Sessant’anni fa oltre 220mila italiani emigrarono in Belgio per lavorare nelle miniere, grazie al Protocollo italo-belga che prevedeva l’invio ogni settimana di 2.000 persone al di sotto dei 35 anni (e che fu interrotto solo dopo il Disastro di Marcinelle). Oggi sono oltre 250mila gli italiani residenti nel Paese europeo, 30mila dei quali vivono a Bruxelles, dove rappresentano la terza comunità straniera della città. Solo tra Commissione europea e Parlamento lavorano lì oltre 4000 italiani, oltre ai numerosi stagisti. Gli altri 25mila sono finiti a occupare i posti di lavoro creati dalla domanda di servizi ed è proprio tra di loro che va ricercata quella percentuale di immigrati che oggi rappresenta la versione moderna dei minatori sporchi, brutti e chiassosi che facevano paura ai belgi di mezzo secolo fa. Sono persone di cui ci si dimentica, perché non le si vede più chiedere aiuto in terra madre: storie di mancata vittoria che fanno provare un certo colpevole piacere a chi ha deciso, nonostante tutto, di restare in Italia.

Disastro di Marcinelle

Secondo l’UE, il dato medio europeo sulla disoccupazione si aggira intorno al 9%, mentre quello belga raggiunge appena il 7%. In Italia il tasso di giovani (tra i 15 e i 24 anni) disoccupati, è uno dei più elevati d’Europa. I nati tra il 1981 e il 1995 – generazione di cui faccio parte e che mi rifiuto di definire millenial, usando un nome da centro commerciale di provincia – si ritrovano a essere quelli che in assoluto soffrono di più, avendo accumulato spesso diplomi, lauree, master, ma pochissima esperienza reale. Le soluzioni sono due: la prima è casa di mamma e baretto, dove incontrare pensionati e coetanei con cui lamentarsi di tempo e politica, la seconda è l’evoluzione della valigia di cartone anni ’20, per cui ci si arma di trolley e biglietto low cost e si parte a cercare lavoro all’estero.

Italiani emigrati in Belgio negli anni ’50

In Germania risiedono più di 700mila connazionali anche se gli assegni statali – elargiti con teutonico sorriso – e gli affitti benevoli sono ormai solo un ricordo e la situazione è parecchio più dura di qualche anno fa. Ma per chi emigra da Crotone, dove la disoccupazione è al 32%, anche la Germania rimane una sorta di terra promessa. In terza posizione c’è il Belgio (dopo Francia e Svizzera) con 264mila italiani, seguito da Gran Bretagna e Spagna. I numeri però si riferiscono solo alle persone iscritte all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE), grazie alla quale si acquisisce il diritto di votare e il dovere di pagare le tasse: non esattamente una priorità per chi emigra con 500 euro nella postepay e senza conoscere una parola della lingua del posto.

Appena arrivata in Belgio, il mio francese mi permetteva a malapena – retaggio del liceo di provincia – di dare il buongiorno e chiedere dove fosse la stazione. Non avevo alcuna idea di quale termine indicasse la maniglia di un cassetto, ma sapevo benissimo che Victor Hugo è nato a Besançon. Con questo enorme bagaglio linguistico, mi sono trovata a cercare un lavoro per pagare il primo mese di affitto e le quattro settimane di corso di francese. Sono stata fortunata perché, dopo appena due giorni, ho trovato un annuncio sul gruppo Facebook dedicato agli italiani a Bruxelles in cui si ricercava una cameriera per un ristorante italiano –i consiglio di farvi un giro nel gruppo: accanto ad annunci dalla grammatica creativa e spesso razzisti, si trovano informazioni fondamentali, tipo dove reperire i Pan di Stelle o quale sia il miglior tassista che si è aperto una onlus per portare i connazionali dalla città all’aeroporto. L’annuncio non richiedeva nessuna conoscenza linguistica (oltre all’italiano): chiamai il numero di telefono indicato e una voce paisà mi invitò a passare al locale per conoscerci.

“Preferisco lavorare con italiane, che ci si capisce meglio tra di noi. Ho una rumena, ma quella non c’ha voglia di lavorare”: nonostante alcuni segnali inequivocabili della mentalità del ristoratore, decisi di provarci comunque. La situazione era semplice: mi si chiedeva di fare il turno serale dalle 19 alle 23.30 circa, portare piatti dai nomi semplificati come Lasania e Boloniese e incassare i miei dieci euro l’ora in nero senza fare troppe domande. Mi fu spiegato che in Belgio le tasse sono altissime e in qualche modo bisogna difendersi, che la ricevuta la si faceva solo quando i clienti pagavano col Bancomat e che, spesso, durante la settimana, ci si inventava malfunzionamenti al POS. Il ristoratore mi disse di essere costretto a fare così in ognuno dei suoi (quattro) ristoranti, altrimenti gli avrebbero sequestrato tutto e che per fortuna era pensionato da sette anni, altrimenti non si sarebbe mai potuto comprare la villetta a Villasìmius. Questa la ragione per cui mi aveva offerto la grandiosa possibilità di lavorare per lui: ogni anno, in agosto, si metteva a mollo nel Tirreno occidentale e, per questo, si sentiva un po’ sardo. Durai una settimana: saldai il corso di francese e decisi che l’abbandono di mia madre in lacrime avrebbe dovuto ripagarmi un po’ meglio. Lavorare in un ristorante coi quadri del Vesuvio e del Duomo di Milano non mi bastava.

