Il sabato è il mio giorno dell’ozio. Divano, sostanze obnubilanti e film che ho visto almeno dieci volte – bisogno di sicurezza, una trama senza sorprese. Cerco di santificare la Festa attraverso ciò che le è ontologicamente più appropriato: la beata pratica dell’inutilità operativa.

In un weekend di inizio luglio stavo disteso come una specie di creatura mitologica a metà tra il Nerone di Quo Vadis e Bobo Vieri a Ibiza. Mi stavo dedicando a una rapidissima gita sui principali quotidiani, guardando per lo più titoli e immagini.

D’un tratto un bagliore: un articolo di Scalfari, in apertura a La Repubblica. La luce del titolo quasi mi accecava. Francesco: “Il mio grido al G20. No ad alleanze contro i migranti”. Strabiliante. Nel giorno in cui si concludeva il summit ad Amburgo e si prospettava un nuovo scontro Trump vs Resto del mondo sui temi del clima e del commercio, e Juncker dichiarava che l’Ue era pronta a “imbracciare le armi e preparare delle contromisure” se Trump non avesse rinunciato alla linea protezionista, e Trump se ne fregava e intanto incontrava per due ore Putin annunciando di aver raggiunto un accordo sul cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, e 160 poliziotti e 14 manifestanti rimanevano feriti durante gli scontri fuori dal vertice, e 70 persone – fra cui italiani – venivano arrestate, il secondo giornale d’Italia per vendite e con il sito di informazione più visitato dedicava l’apertura e le prime due pagine a un’intervista a Papa Francesco.

Effettivamente è già da qualche anno che Eugenio sembra ossessionato dalla religione cattolica, ma perché intervistare proprio il Papa sul G20, con il rischio di cavar fuori banalità tipo “l’Occidente è diventato ricco grazie al colonialismo”? Quando ho iniziato a leggere l’articolo sono rimasto folgorato. Nel pezzo, la narrazione si apre con Scalfari che riceve la telefonata del pontefice: “[…] mi fa felice sentirla, – risponde Scalfari. – Volevo notizie sulla sua salute. Sta bene?” – chiede candidamente il Papa.

Il racconto prosegue e si trasforma nel pomeriggio di due persone anziane che godono della reciproca compagnia, nel “piccolo salotto” del più devoto fra i due, tra abbracci e riflessioni. Il G20 potrebbe rovinare questo idillio, così, nonostante Francesco accenni a “pericolose alleanze tra potenze che hanno una visione distorta del mondo” – fra cui America Russia Cina Corea del Nord Putin Assad tutti insieme appassionatamente – Scalfari non si lancia in nessuna domanda in grado di entrare davvero nel merito e preferisce virare su due figure importantissime: Spinoza e Pascal – e il secondo finisce pure per beccarsi la nomination a Santo. “Penso che Pascal meriti la beatificazione. Mi riservo di far istruire la pratica necessaria, accompagnata da un mio personale e positivo convincimento”, scrive Scalfari. In effetti se ne sentiva proprio l’urgenza.

Conclusa la lettura, sono rimasto esterrefatto da quanto quest’intervista fosse in sintonia con il mio proposito giornaliero, quello dell’inutilità; nel senso che è assolutamente inutile l’apporto che può dare al dibattito sulle priorità e sul comportamento dei capi di Stato delle principali Nazioni del mondo, e allo stesso tempo è la perfetta rappresentazione del pantano in cui marcisce da anni il giornalismo italiano. L’esempio massimo arriva quando il Papa si stufa di parlare di G20 e avanza con celestiale gentilezza una domanda al caro amico, interrogandolo su pregi e difetti dei giornalisti. Scalfari, tra i secondi, ci mette “l’interpretare la verità facendo valere le proprie idee”. Ecco, questa frase rappresenta l’affermazione di un concetto molto italiano: l’imparzialità dal giudizio.

Il discorso è complesso, anche perché in Italia non è quasi mai esistito un dibattito serio sulla natura dell’imparzialità e sulle conseguenze del suo possibile abuso. Il lavoro del giornalista dovrebbe essere quello di indagare la realtà per comprenderla e interpretarla e poi renderla più accessibile al pubblico, come un mediatore. Nel fare tutto questo il giornalista è chiamato a seguire un principio che nel tempo è diventato un mito: quello dell’imparzialità. Da definizione, si è imparziali quando nel giudicare si adopera obiettività, senza favorire gli uni o gli altri per interesse o per simpatia. Nessun preconcetto e nessun pregiudizio. Solo che senza giudizio non esiste imparzialità, e non esiste il giornalismo.

