Non si capisce perché Ruth Ben-Ghiat, docente di Storia e Studi italiani presso la New York University, che alcuni giorni fa sul New Yorker ha fatto scoppiare la polemica sui nostri monumenti fascisti, sia così preoccupata per le sorti della nostra democrazia, quando il problema per una volta è in Germania – in cui l’AfD (Alternative für Deutschland, aka il partito di estrema destra neonazista) ha raggiunto alle ultime elezioni il 12,6%.

Non paga, l’autrice ha rilasciato un’intervista con una serie di affermazioni che oltre a far peggiorare il tenore della sua riflessione suonano vagamente autocommiserative. Tipo questa: “Forse, vedendo il nome di un’autrice straniera, i lettori hanno reagito con veemenza, senza prestare adeguata attenzione a quello che ho scritto”. Invece che difendere la sua tesi, incolpa subito i giornalisti italiani, che – sarà un caso? – oltre ad apprezzare l’architettura razionalista sono anche un po’ xenofobi. Ma il punto è un altro, il punto è che puoi avere tutte le lauree che vuoi, ma non ti basteranno per parlare impunemente di qualcosa che non conosci. Il problema non è che sei straniera, il problema è che hai scritto un pezzo su una grande testata internazionale diffondendo come verità assolute le tue impressioni dopo aver vissuto per un po’ di tempo a Roma negli anni ’80.

Secondo la studiosa, è inconcepibile che in Italia ci siano ancora così tanti “monumenti” fascisti. “I monumenti fascisti sono sì belli,” dice per aggiustare il tiro, “ma rimangono monumenti alla violenza, sono edifici insanguinati”.

Forse qualcuno dovrebbe ricordarle quante morti bianche è costata la realizzazione del ponte di Brooklyn o della diga di Hoover. Ma andiamo con ordine.

Secondo la sua tesi non dovremmo abbattere il Colosseo quadrato all’EUR, ma proprio il Colosseo tout-court. Pensateci. Architettura insanguinata, funzione violenta… Perché teniamo in centro a Roma una cosa del genere? E i templi greci? I templi non sono forse “insanguinati”? E il Palazzo del Parlamento rumeno, costruito sotto il regime di Ceaușescu? Via anche quello.

Credete veramente che i grattacieli progettati a Dubai dalle archistar siano più “puliti”? Non esiste un’architettura pura, non insanguinata, perché non esiste un’architettura scissa dalla politica e dall’economia, ne è anzi diretta manifestazione sociale; forse solo l’archetipo iperuranico della capanna lo è, perché l’architettura man mano che la società ha preso forma ha seguito la sua struttura e la sua gerarchia. E una gerarchia impone che esistano livelli diversi.

L’architettura non è un’arte. L’architettura compie ogni giorno un compromesso col mondo e col potere. Pensarla diversamente è un’utopia, o un’ingenuità. E forse è per questo che tanti grandi architetti e pensatori hanno realizzato progetti utopici meravigliosi, rimasti per sempre sulla carta, perfetti, idee arrestate allo stato di idee.

Purtroppo, però, abbiamo tutti bisogno di un tetto sulla testa, e di un terreno su cui costruirlo, di un terreno che appartiene allo Stato e che soggiace alle sue regole. Peccato che costruire – case o grandi opere – sia sempre stato remunerativo. E gli americani, col Piano Marshall, dovrebbero saperlo bene, proprio perché si fondava su un enorme potenziamento infrastrutturale. Ma anche noi ne sappiamo qualcosa: sono molto più insanguinate le nostre autostrade dei cosiddetti “monumenti fascisti”, sono molto più insanguinate le nostre periferie e le magie operate nottetempo sulle legende dei nostri piani regolatori. È questo che sfugge alla nostra professoressa, e anche a noi. Il problema urbanistico-architettonico dell’Italia purtroppo non è stato il Fascismo, quanto ciò che è seguito con la ricostruzione.

La cosa ridicola è che proprio negli Stati che hanno istituito leggi più severe sulla memoria delle dittature (Francia e Germania) si sono sviluppati i partiti di destra più forti, rispetto ai quali la nostra estrema destra – che a noi fa già accapponare la pelle – è composta da un gruppo di poveri sprovveduti. In Germania inoltre, la damnatio memorie hitleriana ha fatto sì che ormai gli adolescenti davanti a una foto del dittatore lo scambino per Charlie Chaplin. Certo, i nostri non sanno chi sia Berlinguer, ma questa è un’altra storia. La dottoressa Ben-Ghiat dice di averci avvertiti. Grazie.

