La lettera delle attrici italiane contro gli abusi non serve a nulla - The Vision

Se negli Stati Uniti, lo abbiamo visto negli ultimi mesi, la lotta agli abusi e alle pressioni sessuali si è concretizzata nel movimento Me Too, in Italia ha invece preso una forma più compiuta e nazionale solo di recente, con Dissenso Comune, una lettera firmata da 124 donne dello spettacolo e pubblicata agli inizi di febbraio – in primis su La Repubblica. L’idea vede la sua genesi qualche mese fa e vorrebbe essere il primo passo verso una serie di iniziative volte al cambiamento del sistema. “Dalle donne dello spettacolo a tutte le donne, unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini”. La lettera si apre così, e alle firmatarie originali si sono aggiunte anche parecchie di giornaliste. Tra i commenti alla questione, quello del sempre sobrio Vittorio Feltri, che denuncia su Twitter come sia impossibile che le firmatarie subiscano mai violenza, vista la loro mancata bellezza. Meno male che c’è qualcuno che mantiene sempre alto il livello della discussione.

Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo. Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo ‘molestatore’. Noi contestiamo l’intero sistema. Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura“, chiude la lettera. Intenti alti e profondi, parole importanti.

Anna Foglietta, Katya Smutniak, Alba Rohrwacher

È il riflesso, il rigurgito italiano della mediatizzazione della campagna #metoo – nata nel 2007, ben prima della recentemente acquisita celebrità, dalla mente e dallo sgomento di Tarana Burke. Il movimento di massa che ne è disceso e che nell’ultimo anno ha guadagnato la rilevanza che meritava, andrebbe guardato anche da un altro lato. Il 7 gennaio ai Golden Globes le attrici presenti si sono vestite a lutto e le critiche si sono abbattute sulle tre che non lo hanno fatto. Negli ultimi mesi sono piovute accuse di molestie sugli uomini del mondo dello spettacolo, da quelle nei confronti di Woody Allen – che hanno dato il via, nonostante siano già state archiviate un paio di volte, alla campagna anti-regista, con le scuse delle attrici per aver recitato nei suoi film, gli ingaggi devoluti in beneficienza per la causa, il rifiuto di stipulare nuove collaborazioni – a casi più ambigui, come quelli di James Franco o Aziz Ansari. I mostri esistono, il problema è assolutamente reale, ma riversare valanghe di fango su ogni persona vagamente sospetta può essere pericoloso. Soprattutto se nel giro di qualche mese non portano ad alcun cambiamento reale.

Tarana Burke
James Franco

Woody Allen
Aziz Ansari

In Italia abbiamo assistito a un fenomeno molto simile, dalle accuse contro Fausto Brizzi, denunciato verbalmente da diverse ragazze in un servizio de Le Iene, a quella contro Giuseppe Tornatore da parte di Miriana Trevisan. Da qui nasce Dissenso Comune, manifesto che si propone di prendere una posizione forte, di creare una rivoluzione di massa e di accusare, per riformare, un intero sistema. Ma non basta. La lettera non è così coraggiosa e potente come vorrebbe essere. C’è chi la definisce democristiana, e probabilmente è la miglior definizione che le si possa dare. “Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza”. E ancora: “Non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le ‘molestate’ e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare (…) Così facendo questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca, specialmente se certe cose sono accadute in passato e quindi non valgono più”. Tutto molto vero, ma allo stesso modo è vero che nessuna delle firmatarie ha rilasciato esplosivi interventi pubblici a difesa o tirando in ballo la questione.

Giuseppe Tornatore
Miriana Trevisan

Motivo per cui Asia Argento racconta di non aver firmato il manifesto e polemizza su Twitter: “Finalmente è arrivata la letterina di Babbo Natale delle ‘donne del cinema italiano’ contro le molestie. Contestano l’intero sistema, ma si guardano bene dal fare nomi”. A lei nelle proteste si associa anche la sopracitata Trevisan. E hanno le loro ragioni. Dissenso Comune persegue obiettivi altissimi, ma non si decide a fare i nomi delle vittime, come dei carnefici: rimane vaga, concettuale. Soprattutto a livello pratico, ancora nulla è cambiato e nulla sembra in procinto di farlo. Se in America si passa all’esecuzione singola e polverizzante di ogni sospettato, in Italia si punta alla vaghezza assoluta e si mantiene tutto a livello di pensiero nebuloso, senza fare nomi di aggredite e aggressori.

Asia Argento

Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema: un’affermazione che è un bel passo per il nostro Paese, ma non è abbastanza per condurci fuori dalla via tracciata della situazione attuale. I risultati pratici, al momento, sono gli stessi: pochi se non nessuno. Il problema risiede anche dunque nell’eccesso di ideale, nell’eccesso di azione verbale che non trova mai concretezza materiale. Le spese e le tempistiche legali per intentare una vera causa sono lunghe e pesanti, e le controquerele (giustificate) sono un notevole rischio da valutare. Questo può comprensibilmente scoraggiare la denuncia fisica. Ma bisogna trovare la forza e il modo di andare fino in fondo alle proprie azioni. Bisogna che la società lo renda fattibile, lo incoraggi, ne faccia un problema materiale e non solo spirituale. Il tutto stando sempre molto attenti a non cadere nella trappola del totalitarismo femminista che non serve e non è giusto.

Non è facile parlare e raccontare delle violenze e dei traumi subiti, riuscire a farlo è qualcosa di estremamente meritevole e coraggioso. Ma la vera difficoltà sta nel non generalizzare, nel riuscire distinguere il vero dal costruito. Nel mantenere un ragionamento lucido e basato su argomentazioni ed evidenze, senza farsi trascinare dalla rabbia o dallo spirito della piazza. Manca la coesione sociale, forse. Il manifesto italiano, per quanto difettoso o impalpabile che sia, è passato abbastanza inosservato nel mondo dei social network, travolto forse dai pronostici sanremesi e dalle polemiche elettorali.

O forse ci eravamo già riempiti troppo la bocca con la questione americana. Ci è stato più facile condannare con parole di fuoco una situazione lontana, considerata distante e non influente sul nostro quotidiano. Forse volevamo anche noi una denuncia violenta, una sassata con nomi e cognomi, mentre invece si è cercato un modo di non essere esagerate, eclatanti, di non puntare i piedi, ma di denunciare con sdegno pacato una situazione. Per evitare gli eccessi, per evitare la “censura”. Ma non è comunque bastato, o non si è rivelata la decisione giusta da un punto di vista soprattutto mediatico. Un buono specchio di come il problema venga percepito dal lettore medio e di quali siano le priorità dell’Italia oggi.

Che il nostro sia un Paese più difficile per le donne che per gli uomini è spesso vero e comprovato. Per fare la differenza è necessario fare fronte comune, un nuovo clima di unione e collaborazione che permetta di sentirsi sicure e supportate contro le ingiustizie, di non avere paura di denunciare, scegliendo il silenzio. Ben vengano gli slogan, ma non saranno quelli a cambiare lo status quo. Servono le azioni, soprattutto quelle – e le stiamo aspettando da fin troppo – degli uomini.

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