Perché i sondaggi hanno smesso di rappresentarci? - The Vision

Mentre scrivo è il 2 marzo e non posso vantare particolari capacità divinatorie: sono stufo, però, quello sì, degli editoriali che non ho ancora letto, dei politologi che dopo faranno finta di sapere tutto da prima, delle maratone televisive e delle esclamazioni stupite che non vedremo, perché l’esito era talmente evidente a chiunque fosse “senza paraocchi” e loro l’avevano sempre sospettato, figuriamoci. Chi abbia meno tornate elettorali alle spalle, forse, potrà entusiasmarsi, meravigliarsi, aprire e richiudere la bocca, ma io rischio, nella consapevolezza di aver già perso la faccia quindici mesi fa, quando pronosticai un clamoroso successo del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016, contando sulla bassa affluenza al voto. Io rischio, e immagino il possibile scenario.

Matteo Renzi durante la conferenza stampa dopo i risultati del referendum costituzionale

È la mattina del 5 marzo e stiamo leggendo i commenti degli opinionisti più influenti e rispettati: la prima notizia che compare su tutti i titoli è il mancato primo posto del M5S. Incredibile dictu e, per alcuni, mirabile visu, il rigore a porta vuota è stato calciato alle stelle da Luigi Di Maio: capita anche ai migliori, dài, o a quelli ai quali, per lungo tempo e con il supporto di voci molto autorevoli, sia stato fatto credere di esserlo.

E chi dava il Partito Democratico vicino al 20%? Coloro che si spingevano (e lo spingevano) persino al di sotto di quella soglia? La domanda è: com’è stato possibile, per tutti questi anni, vivere in una bolla d’irrealtà tanto resistente? Resistente agli urti, a qualsiasi scossone, davvero a prova di realtà: la rappresentazione che i media, nel corso dell’ultima legislatura, hanno prima concorso a produrre e poi a contrabbandare, quella dell’unico e inequivocabile “Paese reale”, compatto nella sua rivolta contro l’orrido Renzi e l’altrettanto odiato Partito Democratico, non ha retto alla prova delle urne. Ci sarà tutto il tempo per capire come si sia potuti finire in una situazione che ha del grottesco: e già si discute di élite culturali e mediatiche asserragliate a difendere le proprie ideologie differenti e lontane dalla vita concreta dei cittadini, cioè colpevoli dello stesso peccato che era stato attribuito per un numero infinito di volte all’intera classe politica e, in particolare, ai membri dei governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.

La squadra del governo Gentiloni
La squadra del governo Renzi

Ma, ancora di più, sotto il fuoco incrociato dei commentatori sono i sondaggisti: i conti erano stati fatti senza o nonostante gli italiani? Non che il fallimento dei maghi dei numeri sia un inedito: già nel 2013, il PD a guida Bersani veniva dato per vincente di larga misura. Ancora prima, però, nel 2006, fu Prodi, trionfatore annunciato, ad andare invece a scontrarsi e praticamente a pareggiare contro il Cavaliere eterno: proprio lui, demonizzato per decenni e poi di fatto riabilitato, a fronte di un’offerta politica di destra che nel frattempo è divenuta tanto estremista (in senso lepenista) da farlo apparire un moderato, quasi un salvatore della Patria.

