Tutti gli Harvey Weinstein della mia vita - The Vision

Vi è mai capitato di leggere o guardare qualcosa e avere improvvisamente la certezza che si stia parlando proprio di voi? Ovviamente in maniera non abbastanza esplicita per poter querelare qualcuno o trasformare quell’evidenza in un fatto determinato e riconoscibile da parte dei non interessati. Ecco, quella dev’essere la sensazione che prova Isaac Davis in Manhattan mentre legge il romanzo di Jill, la sua seconda ex moglie che lo ha lasciato per una donna – “liberamente ispirato” al loro matrimonio fallimentare.

A una mia conoscente è successo. Anzi, a due mie conoscenti è successo.

In un libro di qualche anno fa si parlava proprio di loro. Entrambe si sono sentite uniche quando l’hanno letto. Entrambe. Uniche. Capite che c’è qualcosa che non funziona proprio a livello di logica sintattica. Uno scrittore ha sfruttato entrambe per ottenere un certo materiale narrativo. E con “materiale narrativo” intendo: una chat erotica. Loro ci sono state perché pensavano lo facesse esclusivamente con e per loro, ma invece lo faceva con molte di più. Per il bene dell’arte. Lo faceva anche con me. Tutto questo è denunciabile? Legalmente che peso ha? Psicologicamente? Usare la lusinga per ottenere qualcosa è reato? Non si sarebbero sentite in qualche modo abusate? Non è abuso anche questo? Che probabilità c’erano che si incontrassero e che finissero a parlare proprio di quella cosa, o che entrassero in contatto con me? Pochissime. La cosa non sarebbe mai saltata fuori. I gradi di separazione erano molti più di sei. Eppure il caso ci si è messo in mezzo. Non ho detto niente quando me lo hanno raccontato, ma ho capito subito com’erano andate le cose.

Il problema, uno dei problemi, è che lo scrittore in questione – che forse, se in questo momento leggesse, potrebbe sentirsi come Isaac Davis – è uno dei tanti che in questi giorni si sono schierati dalla parte delle “vittime”; quelli che oggi si fanno garanti del femminismo (qualsiasi cosa voglia dire) e che fino a ieri attuavano atteggiamenti di abuso di potere identici a quelli di Weinstein e di molti altri – vedi colazioni, pranzi e cene di lavoro “a casa loro”, spesso senza nemmeno uno scambio, o nella migliore delle ipotesi in cambio di un lavoro sottopagato – ma questo è un problema di valutazione della vittima. Infatti il punto non è tanto il do ut des, che in qualche modo presuppone una parità di potere e la libertà di accettare uno scambio. Il problema è che qui c’è un aut-aut e “in cambio” non si dà nulla. È un abuso per litote. Se ci stai non peggiorerò la tua situazione, se non ci stai forse sì. Ed è questa la cosa che mi ha colpito di più della storia di Asia Argento, non tanto il teatrino messo su dal produttore – squallido come tanti altri, purtroppo – ma il fatto che lei il contratto per il film lo avesse già firmato, e quindi non avesse niente da ottenere. Eppure nonostante questo, lui ha fatto leva sulla sua paura, sulla sua insicurezza, e lo ha fatto sfruttando la sua posizione.

Questi soggetti sono gli stessi che oggi si indignano se un progetto è portato avanti esclusivamente da uomini, e si scagliano in favore delle quote rosa – che la maggior parte delle donne in realtà ritiene offensiva, proprio perché in una società “civilizzata” non dovrebbero nemmeno esistere. Un po’ come i leghisti, che ora si fanno difensori del “sesso debole”. Certo, perché abbiamo sempre bisogno che degli uomini potenti lo facciano. Grazie.

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Le donne fanno ancora fatica a distinguere cos’è abuso da cosa non lo è, perché sono state abituate fin dall’infanzia a minimizzare, circoscrivere, razionalizzare. È normale. Sono sempre loro che esagerano. Non ha senso fare tragedie. Basta dire di no. Già. Eppure ogni volta che ho detto ”no” ho visto svanire una serie di possibilità che magari si sarebbero potute evolvere in modo interessante per la mia carriera. Le volte che invece non ho saputo dire di no, oltre che vittima mi sono sentita colpevole per non essere riuscita a dire di no. Win-win.

