Prima c’era Couchsurfing, poi arrivò Airbnb. Couchsurfing era un servizio gratuito, per viaggiare e conoscere nuove persone, per viaggiare ed entrare in contatto coi luoghi senza fare il turista, in modo più autentico. Airbnb però aveva una grafica molto più ricercata e soprattutto ti faceva guadagnare un sacco di soldi, il ché non guastava se eri uno studente o un disoccupato, o comunque un creativo freelance. Affittando la casa per sette giorni riuscivi a ripagarti tranquillamente il mese d’affitto e nel frattempo potevi fare couchsurfing da amici in giro per l’Europa, o per la città. Certo, in molti Paesi il subaffitto è illegale, e anche quando non lo è i proprietari sono piuttosto restii ad aggiungerlo sul contratto: ma chi sarebbe mai venuto a saperlo? E le tasse? All’inizio neanche quelle sembravano un problema. Poi Airbnb ha fatto il botto, si è sparsa la voce, e tutti, tutti, hanno iniziato ad affittare la loro casa, la casa che avevano in affitto, la casa in cui erano in subaffitto, una stanza, la soffitta, il corridoio – spacciandolo per un’esperienza di vita alternativa da provare assolutamente. Tanto che anche i proprietari di B&B, diremo la versione analogica del servizio online, hanno aperto degli account per farsi pubblicità, poi visto che hanno capito che non avevano gli strumenti per usarli si sono affidati ad agenzie specializzate (quelle che ora fatturano i numeri più importanti). E così anche questo affascinante progetto ha iniziato a snaturarsi, o forse ad assumere la sua vera natura.

Forse la lobby degli albergatori non sarà forte come quella dei tassisti, ma a un certo punto sono girate le palle anche a loro. Infatti i prezzi di Airbnb ormai sono tutt’altro che economici e la concorrenza si sta alzando sempre di più. Tant’è che molti proprietari hanno iniziato a valutare l’idea di destinare le loro seconde, terze, quarte case agli affitti a breve termine, molto più remunerativi e agili del solito contratto 4+4 proposto dalle agenzie. Così siamo diventati tutti concierges di noi stessi. Certo, c’è un po’ più sbatti, ma basta trovare una donna delle pulizie affidabile.

Ripassiamo insieme la Gentrificazione: dei poveri illuminati (li chiameremo “artisti”) colonizzano un quartiere in città, un quartiere economico, un po’ sporco, non troppo sicuro, ma con una sua personalità, un suo genius loci dato dal suo essere autentico (e quindi sporco, povero etc. etc. – tutte caratteristiche che ispirano tantissimo gli artisti e gli aspiranti tali). Gli artisti e gli aspiranti tali allora si installano nel quartiere e iniziano a socializzare coi poveri, gli autoctoni, quelli che hanno ancora i bar sgarrupati con le barzellette sconce attaccate dietro al bancone e le scritte in WordArt (tutte cose di cui gli artisti vanno ghiotti) e che se potessero fumerebbero ancora le nazionali senza filtro. Bene. Gli artisti si divertono un sacco, l’affitto costa poco e possono così permettersi di godersi la zona a cuor leggero, diventando turisti della povertà, questo magnifico concetto esotico e poetico di cui hanno sentito parlare per la prima volta da De André. Ogni tanto incontrano degli altri artisti e gli raccontano della grande idea che hanno avuto, del coraggio della loro scelta. Così arrivano sempre più artisti. Ormai gli autoctoni sono sempre più abituati alla loro presenza e iniziano a fargli spazio, ritirandosi piano piano, perché si sono accorti che ciò che per questi artisti è pochissimo per loro è abbastanza, se non molto. A questo punto iniziano ad arrivare anche gli altri, quelli disposti a pagare di più, quelli che però vogliono anche che la zona sia sì caratteristica, ma un po’ più pulita, un po’ più sicura. E così, sempre piano piano, il quartiere si rivaluta, i genitori degli artisti iniziano a comprare case e a volte interi palazzi, peccato che l’inquilina vedova del terzo piano, l’unica rimasta, non voglia vendere. Le metteremo allora un impianto sul tetto che dalle due alle quattro del mattino spari musica techno. Questo succedeva in uno degli ultimi palazzi scrostati che resistevano a Prenzlauer Berg. Questo succedeva dieci anni fa. Ma l’Europa, e così l’Italia, di questi esempi ne è piena. Il Pigneto, San Salvario, Isola, c’è sempre qualcosa oltre da gentrificare, così come c’è sempre qualcosa più a nord di qualcos’altro, così si passa a Torpignattara e a Nolo. E a volte si gentrificano intere città. È il caso di Lisbona, o Porto. Gli artisti arrivano, sfruttano e se ne vanno in cerca di nuove aree vergini – perché non possono mica restare insieme all’alta borghesia. È sempre e solo questione di tempo.

Figuriamoci se l’Italia non si è presa uno spavento. Una ricerca dell’Università di Siena – intitolata “Airification” delle città: uno studio sull’impatto degli affitti a breve termine in Italia – cerca di spiegare perché i nostri centri storici stiano diventando delle piccole Disneyland per colpa di Airbnb. Non sarebbe stato meglio chiederci, qualche anno fa, come mai nella piazza principale di quasi tutte le città italiane ci fosse un McDonald’s? O perché la maggior parte degli edifici adiacenti alle suddette piazze siano ancora possedimenti che la curia affitta a prezzi stratosferici? La colpa non è di Airbnb, ma come al solito dei proprietari che si vogliono arricchire. Bella scoperta. Airbnb è solo un’emanazione del nostro stile di vita.