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A parte la definizione di Renzi come “giovane di centro-sinistra” – basterebbe già questo a dimostrare quanto poco abbia capito della nostra politica interna – prima di parlare di “sensibilità storica della lingua” l’autrice dovrebbe rivedere l’uso che fa dell’aggettivo “estetico”. “[…] le Case del Fascio rimangono, e vengono glorificate per la loro bellezza estetica”. No. Vengono glorificate per la loro bellezza architettonica. È diverso. La forma razionalista affonda le radici nel funzionalismo. È tutto fuorché una questione estetica, perché nel linguaggio compositivo dell’epoca la forma diventa etica.

Ma il vero problema è la confusione, alla base della riflessione, tra monumento ed edificio. Se parliamo di monumenti parliamo di targhe, statue, fiori finti impolverati e in qualche modo anche riferimenti topografici. Perché a Milano abbiamo ancora un piazzale intitolato a Cadorna? A Udine, ad esempio, l’hanno bannato. Qui il punto non è più Fascismo o non Fascismo, è a monte. Non mi sembra che abbiamo avuto i generali migliori durante la Prima Guerra Mondiale. Bisognerebbe allora operare un totale revisionismo topografico. Non basterebbe toglierne uno, come hanno fatto in Francia con Marshal Pétain (che Ben-Ghiat ribattezza “Marshall” probabilmente non avendo capito che è la contrazione di “Maréchal”).

C’è differenza tra un monumento e un edificio civile, perché hanno una funzione diversa, e quindi hanno significati diversi e lasciano segni diversi in città.

Il confine tra edificio istituzionale e monumento in realtà è molto labile e la riflessione della docente non aiuta, soprattutto a causa dell’uso di un linguaggio piuttosto generalista per rendere l’articolo divulgativo. Cos’è che rende il Colosseo quadrato un monumento? Il fatto che abbia una targa attaccata sopra? La Stazione Centrale di Milano è un monumento? “Monumento” viene da monumentum, “ricordo”, derivato di monēre, “ricordare”. Tutto quindi è potenzialmente un monumento.

Si potrebbe dire che un monumento è un oggetto che ha come unica funzione quella di ricordare, mentre un edificio, come il Palazzo della Civiltà Italiana, può ospitare diverse funzioni (i discorsi di Renzi, gli uffici di Fendi), eppure anche sui basamenti delle statue equestri ci si può sedere a chiacchierare (finché non faranno una legge che lo vieti).

Il fascismo ha plasmato la forma delle nostre città, in maniera più o meno discutibile, non solo con edifici iconici, ma con veri e propri stravolgimenti urbani. Basti pensare a via Roma a Torino, o a via della Conciliazione a Roma. Dovremmo distruggere anche quelle? Una strada che valenza ha nella memoria collettiva , più o meno di una scritta? Inevitabilmente i partigiani non hanno impresso un segno architettonico agli spazi in cui viviamo. Come facevano stando nascosti fra i boschi? Se ripensiamo alla matrice da cui nasce l’architettura, i ribelli non potranno mai dare forma a niente. Certo, il governo si preoccupa di mettere statue e targhe commemorative anche per loro, come ad esempio il monumento alle donne partigiane a Venezia. Bellissimo, ma non lo conosce quasi nessuno. Il primo (la statua di una partigiana su un basamento progettato dall’architetto Carlo Scarpa) è stato distrutto, da “una bomba fascista”, nonostante avessero pure fatto cambiare preventivamente allo scultore il colore del fazzoletto: da rosso a marrone, per non turbare le coscienze dei più sensibili. Il secondo, a pelo d’acqua, di Augusto Murer, invece si è rotto subito dopo l’inaugurazione, nel ’69, e non è mai più stato riparato. Nessuno ci fa caso.

È più grave che esista ancora un edificio del 1940 o che Alleanza Nazionale sia nata dalle ceneri del Movimento Sociale Italiano (M.S.I. – rimasto nello stemma di partito a ricordarcelo bene) o che gli eredi dei gerarchi del ventennio continuino ancora oggi a fare politica seguendo la tradizione di famiglia? Non lo so. Qui le cose da smantellare non mi sembrano di certo due pietre o i mosaici dello Stadio del nuoto.

La docente americana ci ha sicuramente costretti a parlare di un argomento che altrimenti in Italia non si sarebbe mai toccato, visto che a parte una manciata di restauratori non interessa a nessuno. Si sa, siamo un popolo pigro abituato alla bellezza, fino a darla per scontata. Come faremmo senza le opere di Terragni, Figini e Pollini, Libera, Albini, Ridolfi, Moretti, Michelucci? Per non parlare del fatto che non tutti gli architetti razionalisti di epoca fascista erano fascisti. Basti pensare al grande Giuseppe Pagano, ex fascista passato alla resistenza e morto a Mauthausen il 22 aprile del 1945. Forse la sua catarsi è stata quella di tutta l’architettura italiana di quell’epoca.

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