Non è ben chiaro perché una notizia circoli più di un’altra nonostante il contenuto sia pressoché identico. O meglio, non è chiaro perché i media si approfittino ancora così palesemente di alcune storie solo perché da un punto di vista narrativo risultano più appetibili per il pubblico. La vicenda del suicidio della studentessa campana, Giada, è uno di quei casi in cui sembra esserci molta più attenzione al racconto di ogni secondo di questo fatto – di per sé orrendamente tragico, sia chiaro – che sulla sostanza della cosa. Qualche anno fa, quando studiavo alla Sapienza, mi capitò di leggere una notizia molto simile, direi anzi quasi identica, con l’unica differenza di non avere una struttura descrittiva altrettanto accurata. Il fatto che io e il ragazzo coinvolto fossimo iscritti allo stesso ateneo, ovviamente, rendeva la mia immedesimazione nella sua vita più forte: sapevo solo che il suicidio era avvenuto a casa dello studente, e che anche lui aveva fatto finta di frequentare per anni una facoltà in cui in realtà non aveva dato quasi nessun esame. Nel caso di Giada, invece, l’empatia per la tragedia è stata nutrita con dovizia di particolari, oltre che di commenti spassionati e illuminanti sulla vicenda.

La morte di una ragazza di venticinque anni è una tragedia, da qualsiasi punto la si guardi. L’esigenza morbosa di ricostruire ogni singolo passo che ha preceduto il momento in cui ha deciso di suicidarsi, come a costruirne una scena di un film o di qualche serie tv per teenager, invece, è di pessimo gusto. Prima di tutto perché il quadro che ne viene fuori è una visione parziale e grottesca di un momento estremamente privato, ma soprattutto perché ricamare sopra un fatto talmente incomprensibile per la sua evidente tragicità pregressa, per ricavarne riflessioni motivazionali sul senso della competitività è una cosa che va assolutamente oltre il giudizio di una storia simile. I motivi che hanno spinto questa persona a commettere un gesto del genere sono tanti, e molti di essi sono assolutamente incomprensibili. Per quanto si possano esprimere in merito professori che trascorrono giornate a collezionare tesi che hanno letto a stento e per quanto la viralità delle loro parole possa essere addirittura celebrata da chi riporta la notizia con orgoglio, il punto centrale della questione sembra sfuggire totalmente.

Si parla di competitività, di università intesa come gara, di esami come banchi di prova della vita e non si parla nemmeno di striscio di ciò che invece può essere stato il dramma interiore di una ragazza che ha trasformato una bugia in un macigno insostenibile. La storia di Giada, per quanto la scena finale si svolga sul tetto di una facoltà non parla di università ma di un disagio molto più profondo che questa persona stava vivendo, nonostante l’apparenza di una vita normale. L’università italiana, al contrario di quello che si possa pensare, non è colpevole di nulla, anzi: il nostro sistema è basato su un principio di estrema flessibilità, al contrario delle università americane o inglesi ad esempio. Nei Paesi anglosassoni, gli studenti si indebitano a forza di student loan e cominciano a lavorare con il peso di un impegno economico già sulle spalle senza nemmeno il tempo di rendersi conto di essere stati catapultati nel terribile mondo degli adulti. Non esiste il fuori corso, non esiste l’idea di rifare gli esami, non esistono le sessioni straordinarie. Il tutto è sostituito da un’attenzione maniacale al percorso individuale attraverso tutor e iniziative per l’inclusione che rasentano lo stalking, oltre che a una formula didattica talmente frazionata da far sembrare spesso i corsi dei manuali for dummies.

La colpa di storie come queste, se proprio vogliamo sempre e per forza alleggerire un po’ con un ipotetico carnefice il nostro senso di angoscia da spettatori nell’immaginarsi di vivere situazioni simili, ricade sulla dimensione strettamente intima della vita di chi sceglie il suicidio come soluzione a un problema irrisolvibile. L’università, per quanto possa essere un motivo di stress, frustrazione, ansia e in certi casi persino umiliazione, non è un problema irrisolvibile. Ciò che invece sembra essere più difficile – se non impossibile – da risolvere è l’idea radicata nella mia generazione che il futuro sia una sorta di deserto arido dove tutti quelli che lo hanno abitato prima abbiano prosciugato ogni goccia d’acqua. In quest’ottica l’università si carica di un valore simbolico che la allontana completamente dalla sua essenza: diventa una sorta di traghetto esistenziale che deve condurre ipoteticamente i suoi passeggeri in una landa rigogliosa, un ascensore sociale che porta verso l’unica destinazione auspicabile, il lavoro. Ed è normale che per una persona di venticinque anni trovare un lavoro sia un punto centrale della propria vita, non è normale invece che questa operazione degeneri in una rincorsa isterica verso uno status obbligatorio senza il quale la propria presenza nel mondo viene automaticamente etichettata come inutile. Confondere l’oggetto con il soggetto: anteporre la propria realizzazione sociale alla propria realizzazione individuale, una trappola moderna in cui probabilmente nessuno di noi riesce a non cadere.

 

Quindi, in sostanza, il vero motivo per cui una ragazza decide di mettere in scena la propria laurea, la metafora dell’ingresso nel mondo vero, per poi trasformarla nella rinuncia più drastica che si possa scegliere, non lo sapremo mai. Possiamo ipotizzare cosa spinga una persona a prendere una decisione simile, possiamo contestualizzare lo stato di angoscia e insoddisfazione, il senso di soffocamento dovuto alla pressione delle aspettative, ma non possiamo certo ridurre tutto a una semplice condanna a un sistema universitario che di per sé, al contrario semmai, lascia moltissima libertà e garantisce tante seconde possibilità – a differenza di altri sistemi di istruzione che invece puntano già da subito a un livello di pressione e competitività davvero mostruosi. Invece di avventurarsi in voli pindarici tra metafore degli esami come competizioni costanti per dare una spiegazione alla morte di una studentessa, che forse una studentessa non aveva mai voluto esserlo, sarebbe più saggio riconoscere a un evento del genere la sua assoluta particolarità, senza generalizzazioni inopportune e inappropriate. Perché non sono certo i CFU a spingere qualcuno a uccidersi e non è certo una ricostruzione cinematografica di una giornata tragica a dare una risposta alla nostra domanda “ma perché l’ha fatto?” Quello che passa per la testa di qualsiasi ventenne universitario che decide di suicidarsi è molto più complesso e soggettivo di una semplice ansia da prestazione pre-esame.

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