Il curatore del Diario ci spiega perché Anna Frank è ancora importante - The Vision

Lazio e Roma condividono lo Stadio Olimpico. La Lazio prende la Curva Nord, la Roma la Curva Sud. Il 3 ottobre la Curva Nord viene chiusa per la giornata del 22 ottobre, in cui si gioca Lazio-Cagliari, a causa di alcuni cori razzisti da parte dei laziali. Alcuni ultras però decidono di guardare lo stesso la partita dalla Curva Sud, approfittando dell’occasione per lasciare alcuni adesivi raffiguranti Anna Frank con indosso una maglietta della Roma. Adesivi che peraltro circolavano già dal 2013, soprattutto nel Rione Monti. La Presidente della comunità ebraica Ruth Dureghello denuncia subito l’accaduto in un tweet, postando una foto dove compaiono, assieme a quelli citati, altri adesivi di stampo antisemita, con frasi come “Romanista Ebreo” o “Romanista Aronne Piperno”, l’ebanista de Il Marchese del Grillo. Gli ultras biancocelesti si difendono in un comunicato dicendo che: “Si tratta di scherno e sfottò da parte di qualche ragazzo. […] Non è reato apostrofare un tifoso avversario accusandolo di appartenere a un’altra religione.”

Il Presidente della Lazio Claudio Lotito ribatte, il 24 ottobre: “Su certi fatti che, non vanno dimenticati, non si può giocare, non esistono sfottò, non esiste nulla di tutto ciò. Devono rimanere nella memoria di tutti per evitare che si possano ripetere in futuro”. E alle 12 dello stesso giorno va a portare una corona di fiori alla Sinagoga di Roma, accompagnato dai due giocatori Anderson e Wallace. Più tardi la corona sarà trovata nel Tevere.

Poco importa che il 24 ottobre, parlando in un’intervista a Matrix, confonda la Sinagoga con una Moschea, o che Il Messaggero pubblichi un articolo in cui si riporta che Lotito avrebbe detto a un conoscente “famo ‘sta sceneggiata” la sera prima della sua visita al luogo di culto romano. Lotito negaIl Messaggero pubblica la registrazione delle frasi. In un articolo de Il Tempo, poi ripreso da Il Giornale, si ricostruisce però una versione diversa. Lotito in realtà sarebbe stato al telefono con Vittorio Pavoncello, presidente del Maccabi Roma e riferimento della comunità ebraica per lo sport. La frase pronunciata, secondo il quotidiano romano, sarebbe invece stata: “Se non c’è nessuno che vado a fare, una sceneggiata?”

Comunque siano andate le cose, un episodio come quello che ha appena coinvolto la Lazio fa sorgere molti interrogativi sul persistere dell’utilizzo del termine “ebreo” come insulto in Italia, sull’evidente rigurgito di sentimenti antisemiti e neofascisti e sul significato di Anna Frank in relazione a quanto è appena accaduto. Sarebbe semplicistico, però, sostenere che il calcio sia un ambiente facilmente incline al razzismo, o che certi episodi accadano solo tra gli ultras.

Ne ho parlato con Matteo Corradini, ebraista e scrittore, che ha curato la nuova edizione italiana del Diario di Anna Frank pubblicata quest’anno da BUR Rizzoli.

Matteo Corradini

Perché secondo lei abbiamo ancora bisogno di una figura come quella di Anna Frank?

Di Anna Frank abbiamo un grande bisogno, perché ci dimostra che nessuna storia può essere dimenticata. Ogni storia ha valore. Per certi versi è facile ricordarla: scrive delle cose belle, e un po’ ci assomiglia, o perlomeno siamo convinti che ci somigli. Anna Frank ci dice che tutte le storie vanno riportate, anche quelle che a noi sembrano più anonime, anche quelle che ci sembrano più difficili da ricordare. È per quello che ancora oggi è così importante, altrimenti sarebbe già persa nel passato.

Però gli ultrà del Lazio hanno scelto proprio lei come veicolo di “sfottò” verso un’altra squadra. Perché?