La società si fa sempre più fluida, non sono io a dirlo, ed è naturale che un preavviso di tre mesi, per non dire sei, ormai pesi troppo. Non possiamo più permetterci di dare garanzie. Dobbiamo essere in più posti contemporaneamente. Come possiamo sapere dove saremo tra otto, quattro, due anni, un anno, un mese, una settimana, un giorno? Il punto è che un servizio che si spacciava come alternativo e condiviso ormai ha rivelato la sua vera natura: il lucro.

Ora che Airbnb muove una grande quantità di denaro anche la legislazione ci ha messo gli occhi sopra e da un po’ di tempo a questa parte ha cercato di definire regole a riguardo, e con la nuova tassazione al 21% affittare non sarà più così vantaggioso. Airbnb si basa su un’idea di sharing economy, ma alcune ricerche, come ad esempio quella effettuata dall’Università di Siena, hanno dimostrato che l’ecosistema che ha creato, almeno in Italia, è profondamente impari. Una percentuale bassissima infatti approfitta a pieno dei benefici offerti dalla piattaforma, mentre a tutti gli altri restano le briciole.

Per quanto riguarda le caratteristiche socio-urbanistiche la ricerca, almeno a questo stadio, scopre un po’ l’acqua calda. Firenze ha la concentrazione maggiore di affitti in centro storico. Roma – attenzione – centro, San Pietro, ma anche San Lorenzo, il quartiere degli studenti universitari, dei fuori sede, dei creativi e di quelli a cui piace star fuori di casa a bere i gin tonic annacquati. Milano invece si allontana da tutto questo, semplicemente perché è una città già di per sé frazionata: a Milano ogni quartiere ha un centro, perché il centro non è abbastanza accogliente e pittoresco. È proprio questo uno dei fattori che la rendono più simile a una Grande Capitale Europea, cosa di cui andiamo tanto fieri: il fatto che sia un po’ meno bella e un po’ più efficiente delle altre. Quindi i turisti si concentrano soprattutto – ancora una volta e come sempre – nel pittoresco: zona Navigli e Isola (anzi, #isoladistrict). La ricerca dice che ciò la accomuna a Londra e Berlino, città dove le zone di interesse sono lontane dal centro, proprio perché il centro è istituzionalizzato, privato di vita, fatto diventare la sede di ambasciate, musei e centri direzionali, cose che ricordano fastidiosamente ai turisti chi sono, da dove vengono e quali sono le cose che contano.

Questa ansia per la gentrificazione è ormai inutile e anacronistica. Come al solito ci accorgiamo dei fenomeni quando li abbiamo sotto il naso ed è ormai troppo tardi per disinnescarli – almeno però ogni tanto fruttano un assegno di ricerca per cui vale la pena almeno analizzarli, perché i fatti sono fatti, per la gioia di Thomas Gradgrind. Il problema è che tutto questo agitarsi non tiene conto che la maggior parte degli host affitta solo per brevi periodi e non continuativamente. Non è un segreto che i turisti vadano nelle zone più caratteristiche, che nella maggior parte dei casi, in Italia, corrispondono ai centri storici. Quello che non dice la ricerca è che in realtà i nostri centri storici sono stati gentrificati ormai da un sacco di tempo, seguendo diversi processi. Non venitemi a dire che la maggior parte delle ricostruzioni storiche le abbiamo fatte per la memoria degli abitanti. Firenze, Roma, Venezia, erano diventate disneylands molto prima che arrivasse Airbnb. Come al solito ci si lamenta dei turisti, ma se non ci fossero, quelle città non sarebbero incredibilmente più povere? È tutto tristemente riconducibile all’esempio filosofico della botte piena e della moglie ubriaca. La gentrificazione è una cosa contro cui bisogna combattere, non una cosa di cui parlare.

Ad esempio, circa dieci anni fa, a Modena, ma non solo – prima che arrivasse Aziz Ansari a girarci Master of None, facendo fare all’ex sindaco Pighi proprio la parte dell’affittuario, e prima che ci costruissero quel grosso coleottero giallo che è il museo Ferrari e che addirittura Casabella recensì positivamente – i proprietari delle case in centro iniziarono ad affittare agli immigrati. In realtà firmava una persona e ne entravano quindici, che si ritrovavano stipate in due o tre vani, venendo meno a qualsiasi standard igienico abitativo. Il proprietario faceva finta di non vedere e chiedeva molti più soldi di quelli che avrebbe potuto chiedere a una famiglia emiliana. Spesso, infatti, questi immigrati non avevano permesso di soggiorno e quindi potevano essere ricattati e costretti a pagare per avere almeno quel tetto sopra la testa. Qualcuno controllava? Nessuno controllava. C’è una ricerca che lo dimostra? No. Dunque alcune aree del centro storico diventarono aree multietniche: ciao sfoglina, buongiorno Aziz. Questa è la vita, il costante mutamento tanto caro alle filosofie di stampo indiano. Se la sfoglina vuole affittare ad Aziz la sua bottega perché guadagna di più facendogli la cresta che facendo i tortellini non possiamo lamentarci. È una sua scelta. Ma questa non può essere definita né gentrification, perché non parla di “gentry”, né touristification, perché non coinvolge turisti. E visto che è una cosa che non può essere nominata nessuno ne parla. A me sembra il naturale decorso degli eventi, e non posso fare a meno di vederci un certo accelerazionismo verso la fine. The worse, the better. E poi, forse, è meglio che sui Navigli ci siano delle fotografe russe che vanno a letto presto, piuttosto che degli zarri di Buccinasco che pisciano contro i muri. No?

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