Gli insetti sono ecologici e nutrienti e non c’è nulla di male nel mangiarli - The Vision

Dal 2018 in Italia saremo obbligati mangiare insetti? L’Europa ci costringerà a consumare vermi e formiche? Ci toccheranno le cavallette fritte al posto delle patatine? Ecco una serie di balle con finalità politiche e di share che non potevano passare inosservate: in realtà questi animali nel nostro Paese si possono mangiare da tempo: c’è chi organizza pranzi privati tra amici entomologi, chi cene nei ristoranti e serate dedicate o addirittura fiere di degustazione, come la famosissima Entomodena. Prodotti come il casu martzu o casu Frazigu, un tipo particolare di pecorino sardo, colonizzato da larve di mosca casearia, registrato nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali, esistono da anni. Esistono anche prodotti simili ma meno popolari, come il formaggio salterello, il caso puntu, il furmai nis, ma senza andare fino in gastronomia, ci sono sostanze ricavate dagli insetti che possiamo ritrovare all’interno dei cibi più comuni: è il caso del rosso cocciniglia (noto come E120), un colorante ricavato dagli insetti omonimi (anche se oggi a volte viene ottenuto da batteri ingegnerizzati), utilizzato come ingrediente in moltissimi alimenti, ma anche cosmetici e prodotti farmaceutici. L’E120 negli Stati Uniti è ben conosciuto dagli animalisti: come dimenticare quella volta che Starbucks finì nel mirino dei vegani perché fu svelato che il rosso cocciniglia era uno degli ingredienti base del Frappuccino alla fragola?

Colonia di Cocciniglie

Esiste tuttavia un grosso vuoto normativo che rende il tema, in effetti, piuttosto complicato: gli insetti a oggi non sono ancora contemplati come alimento dalla legge italiana. Capita quindi che le autorità sanitarie locali irrompano nei ristoranti e procedano coi sequestri: è successo nel 2014 alla Sidreria di Milano, quando l’Asl sequestrò 50kg di api, larve e insetti, ma è successo anche nel 2015 a Expo, prima presso il padiglione olandese e poi presso quello del Belgio. Qualcuno trova soluzioni per evitare eventuali problemi legali, come Entonote – associazione di promozione dell’entomofagia – che offre a titolo di omaggio* biscotti a base di farina di grillo* con l’etichetta “non commestibile, per ora”.

Nel mondo già quasi 2mila specie di insetti sono considerate commestibili e vengono consumate da almeno 2 miliardi di persone. A promuovere il consumo di insetti nei Paesi occidentali c’è da qualche anno persino la Fao, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione e agricoltura. Gli insetti, dicono, hanno una migliore conversione alimentare, contengono proteine nobili e acidi grassi essenziali, hanno a parità di peso più proteine e causano meno emissioni atmosferiche rispetto alle fonti proteiche tradizionali: le ragioni per sdoganarli a tavola ci sarebbero tutte. Ma l’entomofagia, in Occidente, è considerata generalmente una pratica disgustosa, associata a comportamenti disumani e primitivi. È la cultura – sotto l’influenza dell’ambiente, della storia, delle società e dei sistemi socioeconomici – che decide cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia edibile e cosa no. Il rifiuto dell’entomofagia nelle società occidentali è dovuto principalmente a un pregiudizio culturale che ha le sue ragioni. Nelle società occidentali infatti, dove le proteine venivano fornite maggiormente da animali domestici, era difficile pensare a fonti alternative. Inoltre gli insetti erano associati spesso alle calamità naturali e alle infestazioni, rappresentando più che altro un fastidio (moscerini, mosche, tarme, miasi e mosche, tarme del cibo che distruggono le derrate alimentari) o un vettore per le malattie (encefalite da zecca, la peste bubbonica trasmessa dalle pulci del ratto, malaria, etc). Al contrario, nelle regioni tropicali – dove l’entomofagia è più accettata – gli insetti hanno sempre avuto funzioni decorative, curative e magiche. Sono sempre stati presenti nel mito, nelle leggende, nelle danze e nei rituali. L’atmosfera e i riferimenti a cui si legano sono sempre insomma più positivi.

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Da tempo, quello degli insetti si configura come un mercato in espansione, ma quasi del tutto privo di regole: siccome non erano riconosciuti come alimento – e quindi non potevano sottostare alle regole per la sicurezza alimentare – nel 2015 l’Unione Europea ha deciso di classificarli come “novel food”, integrandoli nel regolamento 258/97 CE. Cosa si intende per novel food? Il nome potrebbe trarre in inganno: non si tratta di “cibi nuovi”, bensì di cibi di cui non è dimostrabile un consumo consistente all’interno dell’Unione Europea, ma che sono già largamente utilizzati, e da tempo, in Paesi non europei.

