Perché Stefano Gabbana si vergogna di essere gay - The Vision

La mia home di Facebook continua a ricordamelo: Stefano Gabbana non vuole essere chiamato gay. “Sono un uomo”, ha detto al Corriere, “la parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali”. “Sono un maschio”, ha aggiunto, il resto non conta. Ha annunciato che è in arrivo pure la t-shirt manifesto: “I am a man, I am not a gay”: il messaggio minaccia di farsi brand. L’aveva già scritto su Instagram un po’ di mesi fa, in risposta a un follower che lo criticava per aver vestito Melania Trump, a differenza di tutte quelle firme del fashion system che si sono invece rifiutate di legare il proprio nome a quello della first lady americana, in segno di protesta per le posizioni antiprogressiste del marito. “Non mi chiamare gay per piacere!! Sono un uomo!!! Chi amo riguarda la mia vita privata!!!” – ho contato i punti esclamativi, giuro. Se quella volta, fuori dall’Italia, la presa di posizione era passata quasi del tutto in sordina, questa volta la notizia ha fatto il giro del mondo.

Nella grande passione collettiva per l’autorappresentazione, Gabbana fa il suo gioco ed è facile immaginare che ormai abbia chiaro il potere mediatico di questo tipo di uscite. Affermazioni in linea con quelle diventate virali nelle ultime ore lo stilista, in realtà, ne aveva già diffuse, anche in coppia col suo socio ed ex compagno Domenico Dolce: le critiche alle famiglie arcobaleno e ai “bambini sintetici” avevano scatenato un’ondata di protesta globale, poi sfociata in un vero e proprio tentativo di boicottaggio con tanto di testimonial d’eccezione, tipo Elton John, che lanciò l’hashtag #BoycottDolceGabbana e Courtney Love, che annunciò di voler mettere al rogo tutti i suoi abiti del marchio. Anche volendo supporre che ormai la sua sia una posa, è difficile – da gay – mantenere l’aplomb leggendo le sparate di un super privilegiato che, noncurante della condizione omosessuale media in Italia e nel mondo, si mette a flirtare con le idee peggiori della cultura sessista e omofoba, negando il valore politico della visibilità LGBT.

Gabbana ci dice che lui è gay sì, ma un gay migliore degli altri. Perché dell’etichetta non ha bisogno. Ce la possiamo tenere, e insieme a quella ci possiamo tenere anche le nostre associazioni, Stonewall e le battaglie civili, le campagne di sensibilizzazione, i collettivi, le manifestazioni, gli sforzi per arginare il dramma del bullismo e dello stigma e dei suicidi, l’educazione di genere e i tanti tentativi di rendere questo Paese un posto più tollerante. E più giusto. L’omosessualità vista da Gabbana sembra piuttosto una faccenda privata da vivere a porte chiuse – e le sue sono sigillate coi lingotti d’oro. Quindi, insomma, ‘sticazzi: la solidarietà e il senso di comunità lui li chiama “lobby”, esattamente come fanno gli integralisti cattolici che i gay li manderebbero volentieri a farsi curare. “La politica è meglio che non si occupi di certe cose”, dice in uno dei momenti più bassi dell’intervista: tanto non sono certo quelli come lui ad aver più bisogno delle tutele giuridiche e delle leggi. Dall’alto della sua zona franca, Gabbana pontifica. Quando i soldi sono tanti, proteggersi ed esaudire desideri – anche se non tradizionali – è decisamente più facile.

Leggendo l’intervista emerge tutto quello che ci si aspetta che emerga. Stefano Gabbana in effetti è proprio gay: ha sofferto come la gran parte degli omosessuali di questo pianeta per accettarsi e farsi accettare. Racconta di insulti e dolore, delle discriminazioni, dell’omofobia, vissuta anche in famiglia. Parla della difficoltà a dichiararsi con la madre, dei pregiudizi subiti e di come la psicoanalisi l’abbia aiutato a star meglio: viene facile capire perché poi arrivi a volersi liberare dell’odiosa etichetta. Gli piacciono gli uomini, ma non quello che per lui resta un marchio d’infamia. Si è fatto da solo, di gruppi e circoli non ha avuto bisogno. Nel sistema-mondo, però, non è Stefano Gabbana a decidere chi viene definito gay: la sua uscita ha il sapore del personalismo egoriferito e stucchevole. Anche se qualche attenuante forse la merita. Perché Gabbana è gay, sì, ma sembrerebbe – a 55 anni – non aver ancora accettato del tutto la sua identità. Si chiama omofobia interiorizzata ed è molto diffusa: è il fenomeno per cui gli omosessuali imparano ad autointerpretarsi attraverso gli occhi degli etero. E non degli etero in generale, ma proprio degli eterosessuali ostili. Dei nemici. Anni e anni di pregiudizio metabolizzato portano a questo. Una tragedia psicologica autentica.

