Tranne il signor Lepanto, che era ingegnere, tutti erano nullatenenti. Insomma erano prestanome di costruttori edili. Ma non ci furono particolari domande su chi fossero questi costruttori.

A volersi liberare di quelle ville furono i proprietari stessi: sui loro terreni infatti si poteva improvvisamente costruire un palazzo di 12 piani, e quindi un reddito cospicuo, abbattere i costi di manutenzione, e ottenere un appartamento fornito di tutte le sfavillanti tecnologie e comodità possibili allora. E così anche la nuova borghesia preferì andare ad abitare nel condominio.

Più o meno a metà di via Libertà c’è una piazza quadrata, intitolata a Francesco Crispi, tangente ai Giardini Inglesi. Nella piazza si trovano un fioraio, una statua di Francesco Crispi, l’Hotel Excelsior e un parcheggio-barra-autolavaggio. Proprio dove c’è il percheggio-barra-autolavaggio, tra via delle Croci e via Alfonso Borrelli, c’era Villa Deliella, una villa in stile liberty costruita dall’architetto Ernesto Basile nel 1898 per la famiglia dei principi Deliella. Aveva un grande parco e una torre. Era una delle più interessanti opere del Basile – lo stesso che ha realizzato l’aula di Montecitorio, quella dove si riunisce la Camera de Deputati – perché mescolava lo stile liberty con un linguaggio più modernista.

Il 28 novembre 1959, un sabato, venne concessa dal Comune la licenza per demolirla. Il grosso della demolizione fu completato già la domenica, in due giorni la villa non c’era più. E dire che ancora un mese e la villa avrebbe compiuto cinquant’anni, diventando così bene protetto dalla legge. A richiedere la demolizione fu il proprietario stesso della villa. L’assurdità della vicenda è resa perfettamente da Bruno Zevi in un articolo su l’Espresso del gennaio 1963: “Abbatterla è sintomo inqualificabile di masochismo”. Eppure in pochi si indignarono. Alcuni fra gli architetti e i critici dell’arte membri del comitato redazionale del Piano Regolatore manifestarono il loro dissenso presentando le dimissioni al sindaco, il quale rispose recandosi a Roma e nelle altre maggiori città italiane per formare una commissione dalla quale sarebbero stati chiamati a far parte noti urbanisti “continentali”: dal continente, infatti, arrivava la modernità. Eppure, alla fine, chissà perché, i permessi per le nuove costruzioni non furono più rilasciati – via Libertà sì, piazza Crispi no – e della villa è rimasto soltanto il muretto che la separava dalla strada. Oggi quel muretto è del parcheggio-barra-autolavaggio.

Nel 2015 due architetti, Giulia Argiroffi e Danilo Maniscalco, hanno lanciato la proposta di ricostruire la villa, utilizzando i progetti originali del Basile ancora conservati dalla famiglia, e destinarla a sede del Museo del liberty palermitano. Oggi, però, il progetto ancora non va, e così lì ci resta il parcheggio-barra-autolavaggio. E forse è giusto così. Anzi, sono convito che si debba tutelare il suddetto parcheggio, come un bene culturale. Andrebbe illuminato la notte, con dei fari dalla luce bianca che ne sottolineino l’essenza, istallazioni video e musica e concerti per permettere alla comunità di godere di quello spazio.

Bisognerebbe organizzare le sfilate lì, lo spazio c’è. E lo stesso andrebbe fatto con tutti i balconi impacchettati, illuminiamoli, segnaliamoli, godiamoceli, perché – oltre ai dati dei tribunali, delle inchieste e degli arresti – la cultura della Mafia è quella, e continua a plasmare non solo Palermo, ma tutta la Sicilia – per non dire l’Italia.

Licata, ad esempio, è uno dei comuni dell’Agrigentino che dal 2015 è oggetto del protocollo d’intesa che prevede, per la prima volta nella zona, una serie di demolizioni di immobili abusivi. Lo scorso anno sono partite le ruspe, circondate però dalle proteste dei proprietari di casa, degli amici dei proprietari di casa, degli amici degli amici dei proprietari di casa. Qualche giorno dopo è stata data alle fiamme la casa di famiglia di Angelo Cambiano, il sindaco, già sotto scorta da parte della prefettura. Più volte aveva denunciato l’isolamento in cui, a suo dire, era stato lasciato dalle istituzioni. A settembre 2016, dopo esser stato sfiduciato dal consiglio comunale, ha presentato le dimissioni. Solo qualche giorno dopo il nuovo commissario straordinario anti-abusivismo, Maria Grazia Brandara, è stata minacciata di morte. Perché le proteste contro le demolizioni, le minacce, gli incendi sono fenomeni culturali, sono espressione di un modo di pensare che si ripete nel tempo.

Angelo-Cambiano
Angelo Cambiano
Maria-Grazia-Brandara
Maria Grazia Brandara

L’estate appena trascorsa è stata quella del tour dei 5 Stelle #ATuttaSicilia, partito il 6 agosto da Marina di Ragusa. Il tour faceva parte della campagna elettorale per la presidenza della Regione e a guidarlo c’era il tridente Di Maio, Di Battista, Cancelleri, candidato per la seconda volta alla guida della giunta regionale siciliana. Proprio il candidato Governatore, dal Palco di Giardini Naxos e in diretta TV su La7, ha coniato l’espressione abusivismo di necessità: “Perché in questa regione non sono mai stati fatti i piani casa, e allora,” ha detto Cancelleri, “chi non aveva soldi ma aveva un po’ di arte la casa se l’è fatta”. Bisogna ammettere che come trovata elettorale è perfetta, direi democristianamente perfetta. Ma se tutelassimo come bene culturale il parcheggio-barra-autolavaggio di piazza Crispila magari il candidato governatore si ricorderebbe che la trovata geniale di Lima-Ciancimino & Co. fu proprio quella di far approvare un Piano Regolatore, fu quella di ammaliare la città con le ombre dei parallelepipedi della modernità, con l’ideale di più case, nuove case, grandi case. Non ci furono proteste, disordini o manifestazioni.

Ormai sono alla fine della mia passeggiata. Accanto a dove oggi si trova casa dei miei c’era un edificio noto come villa Varvaro. Era stato costruito nel 1892. Era un villino neogotico al centro di un enorme giardino. L’estensione dell’intera proprietà era di 13mila mtq. I coniugi Vassallo vendettero la villa e il terreno nel 1951. Così, accanto al balcone della camera dove dormo c’è un complesso residenziale costruito nel 1953: due palazzi disposti ad elle, con dei portici. Al centro del cortile formato dalla elle ci sono tre palme, pare fossero del giardino del villino Varvaro. Tutti i balconi e i portici hanno la loro bella coperta a rete verde. Credo siano lì da sempre. Sotto i portici ci sono invece un parrucchiere, un cinema chiuso, un negozio di abbigliamento femminile e una farmacia. È molto fornita, ci vado spesso.

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