Oggi un giovane italiano su tre (nell’interpretazione più benevola dei dati dell’Istat) non ha un’occupazione, una percentuale che si alza ancora di più se si distinguono i lavori a tempo determinato e precari; i salari sono bassi rispetto al costo della vita, e anche ai più fortunati un impiego fornisce lo stretto indispensabile per sopravvivere, con un tenore di vita inferiore a quello dei genitori. Non c’è spazio per figurarsi un futuro in cui riporre le speranze di un miglioramento, né tantomeno di soddisfare qualche capriccio.

Una condizione che spesso è stata dipinta in modo non proprio riguardoso. Bamboccioni. Choosy. “Alcuni è meglio non averli tra i piedi”. Disoccupati “volontari”. Sono diversi e fantasiosi gli epiteti che negli ultimi anni si sono riversati sulla gioventù italiana, rea di voler rimanere troppo a lungo nel caldo nido della famiglia, e di sottrarsi alle responsabilità della vita adulta.

Al coro dei detrattori sembra oggi aggiungersi anche Walter Siti, scrittore di prestigio e italianista di vaglio. “La ‘disoccupazione giovanile’ è un termine-totem che si dovrebbe analizzare senza pregiudizi,” osserva in Pagare o non pagare, “senza usarlo come corpo contundente contro chi osi avanzare qualche distinguo.” Se i fornai non trovano apprendisti disposti ad alzarsi alle 3 del mattino, scrive Siti, è perché i giovani sentono come una condanna “non poter vivere la notte”, pensano sia troppo faticoso scaricare casse ai mercati generali, o raccogliere pomodori e pistacchi in Sicilia, preferendo lasciare questi compiti ai migranti. Siti ammette che un problema che riguarda fino al 40% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, comunque lo si guardi, è terrificante, ma pensa che queste cifre vadano lette in un altro modo: “Significa anche che le famiglie italiane possono (ancora per quanto non sappiamo) permettersi di mantenere il 40% dei figli senza che questi lavorino.”

Walter Siti

Figlio della classe operaia, assurto alla posizione invidiabile di professore universitario grazie a un ascensore sociale che ancora funzionava, Siti ricorda con nostalgia l’epoca in cui ha conquistato l’indipendenza economica. Appena assunto si faceva versare lo stipendio in banconote, perché quelle carte fruscianti, guadagnate con il suo lavoro, non soltanto gli davano accesso a quello che desiderava – un ventilatore per la mamma, un indumento elegante, una suppellettile o, perché no, il sesso – ma anche al rispetto di sé. Con il tempo poi le cose erano anche migliorate. Tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta “le nostre case si riempivano di gadget più o meno tecnologici, la musica veniva riprodotta sempre più esattamente, le nostre (le mie poco, a dir la verità) esigenze vestimentarie si moltiplicavano; le serate si affollavano di impegni e biglietti d’ingresso, le estati di viaggi all’estero e festival; le cromature di auto e moto contribuivano alla nostra immagine pubblica, esistevano molte più protesi e pezzi di ricambio per le nostre insufficienze e malattie – nei lavori faticosi ci soccorrevano sempre più invenzioni meccaniche e diventava sempre più semplice assoldare persone (la “servitù!”) che lavassero i nostri pavimenti o accudissero i nostri vecchi. I proletari approdati alla piccola borghesia in quel periodo avevano privilegi che, duecento anni prima, sarebbero stati appannaggio solo della nobiltà”.

Anche allora la tecnologia era entrata, compiendo delle piccole rivoluzioni, nella vita delle persone: dalla pompa che portava l’acqua in casa evitando di doverla attingere alla fontana, all’ascensore negli stabili. Ma quella, ricorda Siti, era una tecnologia semplice, che facilitava l’esistenza. Quella che oggi ci ha invaso di oggetti che sappiamo utilizzare (ma di cui ignoriamo tutto il resto, a partire dal loro funzionamento), non si limita a cancellare posti di lavoro, ma è disumanizzante, o riduce i piaceri della vita. Quando le automobili cominceranno a viaggiare da sole, “la patente di guida diventerà obsoleta come il gettone telefonico”, e perderemo l’euforia che si provava una volta mettendosi alla guida.