In questi tre anni in cui ho vissuto a Bruxelles ho incontrato diverse persone che hanno avuto un percorso diverso dal mio: alcuni di quelli a cui ho chiesto di raccontare la propria storia mi hanno pregato di cambiargli il nome o di non menzionare i ristoranti per cui hanno lavorato (nonostante ora facciano altro o siano comunque riusciti a migliorare la loro condizione). La sensazione è stata quella di una sorta di Sindrome di Stoccolma all’amatriciana per cui, superato il momento di rabbia strettamente legato ai ricordi spiacevoli, rimaneva sempre un certo affetto per il proprietario-aguzzino.

Mario, ad esempio, lavorava per una nota catena di pizzerie italiane. Mi racconta di essere stato assunto come aiuto cuoco, ma di aver passato gran parte del tempo a lavare i piatti. Mi dice subito, prima di spiegarmi altro, che lo pagavano cinque euro all’ora e che non ha mai avuto un contratto. In cucina erano in quattro, tutti del sud Italia, e lui era l’unico che non viveva nell’appartamento dei suoi colleghi trovato dal padrone, con l’affitto – il cui ammontare non era stato comunicato – che veniva scalato direttamente dallo stipendio finale. I ragazzi, lui compreso, lavoravano sette giorni su sette con chiusura il lunedì mattina e turni dalle 10.30 alle 15.00 e dalle 16.30 a mezzanotte e mezza. Erano sempre stanchi, però la domenica sera andavano lo stesso in centro per provare ad attaccare bottone con le turiste al Delirum, una birreria poco lontana da Grand Place, anche se, non parlando francese ne inglese, finivano sempre per sbronzarsi da soli. Mi dice che ha lavorato in quel locale per due anni senza essersi mai registrato come residente in Belgio, e lo stesso vale per i suoi colleghi.

In Belgio per lavorare occorre un “numero di registro Nazionale” che si ottiene iscrivendosi all’anagrafe. Per riceverlo occorre però avere già un lavoro o almeno esser registrati all’Actiris o al Forem – i corrispondenti dell’Ufficio per l’Impiego – e un domicilio legale. Una volta superato questo step è possibile iscriversi a una Cassa Mutua privata, una sorta di assicurazione sanitaria che prevede – a seconda dell’importo versato – una copertura malattia più o meno ampia. Insomma, Mario in questi anni è stato un fantasma in Belgio e un fantasma in Italia: non ha pagato tasse e non ha neppure usufruito dei servizi di tutela minima dello Stato in cui si è trasferito. Per esempio, dal 2003 in Belgio è vietato lavorare più di 38 ore alla settimana (con alcune eccezioni a seconda dei settori di impiego) e a partire dalle 20 di sera il salario deve aumentare in quanto lavoro notturno: ma di queste norme lui non ha beneficiato. Mario inoltre non ha avuto accesso, una volta finito di lavorare in pizzeria, allo chômage – la disoccupazione – né agli assegni familiari.

Invece Simona, un’altra delle persone che ho conosciuto, ha lavorato per un anno in un bar-trattoria specializzato nella cucina del centro Italia. Aveva un contratto da quattordici ore alla settimana. Ne lavorava circa quaranta. Non è mai stata pagata per i (pochi) giorni in cui è rimasta a casa e si è licenziata quando i ritardi nel pagamento dello stipendio hanno superato i due mesi.

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Domi è diventata responsabile del piccolo snack-bar in cui lavora. Non ha ancora un contratto, però mi ha spiegato che, se dovessero mai arrivare dei controlli, basterebbe dire che è il suo primo giorno e che è ancora in prova. Si sveglia ogni mattina alle 6 per preparare il locale per le colazioni e si lamenta che tutti gli italiani che ha scelto per affiancarla non hanno voglia di lavorare, perché pensano solo ai soldi e non vogliono sacrificarsi a sufficienza. Che strano.

Ho volutamente tralasciato il mondo della prestazione di servizi alle persone – come il babysitting o le pulizie – un altro contesto in cui parlare la stessa lingua è spesso una ragione sufficiente per rinunciare a qualsiasi forma di legalità contrattuale. A difesa degli imprenditori italiani – perché anche il diavolo ha bisogno di un avvocato – va detto che le tasse sulle imprese in Belgio sono davvero alte: per il padrone si arriva a punte del 60%, mentre i capitali sono tra i meno tassati d’Europa e ciò favorisce le grosse multinazionali. I nostri connazionali offrono una manodopera immediata e poco costosa e danno al datore di lavoro la salvifica impressione di avercela fatta, potendo anche permettere di dare lavoro a chi è più sfortunato.

Due anni fa il SIRS (Service d’Information et Recherche Sociale) ha stimato che una persona su quattro in Belgio lavora in nero. Nel 2016 la Commissione Europea ha creato la Piattaforma Europea contro il lavoro sommerso: gli uffici si trovano in Rue de la Loi, poco lontano dalla Commissione e durante la pausa pranzo i funzionari si fermano a mangiare un panino con mozzarella, pomodoro e basilico servito da uno dei tanti lavoratori fantasma emigrati da Roma, Siena o Catania. Il distacco tra i due mondi è evidente e la sfiducia dei lavoratori nei confronti delle istituzioni è uno dei topic costanti nelle discussioni dei tanti Mario del Belgio, nonostante non abbiano nessuna conoscenza delle stesse.

Mario, Sabrina o Domi quest’anno non torneranno a casa a Natale, forse neppure per Pasqua. Si accontenteranno del pacco mandato dalle famiglie, con il panettone e i taralli, perché il 24 e il 25 dicembre ovviamente si lavora. Se tutto va bene, vedranno la mamma su Skype il 26 mattina e le diranno di stare tranquilla che va tutto bene, in Belgio si sta proprio benissimo.

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