Per cambiare i detenuti dovremmo prima cambiare le carceri - The Vision

La reclusione è la pena da scontare per aver commesso un reato, ma deve anche essere un’opportunità alla rieducazione e al reinserimento nella società. Lo dice l’art. 27 della Costituzione italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quando si va in carcere si perde la libertà, la libertà di farsi una passeggiata, la libertà di stare con il proprio compagno, la libertà di stare e andare dove si vuole. Ci si trova a condividere una cella – di grandezza comparabile a quella della vostra camera da letto – con altre persone, e con loro si condivide il giorno, la notte, il sonno, il bagno. Per il resto si aspetta che la condanna finisca e poco altro. Citando Adriano Sofri, sembra quasi che il fine della pena si riduca a essere la fine della pena.

La popolazione detenuta – visto che di popolazione si può parlare considerati i numeri (54.436 il 30 aprile 2017, praticamente come tutti i cittadini di Sanremo) – ha poche possibilità di smettere di aspettare, perché non per tutti c’è un’attività da svolgere, il ventaglio di opportunità si apre e si chiude rispetto alla sezione, al grado di reato, alla buona condotta, alla disponibilità di spazi adatti a svolgere attività diverse appunto dall’aspettare. Eppure questi numeri sono migliorati negli ultimi anni, di fatto grazie esclusivamente a un evento singolare: nel 2013 il Sig. Mino Torreggiani, detenuto dal ’93 nel carcere di Busto Arsizio, scrive una lettera alla corte europea di Strasburgo – firmata da lui e da una trentina di altri detenuti – dove denuncia le sue condizioni come “inumane”: 50 cm dal letto al tetto, 4 persone in una cella da 12 mq, mancanza di acqua calda. Strasburgo accoglie le loro richieste e accorda un risarcimento, e in più dà un anno di tempo all’Italia per far tornare civili gli oltre 200 spazi detentivi.

Solo il 40% delle carceri italiane è stato costruito dagli anni Ottanta in poi, il resto sono per la maggior parte antecedenti e arrivano fino al Settecento. Ma il senso di carcere è cambiato in questo lasso di tempo in modo non indifferente, si è passati infatti da una funzione punitiva e detentiva a una funzione redentiva e rieducativa. Il Panopticon di Bentham è superato.

Per quanto riguarda la progettazione degli spazi detentivi, fino agli anni ’70 si registra un’interessante ricerca portata avanti in Italia ad esempio da Mario Ridolfi con il suo progetto per il carcere di Nuoro o da Sergio Lenci con il carcere di Rebibbia, arrestatasi negli anni ’80 in poi con l’emergenza terrorismo. Da questo momento in avanti, fino ad oggi, emergenza è stata seguita da altra emergenza e non si è più fatto un piano strategico di riadattamento massiccio, limitandosi a mettere pezze un po’ ovunque e risolvendo problemi nel limitato immediato, per mancanza di risorse e a causa di iter burocratici kafkiani.

La rieducazione è uno degli obiettivi primi che il tempo della detenzione si pone, e che solo in pochi casi si riesce a portare avanti. Dal 2013, per sopperire a questo problema e non costringere 3-4 persone a stare chiuse in cella tutto il giorno, è stata introdotta la sorveglianza dinamica: in quelle sezioni in cui i detenuti hanno commesso reati non particolarmente gravi, la cella diventa esclusivamente camera di pernottamento, rimane aperta di giorno e i detenuti possono muoversi all’interno della sezione e possono svolgere le attività previste. Le attività in questione sono: la scuola – di alfabetizzazione, media, superiore a volte, universitaria raramente, i laboratori – falegnameria, pasticceria, sartoria, edilizia – o ancora lavorare all’interno del carcere per il carcere, in seno alla M.O.F., per la manutenzione ordinaria dei fabbricati – ovviamente anche in quest’ultimo caso i detenuti scelti sono coordinati dagli agenti che li guidano nel dedalo di lavoretti di riparazione da fare. Oppure svaccare in un cortile di passeggio  o nel corridoio e fumare. Poi alla sera si chiude il blindo e ognuno sulla sua branda. Molti penitenziari italiani non riescono a offrire delle alternative per tutti e in alcuni casi i detenuti preferiscono quasi che le celle restino chiuse, perché parte la rissa o ti rubano una sigaretta, o tutte e due.