Per i ragazzi di oggi, ammette Siti, tutto questo è irraggiungibile: “Per loro sono proprio mutati i parametri mentali: pagare (ed essere pagati) è diventato più aleatorio, lavorare per comprare è più una teoria che un fatto, il rapporto stesso con l’economico è diventato più rabbioso, indolente e disperato al medesimo tempo.” I giovani si trovano a fare i conti con una promessa di benessere e di abbondanza, di cui hanno avuto sentore attraverso i loro genitori, che è a loro proibita, irraggiungibile. Un infinito a cui però non vogliono, non possono non ambire. Come quell’uomo di trent’anni del Friuli che si suicida perché del minimo che la vita gli offre non sa che farsene. Si aspettava il massimo, a cui però non poteva attingere. Per chi come Siti ha attraversato la stagione della contestazione, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, risulta poi incomprensibile la loro rassegnazione e che la giusta rabbia di quegli anni sia stata sostituita da “sporadiche fiammate, subito tesaurizzate dai talk televisivi”.

I giovani sono insomma rassegnati a vivere in uno strano mondo in cui il denaro manca (come manca il lavoro), si accontentano di quel poco, e molto illusorio, che possono avere gratis, senza pagare, e senza il piacere e la solidità esistenziale che pagare dava. Se per guardare le Olimpiadi di Roma del 1960 Siti aveva dovuto depositare cinquanta lire nel cestino che la verduraia del Paese, l’unica ad avere un apparecchio televisivo, aveva posto all’ingresso del negozio, i ragazzi oggi possono scaricare film e musica gratis dalla rete; viaggiare in tutto il mondo a prezzi stracciati, con voli low cost e usufruendo del couchsurfing; mangiare gratis grazie a qualche app e persino arredare casa raccattando offerte di mobili gratis da gruppi Facebook come “gratis se te lo porti via”; e, se vogliono fare sesso, basta usare altre app con cui trovare qualcuno che stia cercando lo stesso.

Siti riconosce che tutti questi prodotti e servizi gratis (o quasi gratis) corrispondono in realtà a prodotti e servizi scadenti, tanto che Massimo Mantellini li ha opportunamente definiti “a bassa definizione” nel suo omonimo saggio. Ma è chiaro che “Se uno ti lascia mangiare tutto quello che vuoi,” come accade negli all you can eat, “Non puoi pretendere che la qualità sia buona.”

Mentre vanno persi posti di lavoro e diritti che un tempo erano considerati inalienabili, i giovani vivono sotto l’ipnosi di un mondo illusorio, facile, brillante e conveniente, “Aperto in superficie e chiuso in profondità.” Il compromesso avviene sempre più, secondo Siti, su una sorta di compensazione passiva, che trasformerebbe i giovani in “mendicanti digitali”, senza dignità, ignari del valore autentico delle cose. Incapaci di comprendere quanto la vita possa essere realmente dura (o realmente bella), e in definitiva, di avere un rapporto genuino con la realtà.

Ma le cose stanno proprio così? I giovani di oggi hanno davvero scelto la rassegnazione e pattuito al ribasso un mondo infimo, almeno quanto i giovani di una volta erano pronti a mordere la vita e inseguire il futuro? Sarebbe troppo semplice obiettare che in ogni epoca di cambiamento – e la nostra è forse quella in cui il cambiamento è più accelerato – venga naturale rievocare le sicurezze del passato, un passato di cui preferiamo limare le asperità. Questo però non ci autorizza a sminuire i tempi in cui viviamo. Sostenere che le nuove tecnologie siano perlopiù disumane è quantomeno riduttivo, se solo si considera che in Italia il settore “digitale” impiega già 600mila lavoratori.

È vero che le auto a guida autonoma di Google o di Uber non avranno mai il fascino della Lancia Aurelia che Vittorio Gassman guidava (sappiamo con quanta sintomatica spericolatezza) ne Il Sorpasso di Dino Risi. Ma il fascino dell’auto era già andato perduto con la motorizzazione di massa e la conseguente crescita del traffico, e la maggiore sensibilità per i danni provocati dall’inquinamento. Non c’è però dubbio che gli anni della giovinezza di Siti corrispondano effettivamente a una fase molto positiva per il nostro Paese, se non altro da un punto di vista economico. Sono i tanto rimpianti (e spesso idealizzati) anni del boom, quando il PIL cresceva con percentuali simili a quelli della Cina di oggi, e c’era la piena occupazione.