Uno dei problemi che nascono da questo atteggiamento, poi, è il dubbio sul proprio effettivo valore. Dopo aver vissuto un numero sostanzioso di questi episodi ho iniziato a chiedermi: ma quindi come devo interpretare quello che mi dicevano prima? La stima, i complimenti erano veri o erano esclusivamente lusinghe? Quanto valgo? Valgo come essere umano, come donna, o come “preda”? Come si misura il mio valore? Ovviamente non in modo oggettivo.

All’università, in due anni, sono stata molestata da tre professori (uno dei quali è arrivato a ricattarmi sotto al portone di casa: “Se non mi apri non so come andrà l’esame domani”. Non gli ho aperto. L’esame non è andato troppo male, ma non ho preso trenta), due assistenti e due compagni di corso (uno dei quali mi ha violentata), ed era sempre colpa mia. Tutte le persone con cui ne ho parlato, donne comprese, mi hanno fatto più o meno velatamente capire che non poteva essere un caso se tutti questi uomini si prendevano la libertà di comportarsi in questo modo con me. Che in qualche modo me l’ero andata a cercare. Non ero forse io a dargli corda, dandogli il via libera attraverso il mio atteggiamento? Una risata equivale a una minigonna, o forse non dovevo sedermi in prima fila? Forse dovevo mettere il reggiseno anche se mi stava scomodo.

Dopo la violenza, dopo una festa, quando il mattino dopo lo dissi alla mia amica, la sua risposta fu: “Ma dai, lo sai che gli sei sempre piaciuta, è ovvio che se lo ospiti a casa tua ci prova!” Ma allora sarebbe dovuta diventare un’orgia, visto che quella sera, avevo ospitato altre due persone. Ma chissà, si vede che a loro non piacevo. Sarei dovuta scappare – da casa mia – uscire in strada, ma non mi reggevo in piedi. Sono stata pigra. Il messaggio che passa è questo: dovresti sentirti lusingata, se l’ha fatto è perché gli piaci, aveva le migliori intenzioni, è giusto che uno faccia un tentativo… E poi – immancabilmente – avevi bevuto. Sì, perché alle donne non è concesso bere, non è concesso perdere il controllo. Quello possono farlo solo i maschi. E sì, avevo bevuto (per cercare di distrarmi dai ricatti del primo dei professori), ma mi ricordo perfettamente di aver ripetuto più e più volte “no”, proprio come nei film. Era un nostro amico, faceva parte della nostra compagnia, non potevo mica denunciarlo.

Una scena molto simile, per quanto riguarda l’accaduto, ma soprattutto la collettiva riscrittura della realtà da parte delle persone intorno alla vittima, fino a farla sentire una squilibrata, una pazza, fino a farle mettere in dubbio la gravità di quello che ha vissuto, è narrata in Libertà il romanzo di Jonathan Franzen. È stato da quando l’ho letta che ho iniziato a vedere l’accaduto, dopo anni, sotto una luce diversa. Forse non ero pazza o troppo emotiva, forse non ero una troietta perché avevo bevuto troppo.

Il problema è che l’ambiente che ci circonda cercherà (quasi) sempre di convincerci che è normale, che non è successo niente, che siamo noi ad essere troppo suscettibili, sensibili, che in fondo basta sempre dire no. Certo, basta dire di no, e poi cosa succede? Succede che se lo dici chiaramente qualcun altro probabilmente otterrà il posto di lavoro che poteva essere tuo. Non c’è niente di peggio di un maschio ferito.

All’ultimo “no” che ho detto, uno dei miei stalker di Facebook, che prima non faceva che mettermi like e fare commenti zuccherosi, ha iniziato a trollarmi. Aspetta sempre l’occasione giusta per cercare di screditarmi pubblicamente e ne trae un palese piacere – a ciascuno il suo. Ovviamente lo fa sempre “bonariamente”, senza superare mai quella certa linea tra scherzo e offesa. Eppure il suo atteggiamento è cambiato – “Non è vero, è tutto nella tua testa” – da quando gli ho detto di no, la possibilità lavorativa che mi aveva proposto è magicamente svanita nel nulla, una collaborazione perfetta per il mio curriculum è stata data a qualcun altro, un uomo senza particolari competenze a riguardo, io ho fatto da tramite. Grazie. Prego.

