Nella giornata di ieri un uomo di 64 anni, Stephen Paddock, ha sparato, dalla finestra della stanza d’albergo in cui alloggiava, verso la folla di partecipanti a un concerto di musica country. Cinquantanove morti accertati, per ora, e oltre 500 feriti.

Quella di Las Vegas è quest’anno, negli Stati Uniti, la sparatoria di massa numero 273 — e siamo al giorno 275 del calendario. La più letale di sempre.

Ma c’è un lato positivo: la strage in Nevada non sarebbe un atto di terrorismo, perché Stephen Paddock, al momento di premere il grilletto di uno dei suoi 19 fucili automatici, risultava bianco.

Non ci sentiamo tutti già meglio?

Per un momento, dopo aver ricevuto la notifica push sulla strage, ho quasi pensato che sterminare 60 persone fosse implicitamente da considerarsi un attentato terroristico, ma Paddock — nonostante una ridicola rivendicazione dell’ISIS, smentita poco dopo dall’FBI — prima di segnare o distruggere per sempre l’esistenza di migliaia di persone stava tranquillamente mangiando bacon per colazione. ¯\_()_/¯ 

Per fortuna a rassicurarmi — mentre le vittime si moltiplicavano di ora in ora — ci hanno pensato anche Il Corriere, La Repubblica, Il Giornale, Il Fatto Quotidiano e La Stampa, specificando che “non è terrorismo”.

Non è la prima volta che accade. Anzi, va sempre così.

Lo scorso 17 settembre, quattro turiste americane vengono aggredite con l’acido nella stazione dei treni di Marsiglia. Una donna francese di 41 anni viene arrestata. La polizia non ha dubbi: “non è terrorismo”, la donna sarebbe semplicemente “una squilibrata”. Il primo ottobre, nella stessa stazione di Marsiglia, due donne vengono uccise a coltellate. “È terrorismo”, dice la polizia francese. Il killer è un senzatetto tunisino. Ancora a Marsiglia, un’automobile si lancia contro una fermata dell’autobus e uccide una donna. Non è terrorismo, l’autista “ha problemi psichiatrici”.

A Washington, nel giugno scorso, un uomo spara contro alcuni membri americani del Congresso, ma non è terrorismo. A Barcellona 13 persone vengono investite da due musulmani, è terrorismo. A Charlottesville un nazista investe 20 persone, uccidendo una ragazza, ma non è terrorismo.

È come se esistesse un sillogismo da cui la narrativa mediatica ritiene impossibile emanciparsi: tutti i terroristi sono musulmani, quindi chi non è musulmano non può essere terrorista. Peccato che Il New York Times abbia calcolato che dall’11 settembre fino al 2015 gli estremisti di destra abbiano ucciso più persone dei jihadisti musulmani. “Quasi il doppio delle persone – scrivono – sono state uccise da suprematisti bianchi, fanatici anti-governativi e altri estremisti non musulmani, rispetto alle vittime dei jihadisti”.

Se Paddock avesse pernottato una notte del 1983 in Iran, ora avremmo dozzine di pelosi editoriali su come l’Islam sia l’origine di tutti i mali dell’Occidente. Il ghostwriter di Matteo Salvini avrebbe già programmato su Facebook dodici post, dicendolo disposto a cacciare a calci nel culo chi soffre di ingrossamento della prostata; Libero sarebbe uscito con una foto in cui si vede chiaramente la Boldrini abbracciare un uomo di 64 anni.

Quello che invece leggiamo è quello che sempre accade quando una strage avviene per mano di un non-musulmano: dobbiamo leggere dell’infanzia difficile, dal padre cattivo che era andato in prigione, dei problemi di depressione e col gioco d’azzardo, dobbiamo sentire i parenti stretti raccontare di persone “assolutamente normali” che per “motivi inspiegabili” si sono ritrovate a compiere gesti tanto inumani.

Se non sei musulmano ti viene concesso il privilegio di contestualizzare il tuo vissuto. L’orrore in quel caso può essere compreso. Qualcuno scriverà che bisogna fare di più per combattere i problemi legati alla salute mentale prima che sia troppo tardi. Dylann Roof, il suprematista bianco vestito come un membro della Dark Polo Gang e responsabile della morte di 9 afroamericani in una chiesa del South Carolina, ha dichiarato di aver agito con la volontà d’iniziare una guerra razziale. E non importa che dopo la cattura abbia svelato di aver pianificato l’attentato per 6 mesi, e che dietro ci sia chiaramente una motivazione politica: il suo atto non è stato definito da nessuno terrorismo. La sua matrigna ha potuto perfino dichiarare ai giornali di come la delicata anima di Dylann sia stata corrotta da “internet”.

Il migliore esempio di questo doppio standard è uno status del moralizzatore da social preferito da tutti, Enrico Mentana, che su Facebook scrive: “A leggere alcuni commenti sembra che la causa prima degli attentati più che lo Stato Islamico sia lo Stato Depressivo. Vogliono sconfiggere il terrorismo col Prozac”.

