La storia si ripete sempre due volte, diceva Karl Marx, la prima come tragedia, la seconda come farsa. In questa storia la tragedia risale al 1640: l’esercito spagnolo del re Felipe IV è impegnato in una trentennale guerra con la Francia e si ferma in Catalogna per esigere il suo tributo di uomini e risorse. I contadini locali, stremati dalle angherie e dai saccheggi dei soldati, insorgono e conquistano Barcellona (a colpi di falce, secondo la leggenda), uccidendo in maniera cruenta il viceré e la sua corte. Pau Claris, l’allora presidente della Generalitat, il 16 gennaio 1641 proclama la prima Repubblica Catalana della storia. Non esattamente un successo: sette giorni dopo la Catalogna torna a essere un principato, soltanto subordinato al Regno di Francia invece che alla Spagna. Luigi XIII di Borbone è però ancora più centralista di Felipe e l’esperimento dura solo 12 anni. Poi Madrid riassorbe il territorio perduto, con la promessa solenne del suo sovrano di rispettare la costituzione catalana. In eredità resta il sogno dell’indipendenza e un racconto epico da tramandare ai posteri – che nel XIX secolo diventa il testo de Els Segadors, l’inno che i deputati del parlamento catalano hanno cantato a squarciagola il 27 ottobre, subito dopo aver proclamato la nascita della Repubblica Catalana, per la quinta volta nella storia (anche gli altri tre tentativi avevano avuto vita molto breve). Se da questo gesto e dalle sue conseguenze non dipendessero le vite di milioni di persone, ci sarebbe abbastanza materiale per una commedia dell’assurdo.

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Prologo

Alle 15:27 del 27 ottobre 2017 la Catalogna è diventata uno Stato indipendente, con questo discorso della presidente del Parlamento catalano, Carme Forcadell. La risoluzione è stata votata da un parlamento semi-vuoto (70 voti a favore, 10 contrari e due in bianco), mentre i 52 deputati di Pp, Psoe e Ciudadanos avevano abbandonato l’aula, lasciando sui loro seggi bandiere spagnole e catalane accostate. La scena, dentro e fuori dall’emiciclo era suggestiva e surreale al tempo stesso. C’erano i sindaci catalani radunati sulle scale per ascoltare il primo discorso del presidente della Repubblica, c’erano migliaia di persone fuori dalla Ciutadella e milioni davanti alla TV nelle case e nei bar della Catalogna. Alcune hanno esultato, altre hanno pianto, altre ancora hanno inveito, tutte erano ugualmente frastornate e incredule di fronte a quello che stavano vedendo. Qualcuno ha fatto notare che i politici secessionisti hanno scelto l’indipendenza “di nascosto”, votando con voto segreto per evitare ripercussioni giudiziarie, ma ormai gli sguardi erano rivolti altrove. A Madrid, dove un’ora dopo il Senato di Spagna ha concesso al governo l’applicazione dell’articolo 155, l’”opzione nucleare” per riportare l’ordine nella regione ribelle. Il giorno seguente sono arrivati i decreti governativi, ossia le misure concrete della risposta. Il presidente catalano Carles Puigdemont è stato destituito insieme ai suoi consiglieri e il presidente del governo centrale Mariano Rajoy ne ha assunto le funzioni, delegandole alla sua vice, Soraya Sáenz de Santamaría. Tutte le ambasciate e le delegazioni catalane all’estero sono state sospese e il capo dei Mossos d’Esquadra Josep Lluís Trapero è stato rimosso dal comando, mentre i suoi uomini dovranno rispondere al ministro dell’Interno nazionale. La Generalitat de Catalunya è stata, di fatto, commissariata: l’autonomia sopravvive come in un limbo, fino alle nuove elezioni catalane fissate per il 21 dicembre. La neonata “Repubblica catalana, Stato indipendente e sovrano, di diritto democratico e sociale” nei suoi primi giorni di vita non ha ricevuto appoggio né riconoscimento da nessuno Stato al mondo, salvo l’Ossezia del sud.

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Carme Forcadell

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Personaggi

Josep Tarradellas, presidente della Generalitat sotto il regime di Franco, disse a suo tempo che “in politica è permesso tutto, tranne il ridicolo”. Una frase che torna molto comoda oggi, quando la sensazione è che gli attori di questa vicenda non sappiano bene come comportarsi e si muovano a tentoni nel buio.