Anna Frank è un simbolo internazionale. Per certi versi essere simbolo è proprio la sua potenza, ma anche la sua fragilità. Questi ultrà non hanno usato una deportata qualsiasi, hanno usato lei, e sono convinti nella loro ignoranza che possa costituire una sorta d’insulto. Mettere la maglia della Roma ad Anna Frank vuol dire per loro insultare quelli della Roma. Se avessero messo Adolf Hitler nei panni di un giocatore della Roma, certamente sarebbe stato ai nostri occhi un insulto più potente, ma evidentemente ai loro occhi non così potente, perché forse, sia loro che i tifosi della Roma, amano più Hitler che Anna Frank.

Quindi crede che gli stadi siano un contesto favorevole allo sviluppo dell’antisemitismo?

Un tratto comune che hanno gli ultras, o perlomeno alcune frange estremiste, è certamente una scarsissima conoscenza del passato, una pessima conoscenza del presente e una sensibilità umana che lascia un po’ a desiderare. Queste tre cose insieme non fanno necessariamente un razzista, fanno un uomo un po’… piccolo, a livello di valori. Ma stiamo parlando di quante persone? Sicuramente i tifosi meno estremisti non sono fatti così, a dire il vero neanche gli stessi ultras sono tutti razzisti. Non bisogna neanche confondere l’ultras con l’ultras violento. Di sicuro usano un simbolo, quello di Anna Frank, sapendo di andare a toccare un nervo scoperto della società: l’attaccamento che abbiamo ad alcune cose preziose.

Cosa potrebbe insegnare una figura come Anna Frank agli ultrà della Lazio e a chi, come loro, sta ricominciando a farsi suggestionare dall’antisemitismo?

Anna Frank è importante perché ci insegna che il razzismo delle parole genera sempre un razzismo dei fatti. Quello che è accaduto alla Frank ha avuto un’evoluzione esattamente di questo tipo. Il secondo ha portato alla sua morte, e a quella di milioni di altre persone. Questo razzismo non può essere ridotto a “beh, per adesso hanno solo usato delle parole” o “beh, per adesso hanno usato solo dei simpatici fotomontaggi”. La curva della Lazio ora sta dicendo che non si può punire lo scherno. Qualsiasi razzismo che crediamo si fermi soltanto alle parole, invece, genera violenza. La violenza a parole, prima o poi, genera la violenza vera. Non dobbiamo arrenderci al fatto che esistano violenze di vario livello, razzisti di vario livello. Non so quanto possa essere utile costringere i tifosi a fare viaggi ad Auschwitz o a leggere il Diario di Anna Frank. Va fatto un lavoro più lungo e approfondito. In questi casi si richiama sempre la scuola alle sue responsabilità. A mio parere però sta già facendo tanto. A scuola si parla e si ragiona di razzismo, si studia la storia. Mi sembra che invece altri ambiti della società siano molto più indietro delle scuole. La famiglia, ad esempio. Lì i bambini vengono allevati spesso tra frasi razziste o simili.

Lo stesso Lotito, nonostante la proposta dei viaggi ad Auschwitz, secondo le prime versioni e ricostruzioni de Il Messaggero– da lui poi smentite – avrebbe detto “famo ‘sta sceneggiata” prima di andare a chiedere scusa alla comunità ebraica, facendo pensare che non fosse particolarmente colpito dall’accaduto.

Anche la comunità ebraica non è così felice di gente che continua a lavarsi la coscienza portando due fiori fuori dalla Sinagoga. Secondo me pretende di più, vuole un distacco netto. Così come non si può rispondere a degli slogan razziali con dei controslogan antirazziali. Il lavoro che dobbiamo fare è un lavoro quotidiano.

*

Ieri sera si è tenuta la partita Bologna-Lazio in cui i giocatori biancocelesti hanno reso omaggio ad Anna Frank e alla targa in memoria di Arpad Weisz, allenatore del Bologna morto ad Auschwitz. All’esterno dello stadio Dall’Ara, intanto, dai tifosi laziali è partito il coro fascista “Me ne frego”. Alcuni hanno accompagnato il coro con il saluto romano. Gli Irriducibili, invece, non erano presenti allo stadio per “non essere complici di questo teatro mediatico”. Lo hanno scritto in un comunicato.

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