Ancora una settimana di tregua, e poi torneremo a odiare Cesare Battisti. Il 24 ottobre la Corte Suprema brasiliana esaminerà la sua situazione, e a quel punto forse capiremo se ci sono i margini per un’estradizione in Italia di quello che ormai è diventato, suo malgrado, il più famoso terrorista italiano. Al punto che il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, di recente l’ha tirato in ballo mentre chiedeva giustizia per “gli anni dello stragismo”. Ci sarebbe quel piccolo particolare che Battisti però non è uno stragista, ma l’errore è comprensibile. Di Maio ha voluto utilizzare un esempio famoso, un soggetto di cui negli ultimi anni si è sentito parlare, una faccia vista in TV: e negli ultimi dieci anni l’onere di interpretare il ruolo di irriducibile degli anni di piombo è toccato a lui.

Ha anche la faccia giusta, perfetta per i titoli del TG: troppo spesso ha mostrato ai fotografi il proprio sorriso, letto come un ghigno da criminale impunito. Mentre i volti di tanti altri reduci dello stesso periodo sbiadiscono negli archivi cartacei, lui continua a trovarsi davanti ai flash delle reflex, e a volte la cosa sembra piacergli: dopo l’ultima scarcerazione, all’aeroporto saluta i giornalisti alzando il boccale di birra che ha in mano, ovviamente scriveranno che stava brindando. Nel frattempo, in giro per il mondo ci sono almeno una trentina di terroristi latitanti, ma Battisti è l’unico che fora il video. Alessio Casimirri, uno dei brigatisti rossi che falciarono la scorta di Aldo Moro, ha sei ergastoli da scontare: gestisce un ristorante a Managua. Un po’ più vicino si è fermato un suo complice, Alvaro Lojacono, che ha acquisito la cittadinanza svizzera. Casimirri e Lojacono rientrano nella definizione tecnica di “stragisti”, ma è possibile che Di Maio non ne abbia mai sentito parlare: non hanno più bisogno di scappare e non fanno più parlare di sé.

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Battisti, invece, sembra destinato a non trovare pace. Il Messico, la Francia di Mitterand, poi il Brasile, dove dopo quattro anni in carcere sembrava aver trovato un porto sicuro. Due anni fa però la Corte Suprema gli revoca il permesso di soggiorno. Nel frattempo ha sposato la compagna (madre di un suo figlio), ma anche così la situazione rimaneva precaria e all’inizio del mese scorso lo hanno arrestato mentre provava a passare la frontiera colombiana: per pescare, dice lui. L’Italia non ha mai smesso di chiederlo indietro, e a Brasilia oggi c’è un presidente molto diverso da Lula e da Dilma Roussef, che negarono ripetutamente l’estradizione. Su Twitter Fabrizio Rondolino, in un tweet che ha poi rimosso, si lamenta: “Un Paese serio avrebbe risolto il caso #Battisti vent’anni fa inviando un commando dei servizi militari”. Addirittura. Ma allora perché non mandare un commando anche in Inghilterra a risolvere il caso Spadavecchia – il militante di estrema destra dei NAR condannato per aver ucciso alcuni poliziotti, tra cui il commissario della Digos di Roma? L’Italia ne ha chiesto l’estradizione almeno sette volte. Spadavecchia, nel frattempo, sembra diventato molto ricco e in qualche modo legato a quel “mondo di mezzo” portato alla luce dall’inchiesta di Mafia Capitale. Ne avevate sentito parlare? Molto meno di Cesare Battisti. Ma cosa rende così eccezionale l’ex Proletario Armato per il Comunismo?

Anche se nelle interviste e nei memoriali rivendica una precoce coscienza di classe, Battisti nei primi anni Settanta comincia a entrare in prigione per reati poco ideologici: qualche rapina e l’aggressione a un ufficiale durante il servizio di leva. È proprio in prigione che Battisti si radicalizza, come capita oggi ai jihadisti: a quei tempi al posto del paradiso islamico c’era la dittatura del proletariato, in vista della quale nel 1978 Battisti entra nel gruppo dei PAC. Per la giustizia italiana è colpevole di quattro omicidi. Di due è considerato l’esecutore materiale: avrebbe ucciso nel 1978 il maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro, e nel 1979 l’agente della Digos Andrea Campagna. Inoltre sarebbe co-ideatore di due delitti commessi dai PAC lo stesso 16 febbraio 1978: l’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani a Milano, e quello del macellaio Lino Sabbadin in provincia di Udine, dove Battisti avrebbe fornito “copertura armata”. Per questi delitti Battisti dovrebbe scontare l’ergastolo, una pena che in Brasile è stata da tempo abolita.