Mancavano poche settimane a quelle elezioni. Al termine di un incontro pubblico, l’espertissimo sondaggista di turno, debitamente galvanizzato e con il petto gonfio, aveva disegnato sulla lavagna il futuro Parlamento, dicendosi in grado di azzeccarne la composizione con appena un minuscolo margine d’errore: scrosciare di applausi. Stava andando tutto alla perfezione e a pochi era venuto in mente che forse sarebbe stato il caso di considerare un elemento di disturbo, tanto fastidioso da rendere inefficaci e falsate quelle previsioni ad alto tasso di scientificità: le mancate risposte o le risposte non veritiere, quelle che non sarebbero corrisposte al voto reale, consegnato al segreto dell’urna. Un comportamento del genere, infatti, non sembrava irrazionale, in un contesto in cui l’elettore berlusconiano aveva finito per sentirsi alla stregua di un appestato sociale: come non prevedere che avrebbe potuto mentire sulle proprie reali intenzioni di voto, riservandosi di ottenere una privatissima vendetta al momento decisivo, matita in mano? A chi sollevasse dubbi di quel tipo, però, veniva risposto: che esagerazione! In fondo non si trattava mica di Mussolini. Chi poteva essere tanto impaurito da nascondersi così? Sappiamo come andò a finire. Stavolta è verosimile che gli elettori del Partito Democratico si vergogneranno di esprimere le proprie convinzioni? Altamente probabile.

Il Governo Berlusconi IV nel 2011

Qualcuno di noi, nel corso di questa campagna elettorale, ha compiuto il piccolo sforzo di andare a leggere i quesiti che venivano effettivamente posti agli intervistati? Bene, coloro che si siano presi questa briga avranno scoperto che spesso erano formulati in una maniera piuttosto singolare, del tipo: “Di chi si fiderebbe di più?”, fino ad arrivare a qualcosa che rasenta il: “A chi vuole più bene?”.

Sembra naturale che, in tal caso, un vecchio militante del Partito Democratico (e, prima, dei DS, del PDS, del PCI…) di Bologna avrebbe risposto “Vasco Errani”, ma dovrebbe essere altrettanto ovvio concludere che molti di loro, poi, avrebbero finito per adeguarsi alle scelte della coalizione, votando per Pierferdinando Casini, rispettosi di una disciplina di partito che da quelle parti è tradizionalmente una cosa seria. Inoltre, con le scelte politiche la simpatia c’entra fino a un certo punto: per esempio, al sottoscritto sta molto simpatico Gianni Cuperlo, più di un qualsiasi altro esponente della maggioranza del PD, ma non appoggerei mai una sua mozione, se questa fosse in competizione con un’altra a più elevato contenuto liberale.

Pierferdinando Casini

È lecito affermare che la demonizzazione di Renzi sia stata potentissima, forse addirittura superiore a quella che una volta subiva lo stesso Berlusconi? Quest’ultimo, infatti, poteva contare su una coorte di difensori d’ufficio: no, non stiamo parlando di tribunali e questioni giudiziarie, ma del partito di cui egli era l’indiscusso padrone, nonché dei suoi alleati, di tutto un apparato a propria protezione che Renzi, mal sopportato presso tanti dei suoi stessi compagni di partito e di coalizione, non può minimamente esibire. E se non fosse intervenuto nelle ultime settimane il periodo di sospensione dalla pubblicazione dei sondaggi, ci sarebbe da pensare che le percentuali del Partito Democratico sarebbero potute scendere al di sotto di quelle di altre forze che oggi hanno ottenuto un risultato molto deludente: ci ricordiamo del tempo glorioso in cui per Liberi e Uguali si ventilavano percentuali a due cifre? Di nuovo, com’è stato possibile che quel partito venisse “gonfiato” fino all’assurdo? Forse proprio perché quel partito era la principale forza anti-renziana, essendo composto per buona parte da fuoriusciti dal Partito Democratico, in netta polemica contro il suo Segretario. È ipotizzabile che un po’ dell’ideologia anti-Pd che circola in molte redazioni e le legittime preferenze politiche delle élite mediatiche abbiano finito per influire sui dati che ci stavano proponendo.

Matteo Renzi

Sta cominciando il telegiornale delle 13 e la prima immagine, fin troppo crudele nei confronti di chi ci ha creduto fino in fondo, è quella di Mattarella, seduto davanti allo schermo del computer; poi lo zoom va su un’email in cui compare una lista di persone, pare di ministri, di ministri possibili; la firma, sotto, è quella di Luigi di Maio (“rispettosamente Suo…”); il nobile dito del Presidente clicca su “Elimina”: ah, questi.

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