Le urgenze si riassumono in sovraffollamento, fatiscenza e niente da fare. Ma questi tre problemi possono essere risolti: si potrebbe ad esempio riconsiderare quanto stabilito dalla legge Bossi-Fini. Infatti, gli stranieri nelle nostre carceri sono in media i due terzi del totale, e di questi, il 43% è in custodia cautelare: la legge del 2002 prevede che dopo aver trascorso 60 gg in CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione), dopo essere stato identificato ed espulso, dopo aver varcato nuovamente la frontiera, allora si va in carcere, perché non si ha una fissa dimora per scontare i domiciliari; in realtà un domicilio a volte c’è, ma non ci sono le condizioni per formalizzarlo. D’altra parte un provvedimento clemenziale (tipo l’indulto) non aiuterebbe: senza tanto preavviso, senza aver fatto un percorso di preparazione, senza sapere più da dove passa il bus, si è completamente tagliati fuori dalla società. I detenuti non sono aggiornati rispetto le nuove tecnologie, non sanno che c’è una nuova linea della metro e non sanno cos’altro fare se non ripartire da dove erano rimasti (tasso di recidiva al 67%).

Le leggi non sembrano voler cambiare: stendiamo un velo pietoso sulla Fini-Giovanardi, che fino a quando non è stata dichiarata incostituzionale nel 2014, ha fatto sì che l’Italia si classificasse (anche nel 2015) come il Paese europeo con la più alta incidenza di detenuti condannati per reati di droga. Grazie a questa legge, infatti, venivano meno le differenze consistenti tra droghe leggere e pesanti, e tra pusher e consumatore. Si consideri poi che un quarto dei detenuti è tossicodipendente, e non tutti stanno seguendo un percorso riabilitativo diverso dal trattamento metadonico. E anche le misure “svuota carceri” portano a risultati che lasciano a desiderare. Forse allora l’unico punto di partenza rimane all’interno del carcere stesso.

I luoghi della detenzione sono spazi che limitano il movimento, la privacy e l’igiene, i passeggi misurano sei passi per sei – e durano un’ora d’aria – ogni spostamento è rallentato da conta, appelli e blindi che si aprono e si chiudono: a ogni azione corrisponde un tempo morto prima e dopo che questa avvenga.

Alcune carceri vantano spazi per le attività educative e sociali, dove i detenuti possono studiare e formarsi, crescere e migliorarsi, imparando a scrivere e leggere o a fare dei mobili. Questi sono gli spazi cruciali per avviare la rieducazione, sono gli spazi dove i detenuti tornano liberi di esprimersi per qualche ora, e da qui l’importanza di far fare, perché attraverso il lavoro ci si riconosce. Faccio ergo sum. Educare tutti gli abitanti dello spazio detentivo – non solo il detenuto, ma anche gli agenti di custodia, gli educatori e gli operatori di vario genere – alla riappropriazione dello spazio potrebbe essere la soluzione che, avviando un processo dall’interno, migliorerebbe il livello delle condizioni di vita.

Richard Sennett, nel suo L’uomo artigiano, dice che “È possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare”, e non ha tutti i torti, declinando questo tema allo spazio detentivo, dove di umanizzazione ce n’è ben poca. Le carceri di solito sono fuori dalla città, e non è certo un caso. Si capisce già dalla posizione rispetto ai centri abitati quanto il tema sia marginale. La città non riconosce questi luoghi, così come non riconosce chi questi posti li abita.

Guardando a tutte queste istanze contemporaneamente forse allora una soluzione sta in un nuovo processo da innescare, senza abbattere e ricostruire, ma riutilizzando tutto quello che già si ha a disposizione – le carceri generalmente possiedono magazzini pieni di materiale riutilizzabile – senza coinvolgere appalti e imprese esterne, ma usando la forza lavoro di chi vuole fare per migliorare i restanti anni da scontare, senza prendere scelte dall’alto ma coinvolgendo direttamente i detenuti, la Polizia Penitenziaria e gli educatori. Il valore di un lavoro corale è impagabile: da una parte il detenuto è fiero di avere fatto qualcosa che gli possa tornare utile – “le persone possono apprendere conformazioni su di sé attraverso le cose che fabbricano,” dice sempre Sennett – dall’altra l’agente penitenziario è rassicurato dall’essere stato interpellato al fine di non avere ulteriori complicazioni nello svolgimento del suo lavoro.

Non si tratta solo di uno sgabello, ma della libertà di potersi fare uno sgabello, si tratta di dare la possibilità a tutte queste persone, cittadini come noi, di migliorare, di sentirsi utili e di sentirsi appagati da un buon lavoro svolto, ognuno con le proprie competenze. C’è chi già l’ha fatto.

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