È anche vero che in quel periodo un giovane poteva trovare con facilità un lavoro, quasi sempre migliore di quello dei propri genitori, e meglio compensato, con la speranza di conservarlo per il resto della vita. In un Paese che fino al giorno prima era stato contadino, e che adesso si risvegliava industriale, non era certo difficile. Il mestiere, la prima conquista che iniziava con la lettera “emme”, consentiva di comprare una macchina, la seconda “emme”, con cui rimorchiare una ragazza e farla diventare una moglie, la terza “emme” che solennizzava anche l’accesso a una sessualità finalmente non repressa. Ma se è necessario ricordare che per le ragazze le difficoltà e gli ostacoli a entrare nel mondo del lavoro erano maggiori (come splendidamente racconta La cuccagna, un film del 1962 di Luciano Salce), bisogna anche aggiungere che questa facilità non dipendeva affatto dal carattere volonteroso e dalla tempra dei ragazzi (che pure non mancava, come d’altronde non mancherebbe nei ragazzi di oggi). Dipendeva piuttosto, molto più banalmente, da tutta una serie di fattori di cui loro non erano responsabili: dal contesto favorevole, anche internazionale, in cui si era trovato il nostro Paese, dopo il disastro della guerra; dai salari bassi; dai germi di industria gettati durante il fascismo; dalla possibilità di svalutare la lira; dalla laboriosità dei meridionali, e altre cose del genere.

A distribuire dividendi sociali e sicurezza nel futuro concorreva il welfare, che oggi è sempre meno sostenibile e in crisi. Ma non è corretto affermare che i cittadini, e i giovani in particolare, si siano lasciati “sfilare da sotto il naso i beni che contano (la casa, la pensione, il futuro dei figli)” perché si sentono risarciti dai luccicanti surrogati offerti dalla gratis economy. Il welfare non è in crisi perché siamo sempre più individualisti ed egoisti, o schiavi di una tecnologia che ci fa il lavaggio del cervello. Il welfare poteva dare il meglio di sé quanto più la società era composta da classi coese, che avevano interessi analoghi (gli operai, gli impiegati, i dipendenti pubblici, etc.) da far contare. Per questa stessa ragione, e non certo per una migliore indole o combattività, in quel tempo la conflittualità sociale era più forte.

A rendere l’Italia un Paese che possa ancora offrire speranze ai suoi cittadini, e soprattutto a quelli più giovani, non sarà certo il recupero di posti di lavoro che non richiedono alcuna istruzione o specializzazione. Un Paese avanzato non ha alcun vantaggio nello spostare su un piano al ribasso il confronto con i Paesi emergenti (quelli in cui gli imprenditori de-localizzano le loro attività produttive). E anche se nella vita di ciascuno può essere molto educativo trascorrere un po’ di tempo a raccogliere pomodori e scaricare casse al mercato, non è questa la ricetta per dare ai giovani un futuro, né la strada che dovrebbero seguire, soprattutto se hanno investito nella loro formazione.

Abbiamo perso la capacità di guardare al nostro come a un Paese moderno, non appena abbiamo incontrato delle difficoltà nel confronto con Paesi che un tempo erano chiusi oltre Cortina, o nella loro arretratezza, come la Cina, e che adesso la globalizzazione ha collocato su posizioni di avanguardia. Ma la ricetta non è colpevolizzare chi già paga il prezzo più pesante, né guardare a un passato che non può tornare, non almeno in quelle forme, e che rischia di penalizzarci, se lo pensiamo attraverso il filtro della nostalgia. Globalizzazione, tecnologia, robotica, non sono un pericolo, e non ci stanno rendendo disumani o più poveri. A nuocerci è solo non accettare la sfida, atteggiarci a vittime passive del cambiamento anziché esserne i protagonisti.

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