Le norme per la commercializzazione di questi cibi sono molto severe: il regolamento per chi vuole vendere cibo della categoria novel food prevede un processo di approvazione lungo ben tre anni e mezzo (più una montagna di documentazione da fornire). Innanzitutto bisogna presentare domanda al proprio Paese perché venga preparata una “relazione di valutazione iniziale” scientifica da inoltrare alla Commissione UE. A quel punto la Commissione deve provvedere a trasmettere questa relazione agli altri Stati membri, per raccogliere eventuali osservazioni e/o obiezioni motivate. Alle obiezioni motivate – che arrivano quasi sempre – il richiedente è tenuto a rispondere e i nuovi dati prodotti sono di nuovo valutati e, se non ritenuti sufficienti, si deve interpellare l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare). L’atto finale a cui si arriva è una decisione di autorizzazione (oppure di diniego) pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità. La procedura attualmente in vigore non fa distinzione tra i prodotti effettivamente innovativi e quelli che, invece, hanno già una storia di consumo sicuro nel Paese non europeo di provenienza, e inoltre, prevede un autorizzazione “nominativa” destinata al solo soggetto richiedente: per commercializzare un prodotto già autorizzato, un eventuale secondo richiedente deve avviare una nuova procedura, ricominciando tutto da capo. Insomma, un gran caos.

È per questo che alcuni Stati – come il Regno Unito, l’Olanda, la Danimarca, il Belgio e la Svizzera – hanno deciso di semplificare l’iter di approvazione per ottenere l’autorizzazione al commercio di insetti edibili. In altri Paesi – tipo l’Italia – non si è fatto nulla, però è comunque concessa la vendita di prodotti che hanno ottenuto l’autorizzazione secondo il regolamento sopracitato. Quanto è successo al padiglione dell’Olanda e a quello del Belgio a Expo nel 2015 non è altro che la cartina al tornasole di una discrepanza normativa tra gli Stati Membri che poteva trovare soluzione solo aggiornando le disposizioni legislative volte ad armonizzare il mercato europeo. L’Unione Europea ci sta lavorando da tempo: la Commissione aveva già proposto di aggiornare il regolamento nel 2008, ma finora non si era arrivati a nulla di concreto. Le cose però ora stanno per cambiare: scatterà infatti dal 2018 il nuovo regolamento 2015/2283 UE, volto a conciliare le normative europee e a snellire e semplificare il processo di approvazione dei novel food, così da assicurare un elevato livello di sicurezza alimentare. Tutto si appiana: viene affidata direttamente all’EFSA la valutazione per la sicurezza e si introduce una procedura più snella per l’autorizzazione di prodotti con una storia di consumo sicuro nel Paese di provenienza.

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La cucina italiana è a rischio? Da quello che riportano numerose testate e da quanto dichiarano alcuni politici antieuropeisti, sembrerebbe che l’UE voglia costringerci a consumare alimenti a base di insetti e che questo possa mettere a repentaglio il made in Italy, nonché la sicurezza dei nostri concittadini. Questo è impossibile, per due motivi. Il primo è quella sorta di tabù culturale di cui abbiamo parlato all’inizio (nessuno in Italia, almeno per il momento, farà a gara per mangiare ragni e scarafaggi); il secondo motivo che dovrebbe tranquillizzare un po’ tutti è che è l’Unione Europea stessa a tutelare il made in Italy e quindi le nostre tradizioni. L’UE ha infatti istituito dei marchi (DOP, IGP, STG) che proteggono giuridicamente quegli alimenti la cui qualità dipende essenzialmente o esclusivamente dal territorio in cui sono stati prodotti. La maggior parte dei prodotti DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta) e STG (Specialità Tradizionale Garantita), designati dal regolamento 510/2006 UE, sono italiani. Queste sigle garantiscono provenienza e qualità dei prodotti, metodo di produzione e materie prime utilizzate, e possono tutelare non solo il consumatore nelle sue scelte, ma anche il prodotto/produttore stesso dai cibi-copia (sicuramente in maniera molto più efficace dei post allarmisti su Facebook e degli articoli di giornale pressapochisti). La Corte Europea, inoltre, esige che l’etichettatura del cibo non tragga il consumatore in errore, tutelando ancora di più il made in Italy dall’Italian sounding food (che in Canada e in USA fattura più del doppio del nostro export).

Sarà possibile vietare la vendita di insetti edibili in Italia?

Secondo un’indagine Coldiretti/Ixé la maggior parte degli italiani sarebbe contraria all’introduzione degli insetti edibili. Alcuni politici hanno deciso di mobilitarsi attivamente: hanno deposto delle mozioni per vietarne la vendita nel nostro Paese o in alcune specifiche regioni (come Matteo Rancan, consigliere regionale dell’Emilia Romagna). Sarà tutto inutile, visto che il fine del regolamento, come spesso accade con quelli stilati dall’Unione, è armonizzare il mercato europeo: stesse regole e stessi benefici per tutti gli Stati Membri. A questo punto sorge il dubbio che i politici che propongono il divieto in realtà il regolamento non l’abbiano nemmeno letto. In ogni caso ogni nuovo prodotto entrato sul mercato sarà sempre venduto, a meno che non venga specificamente bloccato: uno Stato Membro potrebbe decidere di proporre la sospensione della vendita di un prodotto alimentare se dovesse ritenerlo pericoloso per la salute del consumatore. Segnalerà il fatto alla Commissione Europea, la quale eseguirà un’indagine e, in caso di scoperta che il prodotto in effetti rappresenta un rischio per la salute di chi lo compra, ne vieterà la vendita in tutti gli Stati dell’Unione.

Oppure l’Italia, essendo – non fa mai male ricordarlo – uno dei Paesi più inadempienti d’Europa, potrà vietarne direttamente la vendita e imbarcarsi nell’ennesima – costosa – procedura di infrazione nei confronti dell’UE.

 

* il testo è stato rettificato alle 17.10 del 19/12/2017

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