E se lo dici in giro, se non lo nascondi, negli altri nascerà sempre il sospetto: ma non lo starà dicendo per mettere le mani avanti? Chi ci dice che alla fine non c’è stata? Perché altrimenti ora avrebbe questa posizione? Ah, lo conosci? Siete amici? Ma lui ci prova con tutte. Si sa come funzionano queste cose. Sottinteso: quindi ci ha provato anche con te. Sì, ci ha provato anche con me, ma non ci sono stata. Ah… sorrisetto.

È normale che ci provino, sei carina. E invece no, non è normale.

È come se l’uomo si sentisse in diritto di poter manifestare certi comportamenti nei confronti di una donna, ma se poi lei reagisce freddamente non la prendesse altrettanto sportivamente. Improvvisamente l’attenzione affettuosa diventa ostracismo e si trasforma in una reazione di esclusione passivo-aggressiva, per non dire violenta. Il problema è che non se ne parla ancora abbastanza, e spesso le donne – soprattutto se giovani o inesperte, o semplicemente con un carattere più pacato di altre, o in un momento di crisi e di debolezza – sono confuse e finiscono per subire in silenzio. Per questo credo che, nonostante tutto ciò che si è detto a riguardo, fenomeni come #metoo possano avere un loro valore e una loro importanza.

È sicuramente una questione di esperienza. Per evitare di essere infastidita e di attirare l’attenzione, da giovanissima, al liceo, cercai di eliminare qualsiasi dettaglio potesse attirare l’attenzione, qualsiasi cosa potesse essere erroneamente interpretata come un tentativo di seduzione: orecchini, collane, trucco, acconciature, vestiti, tacchi. Tutto via. Poi mi resi conto che stavo violentando la mia immagine e che il problema non ero io. Il problema erano loro. Il mio fidanzato dell’epoca, inoltre – molto più grande di me e molto insicuro, e quindi geloso – aveva assecondato fin dall’inizio questo mio volontario imbruttimento, con un certo sollievo. Eppure non è servito a niente, qualcuno mi disse: “È che guardi le persone negli occhi”, qualcun altro “È che ridi alle battute”, qualcun altro ancora “È che ridi a bocca aperta”. Non aveva senso insistere in quella direzione.

Poi, sui social, anni dopo, per evitare fastidi mi registravo “in una relazione”, anche se non era vero. Voi siete mai stati costretti a farlo? Per stare tranquilli?

Gianluigi Ricuperati, la settimana scorsa, ha scritto un pezzo molto accurato su Vanity Fair in cui per molto meno racconta di essersi sentito a disagio e di essersene andato da un albergo “per adulti” (gay) in cui era capitato per sbaglio. E se fosse stato un albergo per adulti etero? Si sarebbe sentito aggredito allo stesso modo o la sua posizione lo avrebbe fatto sentire più al sicuro? Fosse successo a una donna, della sua stessa età, ormai abituata al fatto che “tanto è normale”, il suo o la sua migliore amico/a le avrebbe detto: “Tranquilla, non succede niente, ti chiudi a chiave in camera e domattina riparti”. Fine della storia. Ricuperati invece è scappato.

A un esame del mio percorso universitario, in cui un professore gay faceva esplicitamente favoritismi ai bei ragazzi (così espliciti come mai nessun professore etero si sarebbe mai permesso di fare – ah no, una volta alla presentazione di un lavoro di ricerca mi è stato dato con una non troppo raffinata perifrasi della “pompinara” davanti ad almeno 45 studenti), alle mie lamentele – dopo essere stata rimandata senza un vero motivo – è stato risposto da più ragazzi: “Cosa vuoi, per noi è così col 90% degli altri esami, per una volta che la situazione è ribaltata non puoi lamentarti”. Giusto così, avete ragione. La parità è parità.

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