Justin Peters, in un pezzo pubblicato su Slate, definisce così l’imparzialità dal giudizio: “The oppressive inertial force known as journalistic objectivity”. Nel mondo anglosassone, in particolare negli Stati Uniti, ci si interroga da sempre su cosa sia l’imparzialità e su come chi fa Informazione dovrebbe maneggiarla, mica come da noi. L’obiettività del giornalismo statunitense è entrata in crisi a partire dagli anni Sessanta, con la guerra del Vietnam e il caso Watergate. Al principio di “imparzialità” è subentrato quello di “fairness“, secondo cui in ogni analisi dei fatti va prestata la massima attenzione alla completezza, cercando di evitare travisamenti o un’enfasi inappropriata, seguendo anche gli sviluppi successivi dell’evento. L’analisi dei fatti viene ben distinta dalle opinioni, che però sopravvivono, esistono e non vengono celate.

Il commento di Peters si ricollega a una polemica dei lettori del New York Times, infastiditi dal modo in cui erano stati trattati alcuni fatti riguardanti Hillary Clinton, in particolare le “Clinton emails” e i presunti conflitti d’interesse della Fondazione Clinton. Non è un mistero che il quotidiano americano nutra una certa antipatia nei confronti dei Repubblicani: è stato uno dei più forti critici di Donald Trump, spesso e volentieri descritto come un clown. Ma ecco il bello: i lettori hanno accusato il giornale di portare avanti un’imparzialità talmente forzata (false balance) da aver dato eccessivo risalto ai difetti della candidata democratica, fino a metterli praticamente sullo stesso piano di quelli dell’avversario. Liz Spayd, Public Editor del Nyt, ha risposto negando l’esistenza stessa del problema e io non posso che essere d’accordo con lei, ma Justin Peters fa un passo in più e spiega che l’imparzialità forzata “fa parte di un problema più ampio, che consiste nel ritenere che i giornalisti non debbano avere opinioni”. È un modo di pensare diffuso e deleterio: prima di tutto perché un giornalista deve avere delle opinioni, e poi perché, anche quando queste non sono dichiarate attraverso un giudizio esplicito, il solo fatto di scegliere una notizia piuttosto che un’altra è già di per sé una forma di giudizio. Fingere che non lo sia è intellettualmente disonesto. Il problema è che “l’obiettività del giornalismo è diventata un mantra” e col tempo “una forma d’inerzia opprimente”. L’identikit corrisponde perfettamente alle sembianze del giornalismo italiano, dominato appunto dall’imparzialità dal giudizio.

Le ragioni di tale dominio sono complesse e riguardano anche la struttura economica dell’editoria italiana. L’inesistenza di editori puri, che non siano cioè proprietari di imprese diverse dalle proprie testate, ha fatto sì che i giornalisti ponessero più attenzione agli interessi degli editori che a quelli del proprio pubblico, che nessuno ha mai sentito il dovere di formare. Anzi, per evitare di offendere in qualunque modo non solo l’editore di turno, ma anche tutti i possibili inserzionisti, perché senza le doppie o i banner pubblicitari nessuna testata oggi sopravviverebbe, si è deciso di eliminare qualsiasi tipo di giudizio critico, limitandosi a riportare dichiarazioni, spesso inutili. La stagnante imparzialità dal giudizio ha creato dei veri e propri mostri, vedi il rapporto giornalismo-politica. Sono gli attori della seconda a dettare l’agenda narrativa e a selezionare quali informazioni veicolare, senza lasciare alternative al giornalista. Così, un post sconclusionato sulla pagina Facebook del PD diventa centro del dibattito sull’immigrazione, ma solo per l’ambiguità delle parole usate. E il giornalista, invece di smontare l’assurdità di formule del tipo “aiutiamoli a casa loro”, si concentra sulla paternità del concetto, non facendo altro che realizzare lo scopo di chi ha pensato quel post: fare l’occhiolino ai sondaggi e pubblicizzare il proprio libro in uscita.

Il figlio prediletto della grottesca relazione fra giornalismo italiano e politica è il teatrale retroscenismo: indiscrezioni, bisbigli e sussurri assumono valore di notizia, nella sempre breve attesa delle più fantasiose smentite. È ormai questo lo standard dell’informazione italiana.
Inoltre, nel tentativo di sopravvivere alla crisi economica, le testate hanno concentrato sempre più risorse per generare visite e attirare gli inserzionisti. La colonna destra è stata la scorciatoia più facile: il colonnadestrismo dunque (pratica moderna per cui le “notizie” più fuffa che ci siano, vedi l’ultima ragazza di Vacchi/le migliori offerte su Amazon/l’entusiasmante gallery sul gelato nero e i cibi che fanno impazzire la rete, prima ospitate soltanto dalla colonna destra delle home di Repubblica, Corriere, LaStampa e tutti gli altri, oggi vengono posizionate subito dopo l’apertura) ha definitivamente perso il sopravvento su tutto.