Carles Puigdemont, un politico prima d’ora semi-sconosciuto e dal nome impronunciabile per gli inviati delle televisioni italiane, è ancora il presidente della Generalitat, ma solo secondo se stesso e per la TV pubblica catalana. Rischia l’arresto e potrebbe formare un governo in esilio, come i rivoluzionari romantici dei secoli scorsi. Sommerso da una valanga di meme derisori dopo una prima dichiarazione d’indipendenza auto-smentita, non brilla per chiarezza: non si capisce bene nemmeno cosa intenda per “opposizione democratica al 155”, e “difesa della Repubblica catalana senza violenza e senza insulti”. A sorpresa, secondo la legge, potrà candidarsi per le prossime elezioni catalane e la sua presenza è anzi incoraggiata dal governo centrale. Sempre che non si trovi in carcere. 

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Mariano Rajoy, il presidente del governo spagnolo, ha abbandonato la parte del galiziano ottuso per riprendersi quella del leader di destra risoluto e combattivo. Ha seguito la diretta del parlamento catalano con il cellulare in mano, twittando pochi minuti dopo a tutti gli spagnoli di “stare tranquilli”. Del resto, non poteva scendere più in basso nella scala dell’inverosimile di quando, l’11 ottobre, chiese a Puigdemont di chiarire “se avesse dichiarato o meno l’indipendenza”. Una gag degna di Stanlio e Ollio, se non fosse avvenuta tramite fax ufficiali fra la Moncloa e la Ciutadella.

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Oriol Junqueras è tecnicamente il braccio destro di Puigdemont, il vice-presidente destituito della Generalitat e leader di Esquerra Republicana de Catalunya, partito che ha sempre considerato l’indipendenza della Catalogna come una priorità assoluta. Storico revisionista della nazione catalana, è da molti considerato colui che muove nell’ombra i fili del procés. Subito dopo la dichiarazione d’indipendenza è stato sibillino, prefigurando all’orizzonte “decisioni difficili, che non tutti capiranno”. Intanto il suo partito vola nei consensi e ha già superato nei sondaggi il PDeCat di Puigdemont.

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Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, ma ormai per osmosi “los Jordis” sono i leader di Assemblea Nacional Catalana e Òmnium, le due organizzazioni politiche che più promuovono l’indipendentismo in Catalogna. A metà fra una coppia di comici e di eroi, fra Ulisse e Diomede che rubano la statua del Palladio da Troia e Rosencrantz e Guildenstern che scortano Amleto, sono stati arrestati per aver “mobilitato le masse contro l’ordine costituito” e si sono subito convertiti nei martiri della ribellione. Epico e Comico sono ricorrenti nelle loro azioni: Sànchez nel 1998 rubò la bandiera spagnola dal palazzo della Generalitat durante una visita del re, mentre Cuixart ha continuato ad arringare la folla anche con le manette ai polsi, dal finestrino dell’auto della Guardia Civil che lo portava in carcere.

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Chi ha assistito ai dibattiti del parlamento catalano in questi giorni ha visto sfilare parecchi personaggi curiosi, tra cui Anna Gabriel, del partito di sinistra radicale Candidatura d’Unitat Popular. Al contrario dei comunisti italiani, ammesso che ne esistano ancora, i membri di questa formazione interpretano in maniera integrale la devozione alla loro causa: vanno in parlamento in maglietta e kefiah e concludono i discorsi con il pugno chiuso, citando a piene mani Che Guevara e Rosa Parks. Nel suo anelito di campionessa dell’autodeterminazione dei popoli, Anna Gabriel si è definita “indipendentista senza frontiere”, con buona pace della logica linguistica.

Così come Pablo Iglesias di Podemos, partito suo alleato nella giunta comunale, la sindaca di Barcellona Ada Colau si barcamena nella difficile posizione di chi non deve dare troppa ragione agli indipendentisti, ma nemmeno avallare il comportamento del governo centrale. Al referendum del primo ottobre ha votato, perché era un diritto del suo popolo, ma scheda bianca. Dopo si è mantenuta sul filo dell’equilibrio: una bella stoccata al Re, reo di aver pronunciato un discorso “irresponsabile”, e una ai secessionisti, definiti come kamikaze senza legittimità popolare. Il tutto da un profilo Twitter che guadagna sempre più follower.