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Tutti i processi sono stati celebrati in contumacia, e la giustizia italiana non ha intenzione di riaprirli nel caso Battisti tornasse in Italia. Questo è un approccio che la Corte europea di giustizia ha ritenuto legittimo, ma in Brasile la pensavano diversamente, almeno ai tempi di Lula. In tutti e quattro i casi è stata determinante la testimonianza di un complice pentito, Pietro Mutti, che in quanto collaboratore di giustizia è rimasto in carcere soltanto otto anni – Battisti, tra un arresto e l’altro, ne ha passati sette dietro le sbarre. Le dichiarazioni di Mutti però sono sembrate più volte contraddittorie. Mutti era in cella, Battisti libero per il mondo: non sorprenderebbe che il primo avesse accusato il secondo in cambio di sconti di pena. Altri testimoni raccontano di aver rilasciato le loro confessioni dopo aver subito vere e proprie torture. Che in quegli anni i sospettati di terrorismo non venissero trattati coi guanti è un dato storicamente acquisito: era un’emergenza, si diceva. Alcune leggi “emergenziali” però sono rimaste in vigore. In Francia gli intellettuali denunciavano gli abusi e Mitterand apriva le porte ai ricercati italiani che si impegnavano a rigare dritto. Tutto questo succedeva trent’anni fa, ma a leggere i giornali italiani sembra ieri. Forse perché ci scrivono le stesse penne?

In un breve fondo sul Corriere, Pierluigi Battista riesce a scomodare lo scrittore Philip Sollers e i due filosofi Deleuze e Guattari. È vero che nel 1977 firmarono il famoso “Appello contro la repressione in Italia” – insieme a Sartre, Foucault, Barthes, e altri – ma è successo quarant’anni fa. Battisti non solo non era ancora stato processato, ma ancora doveva commettere i delitti di cui è accusato. E però l’accostamento tra l’assassino col ghigno da canaglia e il pensoso intellettuale funziona ancora. Viene da chiedersi se la solidarietà dei romanzieri gli abbia realmente giovato, o non sia stata proprio il motivo per cui in Italia c’è chi insiste ancora a chiederne la pelle. Avesse aperto un ristorante anche lui, invece di scrivere polizieschi, non lo lascerebbero stare? Nel 2004 lo scrittore Valerio Evangelisti pubblica un appello per la liberazione di Battisti. Tra i primi firmatari, alcuni scrittori: Wu Ming, Nanni Balestrini, Daniel Pennac… c’è anche un giovanissimo Saviano che poi ritirerà la firma. Tredici anni dopo, Battista sul Corriere non se li è scordati, e ne approfitta per attaccare “alcuni ambienti altrettanto militanti dell’acuta intellettualità italiana”.

È quasi commovente la fiducia che Battista esibisce nei confronti di questa “intellettualità”, come se quella raccolta di firme, più o meno illustri, avesse avuto qualche effetto concreto sul caso. Come non pensare al precedente più famigerato, a quella Lettera all’Espresso sul caso Pinelli che anticipò di qualche giorno l’assassinio Calabresi? Ma i firmatari di quell’appello erano davvero parte di un “intellettualità” autorevole e riconosciuta, e le loro parole ebbero un peso riconosciuto, per quanto controverso, negli eventi tragici che seguirono. Riproporre la stessa situazione nel caso di Cesare Battisti significa davvero ripetere la storia in farsa. Il 2004 non è il 1971. Valerio Evangelisti è uno straordinario scrittore, ma non è Alberto Moravia. Una sua raccolta di firme su internet non potrebbe mai avere il peso che ebbe una lettera aperta sull’Espresso di quasi cinquant’anni fa. È lo stesso tic di chi di fronte allo scandalo Weinstein si rimette a spiegarti di Marilyn Monroe e a citarti Hollywood Babilonial’età media dei corsivisti italiani è la stessa. Questa è gente preparatissima sulla storia del Ventesimo Secolo, tanto che forse pensa che il Ventunesimo potrebbe fare almeno uno sforzo per adeguarsi alle sue spiegazioni.

La sensazione è che sotto la maschera ghignante di un ex rapinatore qualcuno ormai stia dando la caccia a un fantasma: il simbolo di un’epoca che Battisti ha vissuto. La notizia di un’ennesima fuga diventa pretesto per rivangare rancori, togliere dalla scarpa consunti sassolini, aizzare i lettori contro quella cara vecchia classe-intellettuale-radical-chic che simpatizza coi criminali mentre pasteggia a champagne: per rileggere il mondo con le lenti che si infransero al tempo dell’omicidio Calabresi; al punto che se un giorno Battisti tornasse davvero in Italia e si rivelasse per quello che è diventato – un uomo anziano, che fugge da una vita da crimini che forse ha commesso da ventenne – ci troveremmo in grave imbarazzo, orfani di un eroe malvagio che dava il volto a un orrore antico e ormai terminato, quasi rassicurante. Dovremmo metterci a cercare nemici nuovi, ed è faticoso. Anche un po’ pericoloso. Mentre odiare Battisti, in fondo, è anche comodo.

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