Peccato che questa trovata geniale non solo si stia rivelando poco efficace sul piano economico, ma abbia dato la spintarella definitiva ad abbassare il livello del discorso. Sui giornali si trova l’ultima mise del Sottosegretario accanto alla notizia della discussione alla Camera della legge contro l’apologia del fascismo. Tutto è importante, niente è importante, lo decidono, al massimo, le views. Il giornalista ha rinunciato alla prerogativa di orientare il dibattito pubblico e si fa invece trascinare da ciò che fa più chiasso e che quindi non ha bisogno di interpretazione.

La manipolazione del concetto di imparzialità porta purtroppo anche a un abuso del concetto di “libertà d’opinione”. Così è possibile gustarsi un Red Ronnie che discute di vaccini, perché sicuramente Red Ronnie avrà una sua imprescindibile opinione a riguardo, un’opinione che avrà la stessa valenza di quella di un medico o di uno studioso competente in materia, perché d’altra parte “io ho la mia opinione e tu hai la tua”. Posso scrivere che “odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre[…] le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi,[…] i culi sul mio marciapiede […]. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro.” E se poi l’Ordine dei Giornalisti mi sospende mi incazzo e grido allo scandalo, sostenuto da quelli che “In un posto in cui si dovrebbe dare per fatto che la democrazia e la libertà sono ormai solide, non si può avere la fobia di un pezzo così fatto”.  Anche Enrico Mentana ha parlato di Inquisizione. Ma come ha fatto giustamente notare Antonio Scalari su Valigia Blu, la libertà di pensiero non c’entra nulla, in ballo c’è il ruolo del giornalista e la sua qualità. Facci è stato sospeso per aver violato norme deontologiche, così come Roberto Gava, punta di diamante degli “anti-vaccinisti”, è stato radiato dall’Ordine dei medici per aver diffuso tesi scientificamente scorrette.

Allo stesso modo l’intervista a Papa Francesco è una simpatica, a tratti melensa, chiacchierata fra due amici, ma nient’altro, visto che intervistare il Papa in merito al G20, se lo scopo è quello di far comprendere ai lettori cosa sta succedendo ad Amburgo, non ha alcuna utilità (a ‘sto punto conveniva intervistare Bono), ma soprattutto visto che non è stato fatto il minimo cenno ai continui scandali in cui è implicato lo Stato della Chiesa. Dall’inizio del 2017 ci sono state le dimissioni improvvise del revisore dei conti vaticani, si è parlato di fondi segreti in Svizzera e di pedofilia, ma nessuna domanda da parte di Scalfari.

L’estate scorsa è stato presentato Dietro l’altare di Jesus Garces Lambert, il documentario in cui lo storico britannico John Dickie indaga proprio sugli episodi di pedofilia all’interno della Chiesa, dimostrando come la Commissione pontificia – istituita proprio da Papa Francesco – che si dovrebbe occupare di regolare i casi di abuso, per ora non abbia fatto nulla. Una critica dura, durissima e sostenuta da testimonianze fondate, ma nessuna domanda da parte di Scalfari.

Poi c’è la questione del cardinale australiano George Pell, uomo chiave del pontificato riformatore di Bergoglio, incriminato per presunte molestie e stupro su minori quando era sacerdote a Ballarat (tra il 1976 e il 1980) e arcivescovo a Melbourne (tra il 1996 e il 2001). Si tratta del più alto esponente ecclesiastico mai finito sotto accusa per abusi. Ma nessuna domanda da parte di Scalfari. Le Monde riporta la notizia che Papa Francesco è addirittura accusato di avere protetto sacerdoti sospettati di pedofilia in Argentina e in Italia. Ma, ancora, nessuna domanda da parte di Scalfari. Totale assenza di giudizio. Forse credeva che con una sola, piccola, educata, domanda avrebbe rischiato di interpretare la verità in maniera faziosa.

L’intervista a Papa Francesco si chiudeva a pagina 3 (curioso, una volta era la pagina Spettacolo e cultura) con uno Scalfari commosso, che sale in macchina aiutato da Francesco, ormai più amico che Papa. “Quando sono dentro mi domanda se mi sono messo comodo. Rispondo di sì”. L’intervistato che chiede all’intervistatore se si è messo comodo. Davvero, non c’è nient’altro da dire. Sul mio divano, altrettanto comodo, mi sento infinitamente solo. Forse è arrivato il momento di guardare se qualche quotidiano ha ripreso qualche altra foto di Dibba mentre festeggia la neopaternità. Evviva l’inutilità.

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