La storia della bambina di 9 anni data in sposa è falsa, l'islamofobia no - The Vision

La storia della bambina musulmana di 9 anni data in sposa a Padova a un uomo di 35 è falsa. È una fake news, questa bambina probabilmente esiste solo nell’immaginario di quella persona che per qualche strano motivo ha deciso di svegliarsi ieri e di raccontare al mondo una vicenda inventata.

La notizia, pubblicata ieri dal Messaggero, è stata rilanciata da diverse testate, diventando virale in poche ore. L’articolo di Libero che ne parlava è stato condiviso 35mila volte, quello del Fatto Quotidiano 3700, quello di FanPage 1800. Per non parlare di tutte le altre testate che ne hanno scritto, battendosi probabilmente il cinque in redazione perché era da settimane che non vedevano il numero dei like su Facebook salire così velocemente. Verificare la notizia? Nessuno ci ha pensato neanche un momento.

Naturalmente molti si sono indignati per questa vicenda. Ma nessuno è rimasto turbato dalla mancanza di professionalità della testata che ha fatto partire la notizia e di quelle che l’hanno rilanciata senza verificarla; neanche dal fatto che qualcuno abbia ancora una volta strumentalizzato un evento per alimentare l’islamofobia in Italia; e neppure perché la notizia si è rivelata completamente falsa. Fino a ieri, infatti, questa vicenda era qualcosa di reale nel mondo di internet: a Padova una bambina di 9 anni era stata veramente data in pasto all’orco cattivo di 35 tramite un matrimonio combinato tra le due famiglie. Negli articoli che riportavano la notizia, per chiudere il cerchio, mancava solo qualche tigre, la foto del sorriso di un uomo barbuto e la playlist di musica orientale che avrebbe accompagnato la serata di quelle nozze.

C’è chi ha condiviso la notizia affermando che cose del genere nel nostro Paese non devono accadere, che non vogliamo integrarci con queste persone, che dobbiamo svegliarci prima che quest’invasione dia il colpo di grazia alla nostra civiltà occidentale. Salvini, per cui ormai condividere notizie del genere è diventato un riflesso pavloviano, ha affermato che “TUTTO QUESTO È MOSTRUOSO”. E lo ha scritto in Caps Lock nel caso in cui non avessimo capito che lui è invece una brava persona, pronta a difenderci dagli stupratori che stanno invadendo le nostre città.

Sul Secolo d’Italia, commentando la notizia, una giornalista afferma che una storia del genere ha dell’incredibile, una storia “che credevamo confinata nei paesi musulmani ma abbandonata una volta giunti nei paesi occidentali”. Credevamo che una volta arrivati qui non fossero così barbari, e invece no. Il sentimento di rabbia che scaturisce dalle sue parole è contro tutte quelle persone che hanno permesso che una cosa del genere potesse accadere in Italia ed è così convinta di quello che dice che oggi il link alla notizia non è più raggiungibile.

Così come non lo è più l’articolo pubblicato da TGCOM24, che aveva titolato: “Padova, sposa bambina di 9 anni violentata dal marito: preso.” La domanda da porsi ora non riguarda l’identità di quell’uomo immaginario che è stato preso, dato che abbiamo scoperto che non esiste, ma da dove abbiano ottenuto il sequel della vicenda, quando i carabinieri di Padova hanno affermato: “Negli ultimi anni non ci siamo occupati di un caso del genere e anche se se ne fosse occupata un’altra forza di polizia sicuramente ne avremmo avuto notizia”. E anche se l’articolo non è più reperibile sul sito di TGCOM24, ha fatto i suoi vari giri sulle bacheche di Facebook. Il problema però è che nessuno di quelli che l’hanno condiviso e commentato tornerà a verificare la veridicità dell’accaduto e la notizia della smentita non avrà la stessa risonanza, né diventerà virale. Il fatto di aver accusato una certa religione o una comunità non è un problema, non è così pesante sulla bilancia dell’indignazione.

Adesso che è uscita la smentita i titoli sono cambiati, gli articoli sono stati aggiornati e tutte queste testate sono tornate sulla retta via, a fare bene il proprio lavoro: informare e raccontare fatti, quelli veri. Addirittura i colleghi di Libero, che ci hanno messo alcune ore a rimuovere la notizia che sui social pare stesse girando molto. Possiamo permetterci di perdere solo una cosa tra soldi e credibilità, e una redazione non va sicuramente avanti con le vostre belle parole sull’etica.

Il dibattito sulle fake news e su come queste stiano uccidendo l’informazione è ormai quotidiano. Il problema si aggrava nel momento in cui a diffondere notizie inventate non sia pensierounico.eu o tutti quei blog che si rifanno a post di Reddit. Qui si parla di testate nazionali, roba di cui l’uomo medio cerca di fidarsi. Per l’Eugenio che vive a Caerano di San Marco, partecipa alle feste del quartiere e scrive ogni giorno su Facebook “NO alle moschee”, questo è il miglior regalo che possiate fargli.

È il miglior regalo che possiate fare anche a persone come Mattia Feltri, che pare aver ereditato dal padre il compito di dimostrare a tutti voi che non capite nulla dell’Islam, una religione adatta solo a retrogradi e fondamentalisti. E infatti ieri, come da copione, ha colto l’occasione per farci capire come dovremmo cominciare ad aprire gli occhi davanti a certe dinamiche e come le stesse persone che si stanno impegnando nella denuncia del fenomeno delle molestie sessuali dovrebbero dedicare un po’ del loro tempo anche a queste ragazze abusate. Nel suo discorso è partito da Weinstein per poi passare alle bambine che hanno subito abusi e concludere con donne ingabbiate in burqa e niqab. “Non sappiamo nemmeno quanti siano i casi del genere in Italia,” dice. E anche se oggi si scusa per aver condiviso una notizia falsa, afferma che il problema nelle comunità musulmane, comunque, rimane. Non siamo qui a pontificare sulla sincerità di chi quotidianamente ci degna di un buongiorno, ma non vogliamo almeno soffermarci un po’ sulla strumentalizzazione di un fatto che non è nemmeno accaduto?

Forse per lui e per gli altri che hanno contribuito a diffondere una notizia falsa non è nulla di grave, non rappresenta un problema per chi non ne vive le conseguenze sulla sua pelle. Non è poi così grave che una ragazza musulmana sia costretta a subire un episodio di razzismo perché il Corano, secondo il popolo di Facebook, dice di stuprare le bambine. Non è poi un dramma il pressing psicologico su un ragazzo musulmano alle scuole medie quando un professore tirerà fuori notizie del genere per parlarne in classe. Non è un nostro problema il “processo” che verrà fatto a una donna col velo prima che possa ottenere un impiego in un posto in cui il datore di lavoro vorrebbe “fuori dai piedi tutti gli islamici”.

Quest’episodio è l’ennesimo a far perdere credibilità a quei soggetti che dovrebbero ipoteticamente rappresentare dei punti di riferimento in ambito giornalistico e ha contribuito a dimostrare ancora una volta come strumentalizzare un evento, in questo periodo storico, sia più semplice del previsto. Se hai bisogno di una notizia per portare avanti la tua agenda, non aspettare che accada. Inventala.

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