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Colpo di scena

In una commedia dell’assurdo, forse, bisogna sorprendersi quando le cose vanno secondo logica. Lunedì 30 ottobre Carme Forcadell, che resta in carica fino alle prossime elezioni, ha annullato la seduta prevista perché “il parlamento è stato sciolto” : non esattamente un gesto di sfida al potere centrale. Lo stesso giorno è arrivata l’accusa formale della fiscalía, il pubblico ministero spagnolo, contro Puigdemont e i suoi sodali: ribellione, sedizione  anche impiego distorto dei fondi pubblici, tanto che a ogni accusato sono stati chiesti 300mila euro come deposito precauzionale per compensare eventuali danni. Per fortuna ci ha pensato l’ex presidente del parlamento catalano a ravvivare il copione: è andato a Bruxelles con alcuni dei suoi consiglieri, con una mossa da spy story inclusa: alle 8 di mattina ha augurato il buongiorno pubblicando una foto di Barcellona sul suo profilo Instagram, mentre probabilmente era già in viaggio verso la capitale belga. Peccato che sulla ciudad condal, quel giorno non splendesse il sole come nello scatto e i giornalisti della Vanguardia lo abbiano scoperto senza troppa fatica. Anche perché si era parlato in precedenza di un’offerta (poi smentita) di asilo politico del Paese al leader catalano (). Mentre i sondaggisti si danno da fare per captare gli umori popolari (il 33% dei catalani vuole l’indipendenza, il 57% degli spagnoli vuole un referendum legale secondo l’ultima inchiesta pubblicata), i politici indipendentisti (ri-)prendono la rincorsa per il 21 dicembre, anche questa a suo modo una contraddizione. Presentarsi alle elezioni, infatti, significherebbe avallare una decisione del governo centrale e accettare implicitamente che la Repubblica catalana non esiste. Non è un caso se la frangia più estremista della coalizione, i radicali di sinistra della Cup, non ha alcuna intenzione di partecipare e anzi la loro rappresentante in parlamento Mireia Boya ha proposto di dedicarsi quel giorno a cucinare una maxi-paella per le strade. Dal suo punto di vista non fa una piega, ma il rischio è di perdere terreno rispetto al fronte degli unionisti, che sta già pensando a una “sacra alleanza” trasversale per difendere l’integrità della Spagna.

Epilogo?

Neanche i più ottimisti potevano sperare che la Repubblica sarebbe nata in un giorno: c’è una scuola di pensiero, capeggiata da Oriol Junqueras, che ha però sempre considerato necessario uno strappo per dare il via alla parte concreta del processo separatista. C’è da scommettere che la saga durerà almeno fino alle prossime elezioni, in questo momento un’incognita assoluta e potenzialmente un’arma a doppio taglio per entrambe le fazioni. Secondo una rilevazione, effettuata su un campione di mille persone, se le urne dovessero aprirsi oggi, agli indipendentisti andrebbe il 42,5% dei voti, al massimo 65 seggi (la maggioranza nell’emiciclo catalano è di 68). Nell’ultima tornata elettorale, quella del 2015, gli stessi partiti separatisti raccolsero il 47,7% dei voti totali, conquistando 72 seggi grazie al maggior numero di vittorie nelle circoscrizioni. Anche per questo, gli unionisti che hanno manifestato a Barcellona domenica 29 ottobre gridavano ironicamente “Votarem”, sbeffeggiando lo slogan del referendum del primo ottobre (oltre a prendersela con i Mossos). Ma se il frammentato fronte indipendentista riuscirà a partorire una coalizione maggioritaria, un “Junts pel Sí” 2.0 ugualmente agguerrito, avrebbe ancora qualche fiches da giocarsi, con la possibilità di far saltare il banco: un’eventuale vittoria, questa volta legittima, dei partiti indipendentisti darebbe nuova linfa al progetto della secessione. E, a quel punto, dalle parti di Madrid dovrebbero cominciare a farsi qualche domanda.

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