Il Dott. Mentana, che oltre a uscire bene in ogni gif pare riesca quindi anche a decifrare la salute mentale di una persona attraverso l’ultim’ora del Televideo. Capito? Non ci provate nemmeno a offrire la stessa empatia che i media offrono a qualsiasi altro stragista. Gli attori protagonisti del terrorismo islamico sono tutti perfettamente lucidi e in pieno possesso delle loro capacità mentali. Del resto senzatetto, carcerati e ragazzini bullizzati — è noto — non sviluppano esperienze traumatiche tali da causare disturbi mentali. Chissà invece cosa Mentana prescriverebbe allo stragista di Las Vegas, visto che il suo Tg ci regala il titolo: “Cecchino spara al concerto: 50 morti, ma non è terrorismo”. Forse gli doveva semplicemente stare sul cazzo la musica country e voleva che abbassassero il volume tramite un arsenale da guerra che aveva casualmente a disposizione nella sua suite. Non lo possiamo sapere — di certo è sicuro: non è terrorismo. Alprezolam?

Perché ti viene concesso di essere abbastanza squilibrato e pazzo da prenotare una suite, trasportarci dentro, come normali bagagli, 19 fucili e usarli per sparare come un cecchino sulla folla di un concerto, ma devi essere perfettamente lucido per scegliere di immolarti in nome dell’ISIS?

È interessante ricordare il contesto in cui Mentana scrive il suo post sul Prozac: subito dopo la strage di Monaco di Baviera a opera di Ali Sonboly, uno dei tanti ragazzini di tutto il mondo vessati nelle scuole, che decidono di vendicarsi contro la società uccidendo più persone possibile.

Al direttore meme-friendly non interessa però la rara presa di posizione della polizia tedesca, che descrive il gesto come “folle e non legato al terrorismo”. No, le origini iraniane del 18enne hanno reso ovvio che fosse un lucido terrorista islamico. Che cosa altro poteva essere?

Peccato che Ali Sonboly non idolatrasse Bin Laden o l’ISIS, bensì il terrorista di estrema destra Anders Breivik (strage di Utoya, 2011, 69 morti) e Tim Kretschmer, un altro ragazzino tedesco come lui, che nel 2009 a Winnenden ha freddato 15 persone. Parlando di Kretschmer, però, nessuno accenna al terrorismo e nessuno fa battute sugli psicofarmaci, anzi, viene messa in piedi la narrazione trita del ragazzino solitario e bullizzato.

Chi decide cosa è o non è “terrorismo”? Dobbiamo lasciar definire le nostre vite e la politica dei nostri governi allo storytelling degli editorialisti e di chi ha trasformato le tornate elettorali di Ascoli-Piceno in uno sport olimpico?

Questa è la definizione che l’articolo 270 sexies del Codice Penale dà del terrorismo: “Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione […]”.

Tre poliziotti feriti a sassate da un’organizzazione fascista per impedire l’ingresso a una famiglia italiana colpevole di essere per metà etiope in una casa popolare occupata abusivamente non è un’azione compiuta con lo scopo di intimidire la popolazione? La famiglia, terrorizzata, è fuggita sotto la scorta della polizia da un alloggio assegnato dallo Stato Italiano. La stessa cosa è capitata a un cittadino italiano di origine bengalese e a una famiglia di origine egiziana. Ci sono interi quartieri nella Capitale in cui lo Stato viene piegato e aggredito da organizzazioni proto-militari armate, ma a nessuno viene puntato addosso un MP5 dei NOCS per fargli ricordare 800 volte in un minuto gli articoli della Costituzione Italiana.

È la normalità. È la pancia del Paese. Le aggressioni non suscitano proteste in piazza, discussioni nei talk show politici o interrogazioni parlamentari. La sindaca Raggi, ad esempio dirama giusto un freddo comunicato in cui esprime solidarietà ai membri feriti delle forze dell’ordine e biasima i cattivi neofascisti.

Cosa avrà invece agitato la popolazione romana? La notizia di una coppia aggredita nei pressi di una moschea dell’Esquilino da un 24enne musulmano, indispettito — a quanto pare — dalle effusioni che i due si stavano scambiando. Il Corriere rilancia l’accaduto utilizzando uno di quei titoli che funzionano da fischietto per cani per tutti i razzisti di Facebook. “Roma, ‘Vietato baciarsi davanti alla moschea’. Coppia picchiata all’Esquilino”. In poche ore quasi 30mila persone condividono il pezzo e la Meloni scende con i suoi hype men davanti alla moschea protagonista, urlando contro l’arrivo imminente della sharia in Italia, mentre la polizia cerca di chiarire eventuali legami con “ambienti radicalizzati”.

Il ragazzo, originario del Mali, era un senzatetto.

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