Gabbana svilisce la storia degli uomini e delle donne che per quella cosa che lui definisce “etichetta” hanno lottato e in certi casi pure perso la vita. Se oggi quelli come lo stilista possono permettersi queste piroette dialettiche, mostrandosi – nei fatti – omosessuali mentre negano il valore dell’identità pubblica e del pieno riconoscimento politico, è perché ci sono stati molti gay che hanno avuto la non semplice onestà di assumere pienamente su di sé il peso dello sguardo degli altri. Annullare la differenza – “prima che gay, etero o bisex siamo esseri umani”, un po’ come quelli che al “Black lives matter” rispondono con l’insensato e anzi colpevole “All lives matter” – in un mondo in cui la differenza produce ancora orrori e morte, è ipocrita e irresponsabile. La differenza omosessuale è una realtà che ogni bambino gay impara a conoscere presto e che non può nascondere. E Gabbana lo sa. Non può non saperlo. Ma vuole comunque far suo il pregiudizio comune del patriarcato, radice di ogni omofobia: uomo è meglio, il privilegio maschile cerca di tenerselo stretto.

C’è da dire che tutto questo è in super-sintonia con l’immaginario di Dolce e Gabbana, da decenni un tripudio di binarismo blindato in salsa folk, in cui i ruoli di genere sono ultra-polarizzati: il masculo e la fimmina, la donna vera-donna, l’uomo vero-uomo, il padre padrone e la femme fatale versione neorealista che ti serve pure la parmigiana. Questa l’Italia, anche oggi, nella visione nostalgico-caricaturale degli stilisti. E non così arbitrariamente, ahimè, visto che siamo il Paese in cui la maggior parte degli omosessuali famosi nasconde la sua identità o si fa promotrice del pregiudizio verso la visibilità LGBT. Questa è l’Italia che Dolce e Gabbana vendono soprattutto all’estero e soprattutto a chi vuole restare nella cartolina vintage tutta paesi, fiere, mercati e vecchie comari, immobilizzata dagli stereotipi e dai luoghi comuni.

Quanto è avvilente la riduzione che opera Gabbana – e che da sempre attuano i reazionari e i politici di destra, ma ora anche i registi più amati dagli stessi gay – dell’omosessualità ai gusti sessuali, a “quello che si fa sotto le lenzuola”. Essere gay è un insieme di cose molto complesse, ce lo insegnano gli studi di genere, che non a caso proprio in Italia stentano ad affermarsi (unica eccezione degna di questo nome a me nota, l’università di Verona). Esiste una cultura gay e una storia dell’omosessualità e del movimento LGBT, esistono temi sociali, antropologici, scientifici che si intrecciano e sono al centro di dibattiti e riflessioni che con la sessualità possono anche non aver nulla a che fare. Esiste l’omoaffettività e l’omogenitoritalità: l’identità gay ha risvolti affettivi, familiari, comunitari. Relegarla all’atto sessuale è un po’ retrogrado, degno di una sensibilità premoderna e bigotta.

In futuro magari asteniamoci dal diventare cassa di risonanza di questi rigurgiti oscurantisti: le esternazioni di Stefano Gabbana sul tema non meritano la nostra attenzione. Non vuole interessarsi di politica – come chiarì a Miley Cyrus durante l’ennesimo scontro sui social: meglio non dargli spazio, quindi, quando di fatto finisce col farlo. La sua opinione su questioni che interessano così intimamente la vita delle persone non può certo dirsi qualificata: l’uso responsabile delle parole è proprio di chi è in grado di apprezzare l’eleganza della solidarietà e, soprattutto, della riconoscenza.

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